Cosimo Pacciani
La City dei Tartari
10 Novembre Nov 2019 2346 10 novembre 2019

Brexit Blues - Tempi senza mele

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Fu l’autunno che le mele inglesi scomparirono dagli scaffali dei supermercati di Londra.

Solo mele neozelandesi o cilene, brasiliane od argentine. Solo mele da altrovi lontani.

Mele refrigerate per mesi e mesi in qualche centro di smistamento del Kent, in camion frigorifero fermi da qualche parte, probabilmente accanto a container pieni di persone in fuga od in arrivo da altrettanti altrovi.

Con la differenza che le mele sarebbero state piu’ rispettate delle persone, non ammassate nei container, che si potrebbero ammaccare, perdendo valore. Non devono respirare e non muoiono nei posti senza ossigeno. Non soffocano. Rimangono li’. In attesa di essere smerciate.

Mele ecologicamente nocive, anche se marcate organiche e bio, arrivate in aereo da distanze intercontinentali. Quella stessa estate, i manovali, i contadini stagionali cominciarono a sparire, a non farsi piu’ trovare. E le mele inglesi scomparivano anch’esse. Dagli scaffali, dai banchi dei mercati rionali, quelli dove ti vendono una zuppiera di frutta per una sterlina. Rimaste appese agli alberi. Le russet, le gala, le cox, le crab apple, le braeburn, le bromley e, via via, tutte quelle mele che abbondano anche in ogni giardino di Londra e della Green belt che si rispetti.

Quell’autunno appena estivo, le mele non arrivavano nei negozi. Aspettavano di cadere dagli alberi, marcire sul terreno e dentro le siepi di nuovi alberi di melo giovani, nascenti dai semi caduti un anno prima. Perche’, se non c’erano persone per coglierle, tantomeno c’erano persone per potare gli alberi.

E, con i contadini stagionali, partivano gli idraulici, gli studenti a rischio di perdere assegni europei di ricerca, infermieri, banchieri, fondi pensione e imprese di trasformazione. Tutti partivano, in quell’autunno. Probabilmente, con vite lanciate di nuovo in vortici e scale in salita di incertezza.

Ognuno faceva la sua contabilita’ personale, da un lato i soldi, il, pane, dall’altro gli affetti lontani, gli odi e le intolleranze vicine, dei ragazzi in tuta da ginnastica che urlavano frasi sconnesse dalle macchine con adesivi di San Giorgio sul parafanghi, o, nel mondo della finanza, con quell’idea che, al di fuori della M25, rimaniamo tutti stranieri al mondo anglosassone, quello dei villaggi di campagna, delle spaghetti junction del Nord, quello delle brume da cui appaiono nuovi outlet, o sviluppi residenziali senza anima, se non quella delle casette tutte uguali.

Ognuno faceva il conto fra rimanere in quella terra strana, orgogliosa ma infantile, o combattere altrove altre battaglie.

Tutte quelle persone che partivano sapevano che non valeva la pena diventare, loro, i nemici. Non conveniva sentirsi addosso le frasi sparate dai passanti e, qualche volta, le botte e le infamie delle persone annebbiate dall’odio, dalla rabbia contro un nemico invisibile chiamato modernita’ e globalizzazione. Un nemico impersonato nelle istituzioni europee. Un nemico facile da individuare in quei ragazzotti dall’accento pesantemente est europeo, ma senza nessuna colpa se non quella di voler fare qualche soldo in quei campi di mele, di fragole. Di rabarbaro. I dottori e gli infermieri, anche loro erano stufi di sentirsi apostrofare, dopo ore ed ore di turno, perche’ non sapevano pronunciare bronchitis con l’accento di un attore inglese prestato a serie televisive americane su un mondo anglosassone che non esisteva piu’ dal 1939.

Fu l’autunno in cui cominciarono a costare sempre di piu’ i formaggi inglesi, quelle varieta’ casearie recuperate dall’oblio della storia e del costume con il supporto dei fondi di sviluppo rurale europei. Fu l’autunno in cui si trovava sempre meno Stinkin’ Bishop e sempre piu’ cheddar, anche quello arancione che, quando si era giovani e si viaggiava con l’Intercity, usavamo per i panini preparati all’ostello. Quel mondo inglese degli anni Ottanta e Novanta, all’epoca il ventre, il cuore e l’orecchio del mondo. Lo swagger, Beatles, Blur, gli Smiths e tutto quello che ascoltavamo. Londra era una Berlino senza muri. Una New York senza spocchia.

Mondo inglese o, piu’ precisamente, londinese, che, appena fuori dalla M25, il Regno Unito era ed e’ tuttora un mondo di enclosure, di suddivisioni precise del terreno in appezzamenti, delimitati da siepi, siepi spesso con alberi di melo. Le enclosure, quel moento della storia anglosassone dove ognuno divenne un’isola od un appezzamento, accanto ad un’altra isola. Con erba piu’ o meno verde. Il Regno Unito, tenuto assieme dalle cuciture fatte di roseti, roverelle e altri alberi da siepe. Senza nessuno spazio in mezzo, se non le strade vicinali e tutte le servitu’ di passaggio e di transito possibili.

Le isole nell’isola di Albione, l’isola dei giganti. Le isole che continuano ad isolarsi, dove, mentre la manodopera a basso costo, nel mondo post-imperialista, comincera’ a scarseggiare, la natura riprendera’ il suo posto. I campi, i frutteti, le case del boom dell’immobiliare nelle zone satellite fuori dalle grandi citta’, torneranno ad essere abitate da volpi, volponi e da tutti i fantasmi che solo la fantasia di Ariel potrebbe far uscire fuori.

L’isola che vuol tornare ad essere maledetta, estraniata. L’isola di cui arrivavano i suoni nelle nostre case, su supporti di vinile.

Quell’autunno, le mele sparirono e i talenti furono spesi per assicurarsi un lento, inesorabile ritorno ad un passato mai esistito, impossibile, quindi da replicare. Un futuro autarchico, nel paese che, piu’ di tutto il resto del mondo, aveva disperatamente bisogno degli altri.

https://youtu.be/45DUM5uxZbk

Mi ricordo quando ascoltai per la prima volta la cover di Cupid di Amy Winehouse. La cantava spesso ai suoi concerti, questa canzone di Sam Cooke. La fragile musa di Hackney che avevamo visto tutti fiorire per poi implodere sotto la pressione dei media e del successo. La divinita’ di Hackney, con i capelli sempre appuntati in alto, le gambe secche e la voce che sembrava arrivasse da un’altra dimensione. Od epoca. Una distorsione temporale che si manifestava di fronte a noi.

Ma, io, in realta’, quando senti’ Amy cantare Cupid la associai alla cover della stessa canzone fatta da Graham Parker. Era su un disco che avevo comprato su cassetta in un negozio di dischi di Grosseto, abbandonato da tutti nel cesto delle offerte. Mona Lisa’s smile.

Un disegno di una suora in copertina che fuma. La cassetta mi accompagno’ in tantissimi mesi di viaggi, con quella voce di Graham, anche lui di Hackney, che non sapevi mai se ti prendesse in giro o se fosse serio. E quelle parole, rimbalzate nei decenni, da Sam Cooke a Amy Winehouse, diventano un piccolo cavalierino di quello che ci vorrebbe in questi giorni, un piccolo Cupido che lanci una freccia nel cuore degli inglesi.

‘Listen, I don’t want to bother you, but I’m in distress

There’s a danger of me losing all my happiness’ (Sam Cooke, Cupid)’

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