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3 Ottobre Ott 2019 1655 03 ottobre 2019

Comincia un decennio d’azione per lo sviluppo sostenibile

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Sono stati dieci giorni intensi, a New York e in tutto il mondo, che hanno messo in evidenza buone pratiche, ma anche gravi ritardi rispetto all’Agenda 2030. Un interrogativo: come dovrà cambiare il sistema economico?

“Il tempo delle parole è finito. Ora comincia un decennio di azione per gli Obiettivi globali”. Titola così l’articolo sul sito del Dipartimento affari economici e sociali dell’Onu (Undesa), a conclusione di alcune giornate molto intense, per il Climate action summit del 23 e l’Assemblea generale delle Nazioni Unite del 24 e 25, con numerosi eventi collaterali, il tutto accompagnato dalla mobilitazione mondiale del movimento “Fridays for Future”.

È tempo di agire. Questo messaggio e questa richiesta diretta ai leader mondiali è risuonata chiara e forte durante la settimana intensa di incontri Onu ad alto livello che ha portato la comunità internazionale ad affrontare le sfide più critiche del nostro tempo. I temi scottanti che sono stati discussi per raggiungere soluzioni globali entro il 2030 hanno abbracciato l’azione per il clima, la copertura sanitaria mondiale, il finanziamento dello sviluppo sostenibile e le drammatiche sfide che riguardano le piccole isole - nazione.

Come ricorda l’articolo di Undesa, in questi giorni non si è soltanto parlato in termini generali, ma sono state presentate numerose azioni positive già in corso per realizzare gli SDGs. Sono state anche descritte diverse iniziative del mondo finanziario a favore dello sviluppo sostenibile e sono stati assunti impegni per aumentare gli investimenti nelle aree più colpite dai cambiamenti climatici. Alla presentazione delle buone pratiche ha contribuito anche l’ASviS: la campagna “Saturdays for Future” è stata selezionata dall’Onu tra migliaia di proposte arrivate da tutto il mondo e venerdì 27 settembre è stata presentata da Ottavia Ortolani, del Segretariato dell’Alleanza, nella SDG Action Zone al Palazzo di Vetro. L’ASviS, invitata in quanto organizzazione della società civile, è stata l’unica realtà italiana rappresentata all’Onu.

Al termine di questi giorni così ricchi, resta però la sensazione che gli Obiettivi sono ancora lontani e che il mondo non è sulla strada giusta. Già lo aveva ricordato il Sustainable Development Goals Report 2019 del Segretario generale dell’Onu António Guterres, perché accanto a numerosi elementi di progresso,

ci sono molte aree che richiedono una urgente attenzione collettiva. L’ambiente naturale si sta deteriorando a un ritmo allarmante: il livello dei mari sta salendo; l’acidificazione degli oceani sta accelerando; gli ultimi quattro anni sono stati i più caldi mai registrati; un milione di specie vegetali e animali sono a rischio di estinzione; il degrado dei territori non è stato fermato. Ci stiamo anche muovendo troppo lentamente nei nostri sforzi per porre fine alle sofferenze umane e per creare opportunità per tutti: il nostro obiettivo di eliminare la povertà estrema entro il 2030 è messo a repentaglio mentre ci battiamo per dare una risposta alla deprivazione, ai conflitti violenti e alle vulnerabilità di fronte ai disastri naturali. La fame globale sta aumentando e almeno metà dei bambini del mondo non raggiungono standard adeguati in lettura e matematica; solo il 28% delle persone affette da disabilità gravi ricevono aiuti in denaro; le donne in tutto il mondo continuano a dover affrontare svantaggi strutturali e discriminazioni.

Anche i giovani di “Fridays for Future” hanno manifestato la loro insoddisfazione, rifiutando il premio Champions of the Earth 2019, il più alto riconoscimento ambientale delle Nazioni Unite:

È un grande onore, ma non possiamo accettarlo. Siete voi che dovete meritarvelo, voi che all’Onu avete il potere di salvare l’umanità da se stessa.

Andando avanti nell’impegno a realizzare gli SDGs dell’Agenda 2030, ci si rende conto delle complessità a esse connesse: non bastano mille buone azioni, serve una visione globale e integrata. Emergono interrogativi importanti, che devono essere affrontati per non inciampare nel percorso. Il primo interrogativo riguarda il passato.

È giusto giudicare tanto negativamente il corso della Storia degli ultimi decenni come fanno i giovani seguaci di Greta Thunberg? La domanda è posta sul Corriere della Sera da Pierluigi Battista, che risponde in modo articolato:

Greta, che ha il merito di dirci che andando avanti così presto manderemo in rovina «questo capolavoro sospeso nel cielo» cantato da Adriano Celentano nel suo allarme in Mi settima quasi una sessantina di anni fa, si arrabbia molto perché chi l’ha preceduta non avrebbe generato che catastrofi e dolore, «rubando» la sua giovinezza e il suo futuro. Ma questo non è vero, o almeno è molto ingeneroso, perché il progresso così veementemente deplorato ha consentito a tanti sfortunati coetanei africani di Greta di avercelo, un futuro, semplicemente perché sono sopravvissuti alla strage della miseria che mieteva in passato un numero incalcolabile di innocenti: senza il progresso quei coetanei di Greta starebbero tutti sottoterra ancora bambini, nel buio eterno.

Questo non toglie nulla alla validità del messaggio di Greta sui rischi che corre l’umanità, ma può aiutare a vedere in una luce meno negativa quanto è stato fatto finora.

Il secondo interrogativo riguarda invece il futuro: la rivoluzione che auspichiamo, l’azione sul clima, la riduzione delle diseguaglianze, sono compatibili col sistema economico come noi lo conosciamo? In altre parole, il capitalismo è in grado di affrontare la più grande sfida del 21esimo secolo? Anche l’Economist si è posto il problema in un recente editoriale. Dopo aver messo in evidenza che la crisi climatica deve essere affrontata subito, coinvolgendo anche those who do not yet much care, la parte di umanità meno sensibile al problema, il giornale scrive:

Per alcuni, compresi molti dei milioni di giovani idealisti che partecipano agli scioperi sul clima, la soluzione del problema richiede la castrazione o lo sradicamento del capitalismo. Dopotutto, questo sistema è cresciuto attraverso l’uso dei combustibili fossili in quantità crescenti e l’economia di mercato ha fatto poco per affrontare il problema. Più di metà dell’anidride carbonica diffusa nell’atmosfera a seguito delle attività umane è stata rilasciata dopo l’inizio degli anni ‘90, quando gli scienziati avevano già dato l’allarme e i governi avevano detto che si sarebbero impegnati reagire.

Chi pensa che il capitalismo sia incompatibile con la rivoluzione della sostenibilità chiede limiti al perseguimento del benessere individuale e forti vincoli statali agli investimenti. Com’è facile immaginare, la rivista, considerata il tempio del liberalismo, dà una risposta diversa:

Se lo spirito di intrapresa che ha portato a sfruttare il potere dei combustibili fossili durante la rivoluzione industriale deve dimostrare la sua vitalità, gli Stati che finora ne hanno maggiormente beneficiato devono essere in grado di dimostrare che questi atteggiamenti sono sbagliati. Devono essere in grado di trasformare i meccanismi dell’economia mondiale senza rinunciare ai valori che hanno dato vita a questa economia. Alcuni affermano che l’amore per la crescita economica insito nel capitalismo si pone inevitabilmente in conflitto con la stabilizzazione del clima. Questo giornale pensa che abbiano torto. Tuttavia, il cambiamento climatico potrebbe essere l’abbraccio della morte per la libertà economica così come per molte altre cose. Se il capitalismo vuole restare in gioco, deve saper affrontare questa sfida.

Ha ragione il giornale inglese? Difficile dirlo. Abbiamo una bussola, che è l’Agenda 2030: se non raggiungeremo gli SDGs il mondo sarà certamente in condizione peggiore. Ma non conosciamo il punto di arrivo: non siamo ancora in grado di esplorare tutte le complessità e le interazioni di un mondo da otto o nove miliardi di persone, che vorremmo tutte fuori dalla morsa della fame e della miseria estrema, ma che al tempo stesso dovrebbe avere una impronta su questo Pianeta, in termini di consumo delle sue risorse, più “leggera” dell’attuale. E non siamo in grado di prevedere come dovrà cambiare il sistema economico.

Chi studia il futuro dovrà aiutarci a dare queste risposte e anche l’ASviS è impegnata in questa direzione con l’iniziativa “Oltre il 2030” che presto vedrà la luce. Intanto, continuiamo nel nostro impegno per comportamenti e per politiche sostenibili. Sui comportamenti, segnaliamo la prima edizione dei Saturdays for future, che si è tenuta sabato scorso con grande successo. Sulle politiche, le proposte che l’Alleanza consegnerà domani alla politica e a tutta l’opinione pubblica con il suo Rapporto annuale. Non pretendiamo di avere tutte le risposte, ma vogliamo stimolare le domande giuste: ai consumatori sui loro comportamenti, ai dirigenti politici e ai capi d’azienda sulle loro scelte per il bene collettivo.

di Donato Speroni, Responsabile della Redazione dell'ASviS

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