Elisabetta Favale
E(li's)books
3 Ottobre Ott 2019 1339 03 ottobre 2019

Inciampi – Storie di libri, parole e scaffali di Marco Filoni

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Ho letto in anteprima un saggio assai singolare e decisamente divertente, esce oggi 3 ottobre e si intitola Inciampi. Storie di libri, parole e scaffali, l’autore è Marco Filoni, l’Editore Italo Svevo, la collana è “Piccola biblioteca di letteratura inutile”.

Di cosa parla Inciampi?

Il libro

Questo libro rivela una certa ossessione nel voler guardare le cose, come dire, da un lato inusuale. In fondo le librerie dovrebbero essere soltanto dei ripiani, il dizionario una lista di parole, l'ordine con cui si mettono i libri sugli scaffali qualcosa di normalmente personale, una traduzione giusto il passaggio di un testo da una lingua all'altra e, comunque la si voglia vedere, un poeta che quasi non scrive poesie non lo si dovrebbe considerare tale. A meno che non lo si chieda a chi si ostina nel pensare i libri e la letteratura un inciampo nella solida e noiosa normalità. Ma non bisogna spaventarsi, perché forse l'unico momento in cui l'autore di questo libro è riconoscibile nella sua autorevolezza filosofica, è quando, nel finale, fa l'elogio del tergiversare.

La mia lettura

“Perché in fondo c’è un’umanissima realtà nell’inciampare, nell’incepparsi. Anzi, la realtà è lì dove si inceppa così sembra che una volta, a chi gli chiedeva cosa fosse la realtà, abbia risposto, urlando, Jacques Lacan.”

Io inciampo di continuo in mille cose. Inciampo nei libri, negli ultimi giorni sono inciampata in almeno 3 libri che non conoscevo e che ho sentito la necessità di avere immediatamente, subito dopo l’inciampo… ma inciampo anche in altre cose, nelle fotografie, nei film, nelle canzoni e ogni volta m’inceppo!

Il saggio di marco Filoni parte dall’Ordine, quello che si è soliti dare ai libri.

Walter Benjamin nel 1931, riferisce l’autore, scrisse un saggio sul rapporto che i lettori hanno con i libri: “Tolgo la mia biblioteca dalle casse. Discorso sul collezionismo” in cui scriveva: “Così l’esistenza del collezionista è tesa dialetticamente tra i poli dell’ordine e del disordine”.

Ho subito visualizzato le librerie che io e mio marito abbiamo in casa, quando lo scorso anno ci siamo trasferiti a Vicenza abbiamo “tolto la biblioteca dalle casse” ma l’ordine che gli abbiamo dato è assolutamente un disordine … nessuna vera logica, nel senso di una logica condivisibile con chiunque, gli unici a capirla siamo noi! Ma …

le biblioteche private […]hanno una loro geografia – e una geologia – individuale, propria, persino discretamente segreta, quasi un rito iniziatico per accedere ai sacri luoghi.”

Adesso che abbiamo scoperto come la pensava Calasso “l’ordinamento di una biblioteca non tro­verà mai – anzi non dovrebbe trovare mai – una soluzione. Semplicemente perché una biblioteca è un organismo in perenne movimento” ci sentiamo assolutamente legittimati a continuare su questa strada.

E voi che metodo usate????

Quando facevo l’Università avevo preso l’abitudine di andare a studiare nella biblioteca comunale (mi sono laureata a Perugia e la Biblioteca Augusta è magnifica) in sale con scaffali a vista, dunque libri a portata di mano e consultabili (non so se è ancora così). E’ lì che sono INCIAMPATA per esempio in Magritte che è diventato uno dei miei pittori preferiti. Sfogliavo, tra una pausa e l’altra dello studio (sono laureata in diritto amministrativo) libri di storia dell’arte, lo facevo con una attenzione misurata, quella che si riserva a qualcosa di non obbligatorio; giorno dopo giorno ho sfogliato decine di libri tanto da diventare una appassionata di pittori cubisti e surrealisti, ho costruito così i miei gusti in fatto di pittura.

Inciampando.

Marco Filoni ci ricorda giustamente un saggio di Umberto Eco “De Bibliotheca “ in cui il “Sommo” scriveva: “Ma la principale funzione della biblioteca, almeno la funzione della biblioteca di casa mia e di qualsiasi amico che possiamo andare a visitare, è di scoprire dei libri di cui non si sospettava l’esistenza, e che tuttavia si scoprono essere di estrema importanza per noi”. Ecco che infatti “Una biblioteca diventa un’avventura.”

Poi c’è la parte dedicata ai dizionari.

Se siamo la lingua che parliamo, allora i dizionari sono le nostre biografie. Vite scritte, stampate – tenendo sempre salda, come l’ombra, un’esortazione: scrivere bene una vita è difficile quanto viverla. Allora, una parola dopo l’altra, i dizionari contengono l’universo in ordine alfabetico, ma proprio come le parole – e le vite – sono oggetti finiti, effimeri e fragili.”

Io posseggo molti dizionari, diversi di italiano e poi dizionari che mi hanno accompagnato nella vita da studentessa: il mitico e pesantissimo Rocci per le versioni di greco, IL per il latino e per l’inglese … l’unico, l’inimitabile Oxford English Dictionary (in origine New English Dictionary on Historical Principles) noto a tutti con l’acronimo OED.

Non conoscevo assolutamente la storia del più famoso dizionario di lingua inglese che è raccontata in un libro di Simon Winchester, Il pazzo e il professore.

Si narra che nel 1897 il professor James Murray della Philological Society di Londra, direttore editoriale dell’Oxford English Dictionary, si recò nel manicomio criminale di Broadmoor per conoscere uno dei più fedeli collaboratori, il dottor W.C. Minor.

Non lo aveva mai incontrato di persona e si era persuaso che si trattasse del direttore del manicomio invece scoprì che Minor altri non era che un detenuto ricoverato da più di vent’anni per aver ucciso un uomo.

Minor aveva letto l’annuncio che Murray aveva pubblicato su una rivista in cui faceva un appello per cercare collaboratori, era una vera e propria “chiamata ai lettori” per entrare a far parte del comitato scientifico incaricato di scrivere il dizionario.

A Minor “il pazzo” non parve vero … dovendo vivere in isolamento per lui era come ricominciare a vivere ecco che divenne uno dei più apprezzati membri del comitato senza che nessuno conoscesse la sua situazione.

Il dizionario venne completato nel 1927, esattamente il 31 dicembre e il

New York Times pubblicò la notizia in prima pagina il mattino dopo, una domenica, annunciando l’inserimento dell’ultimo lemma che esauriva l’alfabeto: si trattava di zyxt, un’antica parola del dialetto del Kent (dal verbo “vedere”). Il quotidiano newyorchese scriveva, con generosa solennità, che si era concluso «uno dei più bei romanzi d’amore e d’avventura della letteratura inglese».

Vi lascio la curiosità di scoprire cosa scrive Marco Filoni nei capitoli intitolati Consistenze, Traduzioni, Scaffali e vi accenno il contenuto di Silenzi.

In Silenzi sono inciampata nel poeta Avraham Ben Yitzhak che non conoscevo e che, ho scoperto, è considerato uno degli intellettuali più blasonati del Novecento, il suo merito è di aver scritto 11 poesie. Soltanto.

Ve ne regalo una:

Ogni giorno lascia in eredità al successivo un sole morente
e ogni notte ne piange un’altra.
Un’estate dopo l’altra viene raccolta insieme alle foglie cadute
e del suo dolore canta il mondo.

E domani moriremo, privati della parola,
e come nel giorno in cui uscimmo ci fermeremo dinnanzi al portale quando chiuderà.
E se il cuore gioirà: ecco, Dio ci ha avvicinati,
si ricrederà e tremerà temendo il sacrilegio.

Ogni giorno offre al successivo un sole ardente,
una notte dopo l’altra riversa stelle,
sulle labbra di pochi solitari si ferma una poesia:
per sette vie ci dividiamo e per una sola facciamo ritorno.

E infine … Procrastinare

Qui sento di non essere esattamente in target … se Mark Twain diceva “Non rimandare a domani ciò che puoi fare dopodomani” … io sono della scuola di non rimandare mai nulla perché tempus fugit! Ma sappiate che c’è chi, come il filosofo americano John Perry, docente a Stanford, arriva addirittura a studiare la propensione a rimandare le cose fino a pubblicare uno studio dal titolo Procrastinazione strutturata.

Un libro pieno di spunti, una trappola per chi ha la tendenza ad inciampare.

Inciampi – Storie di libri, parole e scaffali – Marco Filoni – Italo Svevo

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