Elisabetta Favale
E(li's)books
25 Settembre Set 2019 1156 25 settembre 2019

Nel profondo di Daisy Johnson - Recensione

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Molte volte, quando leggiamo romanzi e facciamo supposizioni su cosa l’autrice o l’autore abbia voluto significare, si è portati a domandarsi (io almeno lo faccio) se le nostre interpretazioni di lettori si avvicinano o meno alla realtà.

Nel caso di Daisy Johnson e del suo romanzo Nel profondo, sappiamo per certo (lo ha detto lei in molte interviste) che ha inteso rileggere il mito di Edipo, io invece ho pensato subito ad Hansel e Gretel (e in effetti ho trovato un cenno fugace nel testo…).

Sarah chiamava Gretel El, o certe volte Hansel o Rigretel

Rigretel … suona come “regret”, rimpiangere.

Il libro

Gretel lavora come lessicografa: aggiorna le voci del dizionario, ragionando quotidianamente sul linguaggio, attività che ben si addice alla sua natura riflessiva e solitaria. Ha imparato che non sempre esistono vocaboli precisi per indicare ogni cosa, almeno non nel linguaggio di tutti; ma quando era piccola, e viveva su una chiatta lungo il fiume, lei e sua madre parlavano una lingua soltanto loro, fatta di parole ed espressioni inventate, e allora anche i concetti più astratti trovavano il proprio termine di riferimento, come il Bonak, definizione di tutto quello che più ci fa paura. Adesso sono passati sedici anni, esattamente la metà della vita di Gretel, da quando sua madre l’ha abbandonata, e le parole di quel codice stanno lentamente scolorendo, perdendosi nei fondali della memoria. Ma una telefonata inattesa arriverà a riportarle a galla, insieme ai ricordi di quegli anni selvaggi passati sul canale, dello strano ragazzo che trascorse un mese con loro durante quel fatidico ultimo anno, di quella figura materna adorata e terribile con la quale è arrivato il momento di fare i conti.
I personaggi, i luoghi, la memoria, il linguaggio: ogni cosa è fluida e mutevole, come le acque torbide del canale che fanno da ambientazione a questa storia magnetica. Attraverso una scrittura dalla precisione quasi inquietante, che le è valsa una candidatura al Man Booker Prize a soli ventisette anni, Daisy Johnson si serve di riferimenti culturali che vanno dal mito classico al folklore nord-europeo e costruisce un racconto di rara suggestione, in cui risalire le correnti del passato è l’unico modo per costruire la geografia del presente.
Nel profondo è un romanzo già in grado di emanare la propria mitologia.

La mia lettura

Gretel, nomen omen. Anche qui, come nella fiaba dei Fratelli Grimm la figura della madre è un figura di “madre-strega” perché abbandona la figlia e prima ancora la coinvolge in scelte che non hanno come priorità quella di proteggerla.

Per diventare adulta (in senso psicologico) Gretel deve “eliminare” sua madre, deve controllare le sue emozioni senza giudizi di valore, solo liberandosi della figura materna può chiudere con le sue lamentazioni e le crisi abbandoniche.

Gretel però non smette di pensare a sua madre e non riesce a non occuparsi di lei quando improvvisamente ricompare.

Non volevo altro che scacciarti, cavarti dalle mie viscere come fa l’Alzheimer, che strappa via dal cervello un pezzo grosso come un’arancia. “

Importante nel rapporto madre-figlia, nella vita in comune, quella che ha segnato nel profondo Gretel, è la loro radicale alterità rispetto al mondo “normale” , Gretel e Sarah vivono su una barca, sul fiume, non si preoccupano loro, e neppure quelli che gravitano attorno a loro, dei paradigmi etici e sociali convenzionali.

Il fiume fangoso, nasconde misteri, rifiuti, è lo sfondo ideale per quelle vite border line.

Eravamo come degli alieni. Come gli ultimi sopravvissuti sulla terra.”

Come Hansel e Gretel che tornano alla casa dai genitori nonostante li abbiano abbandonati, così la Gretel di Nel profondo non smette mai di cercare sua madre perché non è possibile liberarsi dalle proprie radici, belle o brutte che siano, è necessario affrontarle per superarle nei limiti e nelle ombre che si portano dietro..

Allora forse la crescita di Gretel sta nell’intelligenza emotiva che dimostra superando l’astio, la paura, sopportando perfino le non- risposte.

Interessante il modo in cui l’autrice “chiude il cerchio” rispetto alla funzione del linguaggio come rappresentazione del mondo e della verità. Se da piccola Gretel aveva parlato un lingua che sua madre aveva inventato per loro soltanto, che tagliava fuori gli altri come una sorta di NON-COMUNICAZIONE, ora, da adulta, deve fare i conti con un nuovo linguaggio, quello di una persona malata di Alzheimer che, nel il suo cammino di progressivo deterioramento, perde le abilità cognitive che le consentono di comprendere anche i costrutti linguistici. Agghiacciante!

“Non cerco neanche più di oppormi alla tua regressione linguistica […] La degenerazione fa il suo corso. Cerchi le scarpe e ti dimentichi di averle ai piedi. Cinque o sei volte al giorno mi guardi e mi domandi chi sono. Certe mattine, invece, sai perfettamente chi siamo. Metti sul bancone tutti gli utensili che riesci a rimediare e prepari delle colazioni grandiose.”

L’ambientazione sul fiume è desolante, a me ha ricordato, per associazione di idee, Les Amants du Pont-Neuf, il film, dove i protagonisti vivevano sotto il ponte più antico di Parigi, lungo il fiume, in una condizione di degrado dove la solidarietà con gli altri “abitanti” ricorda quella di un piccolo branco di cani randagi, anche qui come nel film ricorre il tema della cecità, Charles è cieco.

Interessanti gli escamotage sintattici che Daisy Johnson ha usato per trasmettere l’inquietudine, lo ha fatto talvolta attraverso la punteggiatura, altre attraverso l’uso non “lineare” di verbo e soggetto, interessante anche la scelta di ignorare del tutto il genere, uomo/donna in questa storia si confondono.

Un romanzo che esamina i mezzi per rompere e ricollegare legami spesso incerti ma inevitabili: la lingua, il genere,la famiglia.

Margot e Marcus, Fiona, Charles, Roger, Laura, Sarah e Gretel, tutti interconnessi e nessuno può fermare gli eventi, i loro destini si devono compiere loro malgrado. Una trama complessa, tante storie intersecate tra loro, difficile tenere i fili degli avvenimenti, notevole che in così poche pagine (276 ) l’autrice sia riuscita a sviluppare tanti profili psicologici dalle caratteristiche spinose, contorte.

I luoghi dove siamo nati ritornano. Si travestono da emicranie, mal di stomaco, insonnia. Sono la sensazione di cadere con cui a volte ci svegliamo, brancolando in cerca della luce, certi che tutto ciò che abbiamo costruito sia scomparso nella notte.”

Daisy JohnsonNel Profondo – Fazi editore (traduzione di Stefano Tummolini)

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