Elisabetta Favale
E(li's)books
1 Ottobre Ott 2019 1646 01 ottobre 2019

La Genova di De André – Giuliano Malatesta . Recensione

339EC5C6 79BA 4298 90A2 A5461E726E25

Genova è una città che ho sempre percepito misteriosa, inafferrabile. Giuliano Malatesta ha appena pubblicato con l’editore Giulio Perrone (la collana è Passaggi di dogana) una speciale guida della città, La Genova di De André dove il filo conduttore sono le vicende umane e artistiche di un genovese speciale: Fabrizio De André.

Quella che ci regala Malatesta è una città raccontata attraverso ricordi, storie di amicizia di chi Faber l’ha conosciuto e con lui ha vissuto la città che con la sua allure ha consentito la nascita e lo sviluppo di un vero e proprio “incubatore” di creatività, la (NON)scuola genovese...

De André è oramai figura iconica della musica italiana, il suo rapporto con Genova fu complicato, non amore incondizionato ma amore con riserva perché un personaggio così può essere ingombrante e Malatesta racconta bene questo rapporto controverso, ma Genova era “ la casa” per Faber e su questo non c’è dubbio.

Giusta la scelta di restituirci un De André che esce dai soliti schemi, Malatesta riporta tra gli altri, il ricordo di Lorenza Bozano, amica del cantautore, lo ospitava insieme ad altri amici nella sua villa di Sarissola: «Dicono che Fabrizio frequentasse solo i poveracci, ma figuriamoci. Era uno che se non si vestiva di bianco e di blu non usciva neanche di casa», siamo abituati a pensarlo meno borghese in effetti!

Belle le ricostruzioni del contesto sociale e morale di Genova che hanno ispirato le sue canzoni, per esempio  Duménega, la domenica, la canzone dell' album Crêuza de mä, che si riferisce ai tempi in cui in città le prostitute erano relegate in un quartiere dal quale potevano uscire nei giorni di festa.

«Invece di una giornata d' aria diventava una sorta di calvario, che si fermava a Ciamberlin e che aveva le sue tappe in Cagnàn e anche alla fuxe, dove questo popolino bigotto, stronzo e represso diceva loro quello che non poteva dire loro di sabato, di giovedì e di lunedì»

Così ricordava il cantautore nel suo diario.

Leggendo La Genova di De André ho scoperto che uno dei tanti soprannomi della città era la Stalingrado dei teatri, questo perché in città le avanguardie artistiche non attecchivano più da quando i futuristi “avevano fatto le valigie” ma anche perché durante il conflitto mondiale molti dei teatri furono distrutti, ne era sopravvissuto uno solo l’Augustus che ospitava anvanspettacolo e rappresentava una immagine decadente della città. Solo con il Teatro Stabile la città ricomincerà a godere di certa prosa. Racconta Malatesta di quando nel ’57 tre giovani attori Myria Selva, Paola Giubilei e Duilio Provvedi trovarono, in Via XX Settembre uno spazio da adibire a teatro anche se l’aspetto e la struttura non erano esattamente adatti ma da quel posto angusto senza palcoscenico o sipario Genova ripartì col teatro.

Volendo immaginare un percorso cittadino amato dal cantautore allora dobbiamo dirigerci sicuramente nel quartiere della Foce, quello più vicino al mare “Veddo là a Fôxe e sento franze o mâ”si dice in genovese, dalla Foce si dice partirono i volontari garibaldini…

Ovviamente La città vecchia, con Via del Campo e il portone del “vecchio professore” e dove oggi c’è Viadelcampo29rosso, museo gestito dalla Cooperativa Solidarietà e Lavoro dove è possibile ammirare dischi in vinile originali, fotografie, libri, riviste d’epoca, e la famosa “Esteve '97”, la chitarra di De André.

Poi c’è Sottoripa, dove c’era un locale famoso frequentato anche da Paolo Villaggio, e vicino al Porto Antico e Ponte Morosini le case rosse che De André amava tanto, lì avrebbe voluto abitare, oggi il pontile che porta all’isola delle Chiatte del Porto Antico è dedicato a lui.

E ancora il ghetto, Vico Untoria e la favola della Princesa (la canzone racconta la vera storia di Fernanda Farias de Albuquerque, transessuale brasiliana), dove c’è l’associazione Princesa presieduta da Rossella Bianchi, nata Mario, classe ’42, è una delle regine del ghetto che conobbe Faber (c’è un libro uscito la scorsa primavera che racconta la sua storia).

Creuza de mä è l’ album che rappresenta benissimo Genova, dedicato alla realtà mediterranea e per questo cantato interamente in lingua genovese, che, come è facilmente intuibile, è stata per molti secoli una delle principali lingue usate per la navigazione e gli scambi commerciali.

De André sviluppa un grande interesse per le minoranze linguistiche oggi questo album è considerato di fatto una pietra angolare dell'allora nascente world music, un caposaldo della musica etnica e il punto di partenza è la “lingua” della sua città. Girando per Genova è la giusta colonna sonora!

Una curiosità che aggiungo io riguarda l’album Non al denaro non all’amore né al cielo (1971); un concept album ispirato ad alcune poesie tratte dall'Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters, le musiche le compose insieme a Nicola Piovani. Per ogni canzone è possibile risalire ad una storia del libro, che è stata spunto della riscrittura di De André. Nel 1972 la casa discografica Produttori Associati, senza consultare l'artista, lo iscrive al Festivalbar con il brano “Un chimico” (pubblicato su 45 giri): De André apprende la notizia dai giornali e convoca una conferenza stampa in cui dichiara che «La casa discografica mi ha trattato come un ortaggio».

E’ l’11 gennaio del 1999 Lorenza Bozano, l’amica di gioventù, si trovava come di consueto nella sua villa di Sarissola “ il telefono iniziò a squillare.

Era mio marito. Alla televisione dicono che è morto Fabrizio, mi disse senza giri di parole. Rimasi immobile per un istante, come impietrita, poi di colpo mi vennero in mente due versi della Guerra di Piero Ninetta mia, crepare di maggio, ci vuole tanto troppo coraggio, Ninetta bella, dritto all’inferno, avrei preferito andarci d’inverno

La Bozano aveva sentito il cantautore e amico qualche mese prima, non stava bene ma sembrava convinto che fossero le conseguenze di un brutto litigio col figlio Cristiano, così evidentemente non era.

I funerali di Faber furono celebrati nella Basilica di Carignano il 13 gennaio del 1999, moltissimi furono i cittadini che vollero rendere omaggio al “più grande traditore di classe della storia”.

Una storia che Malatesta racconta attraverso tante voci, la voglia di perdersi nei caruggi, in questi vicoli dove «il sole del buon Dio non da i suoi raggi» (per citare il cantautore), è tanta, anche per vedere se è vero che si resta con “quella faccia un po’ così, quell’espressione un po’ così che abbiamo noi che abbiamo visto Genova.”

La Genova di De André – Giuliano Malatesta – Giulio Perrone editore

 Iscriviti alla newsletter

Vuoi essere sempre aggiornato? Iscriviti alla newsletter de Linkiesta.it .

Quando invii il modulo, controlla la tua inbox per confermare l'iscrizione

 Seguici su Facebook