Francesco Fravolini
Notes da (ri)vedere
15 Ottobre Ott 2019 1504 15 ottobre 2019

Un monastero per custodire la cultura e riflettere sull'esistenza

66 Il Sogno Del Bosco (FIL Eminimizer)

Paola Vagliani, dopo aver trascorso la sua esistenza nel caos quotidiano di Milano, decide di costruire un casale in Piemonte, lontano dalla grande metropoli; purtroppo questo sogno svanisce con un incendio che distrugge buona parte del casale. Paola non si arrende e vuole promuovere una sottoscrizione per trovare i soldi e realizzare, sempre nello stesso luogo, un monastero laico dove riflettere sulla vita, sull'esistenza, sulle nostre scelte quotidiane. Paola intende raccogliere quarantamila euro per riparare il casale nel bosco. La disgrazia avvenne il 2 dicembre 2017. Paola, dopo una serie di rifiuti da parte di potenziali investitori per la vendita della nuda proprietà, decide di giocarsi l’ultima carta promuovendo un crowdfunding. La vita riserva a ognuno di noi scelte difficili, quindi è importante riflettere e comprendere. Il monastero nasce con questo obiettivo e vuole essere un luogo da tramandare alle nuove generazioni. Con Paola Vagliani vogliamo ripercorrere i momenti dell'incendio, soffermando la nostra attenzione sull'esistenza e sul valore culturale di un monastero.

Come pensi di realizzare ugualmente il tuo progetto?

«Voglio lanciare una sottoscrizione dopo aver macinato dentro di me questa scelta per diversi mesi. Per un anno e mezzo, dopo l'incendio, ho contattato Fondazioni di ogni tipo, le diverse associazioni di industriali, ogni istituzione privata che, almeno da ciò che dichiarano sui loro siti web, dicono di avere a cuore lo sviluppo del territorio. Poi ho proposto la vendita della nuda proprietà (scelta lacerante ma che vedevo come soluzione necessaria). Ma la mia proprietà non risultava appetibile per quel tipo di mercato. Poi ho pensato a un crowdfunding ma, memore di un'esperienza fallimentare di pochi anni fa e per una cifra assolutamente irrisoria rispetto a quella attuale (nonostante i bonus in cambio fossero a mio avviso interessanti), ho scartato il tentativo. Non mi dilungherò sull'impressione che ho maturato in merito ai crowdfunding, perché non credo sia di interesse. Sono consapevole che una sottoscrizione, soprattutto presentata a titolo personale, può destare alcune perplessità o persino fastidio presso certe persone, ma al momento è l'unica strada che vedo percorribile. Ho messo cuore, anima e tanta fatica in quel progetto, che procurava anche un piccolo indotto alla comunità, ed è per questo che mi sento in diritto di chiedere. Sarò un'inguaribile ottimista ma non posso permettermi di non crederci perché quella, in quella casa, è l'unica vita che voglio e posso vivere».

Perché sei decisa a promuovere una sorta di monastero? Hai un'idea specifica?

«Durante le invasioni che devastavano la penisola italica, i monasteri sono stati luoghi di rifugio dove il sapere veniva preservato. Il monastero a cui penso è un luogo protetto, silenzioso, decisamente laico, dove trovare un po' di pace lontano dalla folla e dal brusio, spesso litigioso, del mondo. Dove creare, dove scrivere, dove approfondire i propri studi, dove condividere se è il caso o più semplicemente dove riposare l'anima. Inizialmente, quando ho fatto la scelta di trasferirmi nella mia casa nel bosco, avrei voluto dedicare il luogo solo alle donne che si muovono da sole oppure in gruppo. Anche creando uno spazio per gruppi di lavoro (danza, pittura, cucina, o qualsiasi altro tema creativo). Ma anche in questo caso le diverse associazioni femminili alle quali mi ero rivolta non dimostrarono alcun interesse, se non in pochissimi casi individuali. Quindi, dal momento che la ristrutturazione mi aveva lasciata del tutto senza risorse, ho dovuto ripiegare per un microscopico e informale b&b, dove l'ospitalità era riservata a un solo ospite per volta, o al suo piccolo gruppo, giusto per sostenermi e sopravvivere economicamente. Gli inverni però erano duri, perché le presenze divenivano quasi nulle».

Il ruolo delle donne nel XXI secolo come deve interpretare le esigenze di una società in costante mutamento?

«Non mi sento molto a mio agio nel parlare di ruoli, mi piace più di parlare di scelte che possono anche cambiare nel corso degli anni (sia per quanto riguarda la collettività femminile vista nel suo insieme, sia per quanto riguarda la vita di una singola donna). Dal mio punto di vista puntare a un ruolo rischia di essere una trappola, in un certo senso. Perché il ruolo è una situazione cristallizzata, se la donna non ha il coraggio e l'energia per conformarlo al suo vero essere, ai suoi desideri e alle sue capacità, pur anche, anzi soprattutto, quando questa donna si trova in situazioni di rilevanza sociale. Ma anche al di fuori di questi contesti eccellenti, il ruolo può essere davvero la tagliola, la gabbia che impedisce di vivere una vita autentica. A tale proposito, anche se detesto le citazioni, nelle quali spesso si cerca un'autorevolezza per avvalorare ciò che si pensa, vorrei fare un'eccezione e citare la scrittrice Clarissa Pinkola Estès, che nel suo libro Donne che corrono coi lupi ha definito e spiegato una sorta di mappa e istruzioni di salvataggio per il vivere femminile, soprattutto a livello di interiorità. Scrittrice molto imitata negli anni che seguirono al suo libro ma pochissimo citata dalle stesse donne, purtroppo. Ma la lista delle donne "mentore" è lunghissima, su questa strada. Per come la vedo io, a parte, appunto, le eccellenze femminili nel campo della scienza, della ricerca e della significativa attività sociale a favole delle donne in situazioni di precarietà, il simbolico femminile vigente ora nel pensiero collettivo non mi sembra dei più incoraggianti. Forse perché è quello sul quale i media insistono di più, rischiando anche la mistificazione di una realtà che è più variegata e ricca di come viene presentata. Uno degli esempi più sconfortanti è, secondo me, il movimento me too. Una sorta di sussulto di offesa dignità a scoppio ritardato che non ha nulla a che vedere con la dignità femminile. Avrei invece molto da dire su come la società, ancora, nonostante mostri di strapparsi i capelli ad ogni assassinio di donna, non faccia veramente ciò che andrebbe fatto. Perché? Perché significherebbe autorizzare la donna a partire dal simbolico, quindi dall'origine, a rendersi responsabile della propria incolumità. Come invece è stato insegnato agli uomini, che hanno respirato questa legittimità del sopravvivere già con il latte materno. Per andare nel concreto, mi chiedo perché già dalle scuole primarie alle bambine non venga offerta l'opportunità di corsi di difesa personale, nelle stesse scuole. Questo non per creare delle piccole ninja, ma per cambiare quell'attitudine ancestrale che i millenni hanno modellato sulla donna insegnandole a sentirsi preda inerme. E si sa che la preda, quando attaccata, spesso si paralizza o si sente già sconfitta prima di difendersi».

Le persone come possono aiutare a realizzare il tuo sogno?

«Come possono aiutarmi le persone nel realizzare il mio sogno? Aderendo a questa mia sottoscrizione, o anche solo aiutandomi nel passaparola. In realtà quel sogno era già un progetto concreto, tirato in piedi da me e con le mie sole risorse e tanta, tanta fatica fisica, che per me diveniva però anche gioia e appagamento. A tal punto che spesso mi sfinivo per l'entusiasmo e l'energia profusi in tutti i lavori materiali a cui dovevo dedicarmi. E stava già dando frutti».

Perché hai voluto pensare a una iniziativa sociale quando hai fondato la casa che purtroppo ha subito un incendio che l'ha completamente distrutta?

«Vorrei precisare che la casa non è completamente distrutta. Il fuoco ha divorato completamente il tetto (che era nuovo) e una parte del primo piano. La parte completamente devastata è il salone con le mansardine ricavati dall'ex fienile ristrutturato, un po' meno distrutte ma danneggiate sono invece alcune zone adiacenti ad esso. Senza contare l'impianto elettrico che era nuovo anch'esso. Oltre a tutte le mie cose personali come vestiti, scarpe, oggetti: di questi non c'è più nulla. Il piano terreno, a parte la devastazione dell'acqua di spegnimento colata sui muri e ovunque, è praticamente intatto. Per quanto riguarda la mia iniziativa del fondare quella casa è molto semplice. Dopo il grigiore di una vita a Milano, precisamente Sesto san Giovanni, in un monolocale di 36 metri quadri volevo coltivare e creare bellezza e possibilmente anche gioia (oltre a quanto già spiegato in relazione a un monastero laico e femminile). Sono di indole piuttosto solitaria, ma sono anche un'estroversa. Come potevo non voler condividere con chi avrebbe potuto apprezzare? Ma soprattutto, uno degli intenti scatenanti è stato quello di lasciare qualcosa di bello e di tangibile dopo di me. Qualcosa di cui altri avrebbero potuto beneficiare e prendersi cura. Ecco, solo a questo pensiero qualcosa in me si placa».

Quali sono i valori da recuperare in questo preciso momento storico?

«Più che di valori da recuperare, parlerei di sentimenti e visioni da riscoprire. Perché anche un valore spesso rischia di diventare simile a un ruolo, quindi una trappola o un guscio vuoto, se non è intessuto alla propria anima, oppure al proprio sentire profondo. Un valore in sé non è nulla, oppure può essere una bandiera a cui conformarsi per sentirsi meno soli o più forti, se non lo sentiamo come il nostro stesso respiro. Non per nulla, le parole che accompagnano i valori spesso sostenuti oppure ostentati in questa fase storica, sono le parole che più si sono svuotate di significato. Credo perché non contengono più in modo autentico la carne, il sangue, lo spirito e la spinta vitale con cui queste parole erano nate. A mio modo di vedere, i valori autentici sono quelli che persistono a volte persino malgrado noi stessi, perché parte del nostro stesso anelito di vita, e non scelta morale più o meno sentita. Quindi posso parlare solo dei valori, o meglio dei sentimenti che sento risuonare in me. Ad esempio la protezione verso i più deboli; la solidarietà verso chi abbiamo vicino, e per solidarietà intendo quel sentimento istintivo che ti spinge verso l'altro, magari solo con un gesto apparentemente banale, non quella sbandierata attualmente fino a farcela detestare; la cura e il rispetto della nostra Madre Terra, sotto tutti gli aspetti; la protezione verso gli animali, tutti. Non sono vegetariana, ho spesso bisogno di proteine dalla carne animale, ma mangiare la carne a mio parere non giustifica ciò che sta succedendo in molti allevamenti. Evitare di procurare sofferenza, se non ne va della nostra vita in senso lato».

Il ruolo dei giovani, spesso senza ideologie, è troppo superficiale. Come cambiare questo approccio che non favorisce una maturazione adeguata?

«Sono nata nel 1956, e per questo mi considero una persona privilegiata, rispetto alle attuali giovani generazioni. Non credo si tratti di supponenza, ma di semplice lettura del panorama di allora rispetto a quello odierno. Senza voler perdermi nei massimi sistemi, ricordo che allora persino la televisione offriva produzioni di spessore, persino nel banale intrattenimento. La mia generazione ha letteralmente sguazzato nelle ideologie, eppure ciò non ci ha impedito di godere di quell'orizzonte (anche psichico) che contemplavamo aperto e suscettibile non solo del nostro impeto, ma anche del nostro stesso vivere. Secondo me non è la mancanza di ideologie che rende i giovani, ma preferirei dire una parte dei giovani, superficiali. E non sono nemmeno d'accordo sul termine "superficiali". Come puoi essere superficiale se nessuno ti ha fatto conoscere la profondità? Sei come un pesciolino rosso che conosce solo la boccia d'acqua in cui vive. Questo è tristissimo, almeno per molti di loro. Più che superficiali, io li vedo sperduti, e anche un po' attoniti. È un po' come se avessero perduto il cordone ombelicale, non quello che viene tagliato alla nascita, l'altro, quello che viene tessuto con le passioni, con le visioni, magari anche maldestre del mondo, con l'impeto delle nostre memorie cellulari, che vengono da tutti quelli che ci hanno preceduto. Al posto di questo nutriente e vivificante cordone ombelicale hanno loro offerto internet, i telefonini e tutto il corollario a seguire. E molti di loro hanno preso a piene mani. Sinceramente non so cosa avrei fatto al loro posto. Sono certa, però, che è l'esempio che educa, non la chiamata ai valori o all'impegno. E gli esempi di cui dispongono in questo periodo storico non sono certo dei migliori. Come cambiare l'approccio? Magari rendendo obbligatorio il servizio civile, per ragazze e ragazzi. ma che sia un vero servizio civile, non un atto di presenza in qualche associazione Onlus. Un anno, come minimo. Per ripulire gli spazi verdi devastati dai rifiuti, per fare inchieste di persona sugli allevamenti intensivi, sui canili abusivi, su tutte le realtà che richiedono un intervento capillare e continuo. Magari affiancati dall'esercito, perché no? Anche solo per indirizzarli e sostenerli in caso di difficoltà. Mandarli incontro al rischio, quello reale, quello che richiede fatica e resistenza, e partecipazione attiva insieme alla solidarietà verso chi hai accanto in quel momento. Certo politicamente sarebbe un atto di coraggio, scuoterli dal torpore del senso di inutilità e di rassegnazione in cui sono finiti. E fuori dalle famiglie, il prima possibile. E in attesa di un lavoro improbabile, insediarli magari in qualche kibbuz nostrano. A me sarebbe piaciuto. Ma questa, come si usa dire, è un'altra storia».

Chi vuole contribuire a ricostruire il casale per trasformarlo in un monastero laico può inviare anche piccole somme di denaro. Coordinate bancarie: Iban: IT94J0760110000001016992842 - BIC – SWIFT: BPPIITRRXXX - intestato a Paola Mariolina Vagliani, Regione Morello 2, 13896 Netro, Biella.

Francesco Fravolini

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