Dario Accolla
Strani giorni
3 Novembre Nov 2019 1144 03 novembre 2019

Come la vita, che guarda se stessa allo specchio e vede il suo contrario...

Halloween

Oggi voglio condividere uno stato che ieri ho scritto su Facebook. È molto personale, forse sto "tradendo" la missione di un blog che vorrebbe parlare di politica. Ma credo, altresì, che non affrontare il capitolo della propria umanità sia una mancanza altrettanto – anzi, forse più – grave. Non è forse la mancanza di umanità il vero problema che la caratterizzato le vicende politiche degli ultimi anni? Sempre politica, ancora, è la questione tanto annosa quanto falsa del presunto colonialismo culturale che Halloween rappresenterebbe, a danno delle tradizioni locali. Quando invece, dal mio punto di vista, è evidente che l'unica vera risposta al sommarsi di tradizioni diverse è il sincretismo. Ammettere l'esistenza di altro da sé, non pregiudica il nostro essere nel qui e ora. Semmai lo integra. Ma sto divagando... lascio qui le mie parole. Sperando che altri e altre le trovino condivisibili. Buona lettura.

«Tra pochi minuti finirà il giorno dei morti. E non so perché, forse è il secondo bicchiere di vino che parla per me, ma voglio dire due cose su questa ricorrenza. Un po' recuperando la memoria del mio essere bambino. Perché i morti, in Sicilia, portavano i doni. E non c'era presepe, Natale o Befana che reggevano. Un tempo, nella mia terra, a portare i regali ai bambini e alle bambine, erano "i morti", le anime dei defunti.

Un modo per tenere in vita il ricordo di chi non c'è più e, al tempo stesso, di esorcizzare la morte attraverso la gioia di chi – al contrario – di tempo ne ha ancora. Il passato e il futuro. La vita e il suo esatto opposto che si toccano in un punto soltanto, che per molte culture, al di qua e al di là delle sponde degli oceani, coincide con il periodo che va dalla fine di ottobre ai primi giorni di novembre.

Día de muertos, Commemorazione dei defunti, Halloween, Samhain... nomi diversi per un unico evento, che ha lo stesso significato in tutte le latitudini: la vita guarda allo specchio se stessa, vedendo il suo esatto contrario. E celebrando quel contrario, onora alla fine se stessa. Perché dopo il buio, che cade in questi giorni, la luce è destinata a trionfare. In un modo o nell'altro. E qui capite da voi quanto siano miserevoli le polemiche su quale tradizione celebrare e quale escludere, per cui non dirò altro riguardo a questo e qui mi fermo, perché voglio parlare d'amore e non di miseria.

E veniamo al secondo punto. Mi piace pensare – un po' voglio anche crederci, perché forse a una certa età il materialismo di per sé non basta più – mi piace pensare, dicevo, che in questi giorni i due mondi, quello dei vivi e l'aldilà, si tocchino. E si tocchino, appunto, nella memoria. Nell'affetto. Nei ricordi delle persone a cui pensiamo con gratitudine e malinconia.

Ho diversi morti da celebrare. Il nonno e la nonna, innanzitutto, perché sono stati in un certo modo la mia seconda famiglia. Di lui ricordo tante cose, ma sono legato all'abitudine, che ho ancora, di intingere il pane nel vino. E nonna – detta Bloody Nell, di cui più volte ho già parlato, per cui oggi non mi dilungherò oltre – mi ha insegnato a cucinare, e cosa c'è di più immortale di questo?

E poi la zia Maria, che io chiamavo Camà quand'ero piccolo, e non posso non pensare che ogni famiglia ha la sua zia Maria, un po' zitella e un po' madre di tutti e tutte noi. Di lei porterò con me la dedizione per una causa (noi sappiamo quale) e le chiacchiere che facevamo la sera, io e lei, prima di andare a dormire, quando per quegli anni venne a vivere da noi. Quando lei pensava che io sapessi ogni cosa e allora, di volta in volta, le raccontavo qualcosa di nuovo, perché mi piaceva vederla stupita per la grazia di un aneddoto o il fascino di un mito.

E c'è stata anche una bisnonna, nei giorni che furono. Ho sempre reputato un privilegio, conoscerla. Mi sembrava strano (ma affascinante, al contempo) conoscere una persona nata nell'Ottocento, giunta fino al presente. La chiamavo col suo cognome, "nonna Zappulla" e pensavo fosse il suo nome vero. E credevo fosse uno dei nomi più belli in assoluto, ignorandone regionalismi e cacofonie (troppe affricate e e occlusive, per una parola di sole tre sillabe). Con lei, anche se sembrerà difficile crederlo, ho cominciato ad insegnare. Tornavo da scuola, alle elementari, e la "obbligavo" a farmi da allieva. Lei faceva gli esercizi che le assegnavo – erano i miei primi rudimenti di grammatica – in silenzio e con dedizione. E un giorno racconterò meglio la sua storia, fatta di sentimenti incondizionati e magia (sì, proprio in quel senso lì).

Ricordo, ancora, "la Tacchia" che era in tutto abbondante. La Tacchia che diceva sempre le stesse cose, alle cene di famiglia, e aveva la sua visione della vita, anche se spesso non mi trovava d'accordo con lei. Ma poi, quando seppi che stava male – quando seppi che stava morendo – tornai giù apposta per lei. Per farle quel pane che le piaceva tanto. E lei quel giorno mi guardò, quando glielo portai, e mi disse di punto in bianco: "Tu sei buono". E lì compresi che tutte le distanze accumulate negli ultimi anni si erano assottigliate, morso dopo morso. Pezzetto dopo pezzetto, al sapore di burro e del poco tempo ancora a disposizione.

E poi, ancora, Bridget, detta "la Maria" – no, non è la zia di cui ho già parlato, ma la mia gatta – sulla cui fedeltà anche i poeti avrebbero molto da dire (nonostante i luoghi comuni sui gatti) e solo chi l'ha conosciuta, insieme a me, sa quanto amore poteva esserci in una creatura così minuscola e fragile. E non passa giorno in cui non ne senta la nostalgia e in cui il tempo non mi sembra tiranno, anche se poi, il tempo, è l'unica cosa che ci resta. L'unica cosa con la missione di unirci, prima di ogni altra ancora...

E, in tutto questo, penso che se non ci fosse il tempo – e con esso, il suo scorrere e la sua fine – non ci sarebbe tutto ciò che resta. Dentro di noi, innanzi tutto.

E mi piace pensare che in tutto questo – in mezzo alla pioggia insieme a qualche pensiero malinconico sotto il peso della solitudine, o mentre fai la spesa o quando ridi con i tuoi amici e mentre lasci saluti e abbracci affettuosi, permettendo ancora tempo da passare insieme – loro siano stati lì, in tutti quegli attimi. A darti forza e coraggio. A vivere in te, ancora, con tutta la vita di cui ti hanno già fatto dono. E questa cosa, la morte, non te la toglierà mai.

Perché tu, in modi e forme nuove, l'hai già lasciata ad altre persone. Sotto forma di un gesto gentile ad uno sconosciuto o di una parola che, nel momento opportuno, ha fatto la differenza. Che ha segnato un prima e un poi. Come la vita, che guarda se stessa allo specchio e vede il suo contrario per poi rendersi onore. Come la luce, che alla fine di tutto, vince sempre. Con la vita, appunto, che è stata. E con quella che c'è ancora. Tutta quella che c'è ancora».

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