Francescomaria Tuccillo
Ponte sull'Africa
11 Ottobre Ott 2019 1848 11 ottobre 2019

«UN PREMIO PER L’AFRICA» - Il Nobel per la Pace 2019 a Abyi Ahmed Ali è un insegnamento.

Abiy Crop C0 5 0 5 1340X828 70
Abiy Ahmed Ali, primo ministro etiope e Premio Noble per la Pace 2019

Oggi Oslo ha permesso al mondo di accendere le luci sulla nuova Africa.

Un anno e mezzo dopo la sua nomina a primo ministro del governo di Addis Abeba, che risale al 2 aprile 2018, un giovane uomo politico etiope ha ricevuto il Premio Nobel per la Pace. Si chiama Abiy Ahmed Ali e ha 43 anni. Quando il segretario del Comitato per il Nobel norvegese lo ha chiamato stamani al telefono per annunciargli la buona notizia, ha risposto «mi sento nello stesso tempo felice e umile. Questo è un premio per l’Africa» (https://youtu.be/_D2E3yxeUtg).

La notizia è non solo buona, ma anche ricca di insegnamenti e di stimoli, per molte ragioni: la biografia e la personalità di Abiy Ahmed Ali, il brevissimo tempo che ha impiegato per fare tanto (comprese cose ritenute impossibili fino al 1° aprile dello scorso anno), la frase che ha pronunciato al telefono e il valore simbolico che il suo riconoscimento assume per un continente intero.

Nato il 15 agosto 1976 a Beshasha, una cittadina di seimila anime al cuore dell’altopiano etiope dove predomina l’islamismo, Abiy Ahmed è il tredicesimo figlio di un padre poligamo e dell’ultima delle sue quattro mogli. Eppure si è convertito da ragazzo al cristianesimo, dimostrando subito di muoversi «in direzione ostinata e contraria».

Fin da piccolo le sue passioni sono state due: lo studio e la politica. I suoi compagni della scuola elementare di Beshasha lo ricordano come qualcuno di “diverso”: mentre la loro massima aspirazione era diventare ricchi mercanti di caffè, Abiy – che tutti chiamavano allora Abiyot, parola etiope che significa “rivoluzione” – aveva altri orizzonti. E sollecitava gli amici a studiare per riscattarsi. Lui lo ha fatto, dato che si è laureato prima in Computer Engineering, poi ha ottenuto un master in Transformational Leadership dall’università londinese di Greenwich, quindi un altro in Business Administration dalla Ashland University in Ohio, infine un PhD in Filosofia dell’università di Addis. Il titolo della sua ultima tesi era premonitore: Il capitale sociale e il suo ruolo nel risolvere i tradizionali conflitti in Etiopia. Il caso delle lotte religiose nella regione di Jimma (la sua).

Mentre faceva tutto questo, combatteva pure a mano armata contro il dittatore Mengistu, poi aderiva all’Oromo Democratic Party e nel 2010 veniva eletto in Parlamento. Dal 2015 è stato una delle figure centrali della rivolta africana contro il land grabbing, cioè l’acquisizione a poco prezzo di immense porzioni di terra da parte di multinazionali o privati esteri. E oggi è il più giovane capo di governo di tutta l’Africa e il primo dell’etnia Oromo che, pur essendo quella più vasta in Etiopia, è stata sempre marginalizzata.

Il Premio Nobel gli è stato attribuito «per i suoi sforzi per raggiungere la pace e la cooperazione internazionale, in particolare per la sua incisiva iniziativa per risolvere il conflitto di confine con l’Eritrea in stretta collaborazione con il presidente eritreo Isaias Afwerki». Oltre a riferirsi allo storico accordo, che ha posto fine il 16 settembre 2018 (cinque mesi dopo la sua nomina!) a una guerra durata vent’anni, la motivazione del Nobel aggiunge che nei suoi primi cento giorni di governo Abiy Ahmed «ha avviato importanti riforme per dare ai suoi concittadini la speranza di una vita migliore, promuovendo la riconciliazione, la solidarietà e la giustizia sociale».

Abiy Ahmed Ali con il presidente eritreo Isaias Afwerki il giorno della firma della pace tra i due paesi

Riforme non di poco conto, visto che annoverano la liberazione di migliaia di prigionieri politici, la legalizzazione dei partiti di opposizione, la fine della censura, la denuncia delle torture usate dai servizi di sicurezza dello stato (di cui il nuovo premier ha cacciato la maggior parte dei funzionari), la lotta senza quartiere alla corruzione, considerata non solo un crimine ma anche una stupidità priva di lungimiranza, poiché compromette l’avvenire di tutti a favore dell’interesse di pochi. E ancora l’impegno per la parità di genere e per l’ambiente. Dal 2018 la metà dei dicasteri di Addis Abeba è retta da donne, la presidente della Repubblica è una donna così come quella della Corte Suprema. Sono le prime e le sole in tutta l’Africa. Infine, Abiy Ahmed ha fatto piantare in poche ore 350 milioni di alberi sull’altopiano del Rift per contrastare il cambiamento climatico.

Lungi dal costituire un turbamento per gli assetti del paese, queste trasformazioni rapidissime e coraggiose ne hanno rilanciato l’economia come un razzo: con un PIL in aumento del 7,7% nel 2018 e dell’8,2% nel 2019, grazie alla ripresa dell’agricoltura e alla crescita dell’industria, l’Etiopia è considerata oggi il miracolo africano.

Sahle-Work Zewde, dall'ottobre 2018 prima donna presidente della Repubblica d'Etiopia

Questi i fatti, che testimoniano come il giovane leader etiope non abbia paura di abbattere muri eretti da anni e considerati invalicabili dalla maggioranza silenziosa (o meno) di ogni paese, non soltanto dell’Etiopia.

Abiy Ahmed è un simbolo perché non è il solo esempio di coraggio innovativo in Africa: come lui ce ne sono altri, emersi o emergenti, in Angola, in Gambia, in Kenya… Non è un caso se Freedom House, l’autorevole think tank americano che valuta ogni anno il grado di libertà nel mondo, abbia sottolineato nel suo ultimo rapporto come «in un contesto globale in cui la democrazia è in declino, l’Africa sub-sahariana abbia registrato progressi notevoli».

I nuovi leader africani, alcuni dei quali ho la fortuna di conoscere, sono tutti della stessa generazione – intorno ai 45 anni – e condividono le medesime caratteristiche: sono fieri della propria terra ma proiettati nel mondo, credono molto più di noi nel valore dello studio e del merito, hanno una formazione internazionale accurata, una competenza non solo tecnica ma anche umanistica, sono poliglotti (Abiy Ahmed, per esempio, parla quattro lingue), tolleranti e audaci. E infine, come lui ha fatto questa mattina, ricevendo la notizia del Premio Nobel, non esitano a dire… «Africa».

Il capo del governo di Addis non ha dichiarato infatti, se ci riflettiamo un istante, «questo premio è per l’Etiopia». Ha detto «è per l’Africa». Gli uomini e le donne nuovi del continente che sta oltre il Mediterraneo si considerano infatti, prima di tutto, africani. Sanno che i loro confini sono stati disegnati artificialmente dalle potenze coloniali che per secoli si sono spartite la loro terra come fosse un Risiko. Sanno che contano poco e anzi possono diventare un ostacolo. Sanno soprattutto che, per farsi ascoltare nel mondo e ottimizzare l’immenso potenziale di risorse e di gioventù di cui dispongono, devono adottare un approccio risolutamente pan-africano.

E noi, di fronte a tutto questo? Noi che ancora non riusciamo a immaginare un’Europa unita e abbiamo ascoltato per troppo tempo le sirene illusorie di un sovranismo antistorico e senza avvenire? Noi che stiamo correndo il rischio di fare dei nostri paesi delle piccole province periferiche nell’impero del mondo? Noi che cediamo ogni giorno terreno in Africa a favore dei giganti d’oriente – la Cina e l’India – che mai vi sono stati così attivi?

Speriamo che la luce accesa da Oslo ci aiuti a cambiare passo: a guardare a quello che per troppo tempo abbiamo chiamato «continente nero» non come a un «charity case», per citare il «Financial Times» di qualche giorno fa, ma come a un’opportunità di crescita economica, politica e culturale.

Il tempo che ci resta a disposizione per tornare in Africa come partner e non come conquistatori è poco. Lo spazio ancora molto, soprattutto per l’Italia, che è il “ponte” per eccellenza sul Mediterraneo e potrebbe, se lo volesse, giocarvi un ruolo fondamentale.

Dipende solo da noi: da chi ci governa – e che da Abiy Ahmed dovrebbe aver l’umiltà di prendere esempio –, dalle nostre imprese e dalla loro capacità di darsi una visione strategica, dagli enti che ne finanziano l’esportazione e dovrebbero essere più dinamici e più “colti”, e dalla nostra volontà individuale di costruire il futuro senza timori e senza preconcetti.

Altrimenti, per parafrasare Frida Kahlo, «non facciamo caso a loro. Vengono da un altro pianeta e ancora vedono orizzonti dove noi disegniamo confini».

Se continueremo però a disegnare confini, sarà peggio per noi.

 Iscriviti alla newsletter

Vuoi essere sempre aggiornato? Iscriviti alla newsletter de Linkiesta.it .

Quando invii il modulo, controlla la tua inbox per confermare l'iscrizione

 Seguici su Facebook