Giorgio Benigni
Politica e biopolitica
19 Settembre Set 2019 1623 19 settembre 2019

Caro Matteo,

Matteo Renzi_Linkiesta

per 23 anni siamo stati nello stesso partito. Dal 1996 al 2001 nel PPI, grosso modo nella stessa corrente quella di Letta e Pistelli contraria a Marini e Franceschini, dal 2001 al 2007 nella Margherita e qui con delle significative differenze, io prodiano e ulivista e tu rutelliano con preoccupanti sbandamenti teocon. Poi c’è stato il PD che, da anonimo Presidente della Provincia di Firenze, frutto di un classico accordo di spartizione politico tra DS e Margherita, ti ha proiettato, con le primarie per il comune e la tua sorprendente vittoria contro il candidato della Segreteria, ad assumere un profilo nazionale. Avevi rotto il tabù della non contendibilità della leadership che neppure le primarie di Veltroni del 2007 avevano osato toccare.

Poi sono arrivate le Leopolde e la rottamazione, per me, e non solo, una boccata d’ossigeno. Un partito nato fintamente contendibile, con primarie organizzate e gestite dagli apparati, poteva diventare qualcos’altro, poteva diventare come i democratici americani che proprio in quel 2008, invece che votare la predestinata Hillary Clinton, la candidata degli apparati, preferirono un outsider, un leader che non si concepiva solo come il candidato di una campagna elettorale ma come il capo di un movimento.

E’ evidente che tu, come Obama, hai rappresentato una novità, una rottura, un riscatto per molti nativi del PD e non solo, come me. Una liberazione. Prendo da un vocabolario on line: “il riscatto è qualcosa che viene strappato e portato verso di sé. E' il gesto di Orfeo che sottrae Euridice agli Inferi, il moto di un popolo oppresso dalla dittatura che tenta di agguantare saldamente la propria libertà”. Ecco per molti di coloro che non volevano o concepivano il PD come nuovo nome del PCI-PDS-DS, ma come una “cosa nuova”, uno spazio di libertà e non di conformismo, la proposta politica di Matteo Renzi rappresentava proprio questo: una riappropriazione rispetto ad un PD che era nato come fusione fredda di apparati arrivati alla canna del gas, senza più un progetto, una idea, una credibilità.

La tua rottamazione aveva in qualche modo interpretato, a 10 anni di distanza, l’urlo di Moretti in piazza Navona: “con questa burocratjia che sta alle mie spalle non vinceremo mai”. E infatti. Prima di quella stagione, solo Romano Prodi era riuscito a infondere quel mix di serietà e movimento, solidità e superamento, che aveva permesso due volte al centrosinistra di imporsi sul centrodestra. Solo che Prodi non ebbe mai la forza e la determinazione per sfidare i Proci: le primarie del 2005 furono una grande festa che servì a puntellare la sua leadership incrinata dal “pane e cicoria” di Rutelli e convinse gli scettici e i riluttanti ad andare avanti con il PD ma con immense riserve mentali.

La storia di Prodi era stata la storia di una leadership disinteressata e innovativa destinata a soccombere alle oligarchie. La tua sembrava finalmente la storia di una leadership che riusciva ad imporsi alle oligarchie. E non solo, anche alle ipocrisie. L’ipocrisia, ad esempio, di un partito che nel 2012 con il suo gruppo parlamentare vota il fiscal compact e con il suo responsabile economico, allora Stefano Fassina, si dissocia dal fiscal compact senza neppure la dignità delle dimissioni. Poi è venuto il tuo governo e di fatto, senza troppo clamore, il fiscal compact è stato praticamente sterilizzato. Chapeau!

Durante la campagna per le primarie del 2012 dicesti: “non mi contestano per il mio liberismo ma per la mia libertà”. E avevi ragione da vendere. Del resto dove trovare uno più liberista di Bersani, il ministro delle lenzuolate e delle privatizzazioni. E come non ricordare che il tuo programma economico era stato mutuato praticamente da Vedrò, il think thank estivo promosso da Letta e Alfano, la cui ultima edizione 2012 si ricorda proprio per questo.

Non ho mai pensato che il problema fossero le politiche. Per anni nel PD si era discusso sulla società divisa in insider e outsider, e delle garanzie, gli ammortizzatori sociali, che esistevano per gli uni e non per gli altri. Poi è arrivato il tuo governo che ha messo fine alle chiacchiere e ha fatto i fatti: il jobs act. Un sacco di soldi in più per chi non aveva tutele. Un coraggio politico che nessuno aveva mai avuto. E la stessa sinistra che negli anni ‘90 si scagliava contro “i dirigenti sindacali fuori dalle fabbriche con in mano il contratto nazionale di lavoro” ora, ipocritamente, si stracciava le vesti per l’articolo 18: “razza di vipere”.

Avevi smascherato come nessuno prima la doppiezza politica e l’inconsistenza programmatica della generazione post berlingueriana che aveva opportunisticamente sposato la causa della libertà economica – ricordarsi l’elogio dei “capitali coraggiosi” - ma solo per colmare il vuoto etico e programmatico seguito al 1989, senza una vera idea dell’Italia e del suo sviluppo di lungo periodo.

Poi è arrivato il governo con un sacco di riforme impostate e realizzate. Tutte cose di cui la sinistra postcomunista si era riempita la bocca per decenni senza arrivare a nulla. Tutte cose che avevano e hanno bisogno di tempo per poter portare frutto. L’Italia e la sua economia hanno conosciuto il segno + ma ancora nel 2018 e dopo praticamente 6 anni di governo del PD, seppure in coalizione, l’economia italiana non aveva raggiunto i livelli del 2007. Ci avevi detto che eravamo usciti dalla crisi. Non era vero.

Ti porto un esempio. Un quarantenne licenziato da ALMAVIVA è andato a lavorare ad AMAZON a Passo Corese fuori Roma, uno stabilimento enorme costruito in quattroequattrotto durante il nostro governo. Da una parte verrebbe da dire: evviva il capitalismo di piattaforma, Amazon assume 1200 dipendenti. Una boccata d’ossigeno. La moglie con molta chiarezza così descrive la situazione: “è tornato a fare i turni, è tornato indietro di 20 anni”. Ecco Matteo, se abbiamo preso il 18% il 4 marzo, se l’area di governo ha preso complessivamente il 22%, il minimo storico della storia repubblicana, una ragione ci sarà. E una vera analisi del voto noi non l’abbiamo mai fatta. Noi abbiamo fatto un sacco di riforme che andavano fatte ma non abbiamo impedito che quel quarantenne, come molti altri milioni di italiani in questi anni, tornasse economicamente e socialmente indietro.

Noi siamo il partito dei quartieri bene, dei quartieri assicurati dal rischio globalizzazione. Massimizziamo il nostro consenso dove lo massimizza Forza Italia e LEU (vatti a studiare “le mappe della disuguaglianza” di Lelo, Monni e Tomassi in uscita per Donzelli). Siamo un partito classista non più interclassista. Questo dato non lo dico contro di te perché anche chi ti ha combattuto, quegli scappati di casa di LEU, sono allo stesso modo un partito degli appagati. Ma questo non può essere l’orizzonte del Partito Democratico. Noi dovremmo fare politica per chi vuole riscatto non per i già riscattati.

E quindi tu che fai? Invece di prendere in esame questi dati e fare autocritica e portare tutto il PD a fare autocritica, esci dal partito degli appagati per andare a fare il partitino degli appagati? Ma allora mi viene da pensare che non c’hai capito nulla. E onestamente basta con la storia di Gabicce e della mancanza di stagionali a lavorare nei balneari. I salari degli italiani sono tra i più bassi d’Europa, la domanda interna ristagna, ci sono evidenze oggettive di un restringimento del reddito e della qualità della vita. Il problema non sono i giovani che non hanno voglia di lavorare. Sono davvero discorsi da Contessa, populismo perbene.

E finisco tornando sul partito. Io non credo alla retorica dell'”intruso nella ditta” dopo che, da capo azienda, hai guidato l'ingresso nella mega ditta del PSE, ingresso che tutti i tuoi avversari interni avevano sempre sognato di realizzare senza averne il coraggio. Questa uscita dimostra purtroppo che culturalmente hanno vinto loro, perché come loro ti comporti. Non sei in maggioranza, allora esci. Giochi solo se vinci. Come i bambini viziati. Come un Bersani qualsiasi. Ma peggio, ottemperi al mantra togliattiano e poi dalemiano: “mai essere in minoranza nel partito, perché il partito è il fine”. Esci dal grande partito malato di conformismo, il conformismo delle oligarchie, per fare un partitino personale che sul conformismo, in questo caso sull’obbedienza al capo, costruisce la propria identità. E la contendibilità della leadership che fine ha fatto? Così dimostri che Bersani, sconfitto nella società, ha però l’egemonia nel palazzo.

E questo se stiamo al paese. Se poi passiamo all’Europa peggio mi sento. Difficilmente Italia viva resterà nel PSE. Molto probabilmente andrà con i liberal democratici. Quindi andrai fare lo junior partner di Macron in Europa mi sembra una prospettiva di futuro subalterna, non degna del Matteo Renzi in cui abbiamo creduto e che ci ha mobilitato giorno e notte.

Io penso che il PD sia ancora un soggetto politico contendibile ma bisognava avere pazienza. Quello che mi sento di dire è che un partito sponsorizzato dal fondo finanziario Algebris e da un signorile figlio di mammà come Lupo Rattazzi non promette di aggredire le contraddizioni in cui siamo imbrigliati.

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