Elisabetta Favale
E(li's)books
24 Settembre Set 2019 1602 24 settembre 2019

Romanzo egiziano di Orly Castel-Bloom - Recensione

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Ho letto Romanzo egiziano di Orly Castel-Bloom domenica pomeriggio, è quel tipo di libro che si legge senza interruzioni perché ha i toni di un racconto confidenziale. L’editore che lo ha pubblicato in Italia è Giuntina, la traduzione è di Shulim Vogelmann.

Il libro

Qual è il modo migliore per raccontare la storia della propria famiglia? Orly Castel-Bloom non ha dubbi: la memoria deve esplodere, autobiografia e immaginazione devono confondersi. E se il passato è irrequieto, ogni occasione è allora buona per fare un passo indietro: ai tempi di re Ferdinando II e di Isabella la Cattolica, ad esempio, quando «la Spagna vomitò i due grandi nemici del maiale che vivevano nel suo ventre: gli ebrei e i musulmani», costringendo i fratelli Castil a lasciare Torre de Mormojon in Castiglia; o durante la Primavera araba del 2011, quando «l’esercito egiziano aprì il fuoco sui manifestanti sparando proiettili veri». Possiamo ritrovarci, senza rendercene conto, tra i giovani militanti sionisti del Cairo che si stanno preparando ad emigrare in Israele, o nel 1952, tra i membri del gruppo egiziano di un kibbutz, a litigare per una valigia «come se fosse stata d’oro e nel mondo non esistesse il socialismo». La saga dei Castil affiora inaspettatamente da un insieme di memorie autobiografiche, fantasie e racconti. Una narrazione sovversiva e coinvolgente che si muove tra passato e presente con i ritmi antichi dell’oralità, ma che non lascia mai il lettore spaesato. Romanzo egiziano sembra voler disorientarci di proposito solo per rivelarci che certe storie non conoscono linearità e che, per essere felici di tornare a casa, a volte è necessario perdersi.

La mia lettura

Ho imparato che nella Tradizione ebraica c’è un imperativo categorico: zachor!, Ricorda, il ricordo comune, condiviso, è importante, quasi elemento fondamentale per la sopravvivenza di questo popolo.

L’oralità nella cultura ebraica è intesa come il momentum in cui contemporaneamente possono intersecarsi passato e presente e perché no? Anche futuro.

In questo romanzo Orly Castel-Bloom mette in moto la macchina del tempo per un viaggio affascinante che vede protagonisti i fratelli Castil nel loro peregrinare dalla Castiglia al Portogallo a Gaza in un lunghissimo lasso di tempo.

Il racconto comincia con il matrimonio di Viviane a Karkur, che sposa senza abito tradizionale e in casa del rabbino, Charlie, il più piccolo dei fratelli Castil:

Ha detto che verrà con il trattore attraverso i campi, si ripetè viviane guardandosi allo specchio del bagno della banca mentre si pettinava i capelli. […] era il giorno del suo matrimonio […] Da ora in poi non sarebbe stata più diversa dalle altre espulse dal garin (gruppo) egiziano”.

Dal racconto del matrimonio sappiamo per esempio che il rabbino era di origine iraniana ma che il rituale sarebbe stato intercomunitario. Sappiamo anche che Charlie era antireligioso e comunista:

C’era dentro fino al collo, Hashomer Hatzair qui e Hashomer Hatzair là, non faceva che parlare del movimento giovanile socialista

Insieme a Charlie e Viviane protagonista è un’altra coppia: Adele e il fratello di Charlie, Vita.

Vita era già sposato con Adele che non mangiava il tuorlo dell’uovo sodo e raccontava a tutti quelli del garin egiziano del kibbutz che lei era per metà askenazita

C’è la vita nel kibbutz, riferita in modo quasi ironico…

I vestiti di Adele erano arrivati in Israele nella sua valigia. Una volta nel kibbutz, quando aveva dovuto spartire i suoi beni con i compagni e le compagne, si era battuta non per le cose che c’erano dentro, ma per la valigia.”

C’è la politica che compare tra le pieghe della vita quotidiana:

Gli egiziani si identificavano sempre di più con il kibbutz, e più si identificavano, più si lasciavano coinvolgere nelle discussioni insulse che portarono l’ Hashomer Hatzair alla deriva. Nella loro ingenuità, prendevano troppo sul serio la libertà di pensare. […] Dopo che con il loro voto avevano disatteso alle decisioni del movimento centrale, gli egiziani in rivolta furono estromessi dalla pianificazione del lavoro. [Venne creata una commissione per l’espulsione”.

Ma si parla anche di religione, di amore, di famiglia, di dolore, Orly Castel-Bloom racconta le vite di uomini e donne che si sono trovati a rappresentare la “catena di trasmissione” di un pezzo di storia e siccome nella tradizione ebraica non esiste la parola storia ma il termine usato è “toledot” cioè “genealogie “, oppure anche “divrè ajamim”, “cronache, avvenimenti”, secondo questa tradizione Orly Castel-Bloom “organizza” la sua trama.

Quello che mi ha fatto riflettere molto è che Romanzo egiziano ci ricorda un passato caratterizzato da un cosmopolitismo vivace a cui la comunità ebraica aveva contribuito; più che una comunità, quella descritta in Romanzo egiziano assomiglia a una sorta di milieu caratterizzato da identità diverse.

Interessante è l’evoluzione che possiamo cogliere attraverso il racconto del linguaggio familiare, della modernizzazione dell’idea di madre dentro e fuori casa, di come muta l’unità simboleggiata dalla chuppàh (il baldacchino nuziale) nelle famiglie protagoniste.

Nel capitolo Rivoluzione si fa cenno alle condizioni del “fellah” del Nilo, nel capitolo La primavera delle sommosse si racconta delle manifestazioni per la libertà in piazza Tahir:

Ma nel novembre del 2011 avvenne un cambiamento significativo […] Quel giorno, l’esercito egiziano aprì il fuoco sui manifestanti sparando proiettili veri.”

Uno stile realistico, una prosa semplice, la brevità dei capitoli consente al lettore di passare da un’epoca all’altra, da un personaggio all’altro senza troppi sforzi, sarò banale ma per molti versi mi ha fatto pensare a Scene dalla vita di un villaggio di Amos Oz.

A me è piaciuto.

Romanzo egiziano di Orly Castel-Bloom – Giuntina (traduzione di Shulim Vogelmann)

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