Alessandro Sannini
La nota
20 Novembre Nov 2019 1339 20 novembre 2019

Ex Ilva, Sannini : " Se non si vendono auto non c'è bisogno di acciaio, ma non bisogna spegnerle l'impianto"

Automotive

L'affaire Ilva in queste ore sta avendo tutta una serie di sviluppi giudiziari di varia natura con le due Procure di Milano e Taranto che stanno indagando a vari livelli sui profili di risponsabilità di Arcelor-Mittal. C'è pero una strana concatenazione di eventi che visti tutti insieme danno con gli occhi di una analista economico e sopratutto geopolitico la situazione di crisi industriale in cui versa l'italia. Nel mese di ottobre l'Agenzia di Rating Moody's aveva lanciato un allarme ben preciso. Moody's prevedeva che «le vendite di veicoli leggeri nell'Europa occidentale diminuiranno del 2% nel 2019 e del 3% nel 2020, il che indebolirà la domanda di acciaio a maggior valore aggiunto».Il rapporto affermava che «la persistente debolezza della domanda e gli stretti spread dell'acciaio mantengono le prospettive negative. Le nostre valutazioni per il settore siderurgico europeo per i prossimi 12-18 mesi sono negative. Prevediamo che il consumo di acciaio apparente nell'UE, misurato come produzione più importazioni meno esportazioni, si ridurrà di circa il 2% nei prossimi 12-18 mesi».Secondo Moody’s «le attività europee di ArcelorMittal, Thyssenkrupp e Tata Steel dovranno affrontare forti venti contrari nei prossimi 12-18 mesi, con una domanda del settore automobilistico poco brillante che limiterà le spedizioni di acciaio e gli ordini. Se le autorità statunitensi, poi, decidessero di imporre tariffe sulle importazioni di automobili dall'UE, ciò danneggerebbe ulteriormente la catena di approvvigionamento automobilistica europea e la domanda di acciaio».Nelle ultime settimane abbiamo assistito alla fusione acquisizione di FCA/PSA alla volontà espressa da Arcelor Mittal di lasciare l’ex Ilva, a un incremento di attività su Mediobanca/Generali che non si vedeva da anni.Anche un investitore marziano, figuriamoci uno che sta a Londra, capisce che in questo momento con questo Governo in Italia si possono pensare, pianificare e fare operazioni che normalmente sarebbero impensabili. E'opportuno ribadire che in Europa e nel mondo si registrano tanti esempi di grandi siti dell’acciaio che hanno superato i problemi di inquinamento (basta ricordare i casi della Voestalpine a Linz in Austria, a pochi chilometri dal nostro confine, e quello della Tata Steel vicino ad Amsterdam), anche se in generale bisogna fare ancora molto in tale ambito. D’altra parte, pensare che, dopo aver chiuso l’impianto, il governo sia in grado in poco tempo di varare piani produttivi per trovare una nuova occupazione per le 15.000-20.000 persone, dirette e indirette, coinvolte dalle attività dell’ex-Ilva, appare come pura fantascienza.Il settore pubblico è ormai da tempo incapace di portare avanti un progetto di tali dimensioni; altri casi, come a suo tempo quello di Bagnoli, pur di dimensioni più ridotte, mostrano chiaramente che la cosa è impossibile. Questa considerazione rimanda a quello che sembra essere il problema dei problemi della crisi italiana, il fatto che la macchina organizzativa del settore pubblico gira da molto tempo a vuoto, mentre nessuno pensa a cercare di riformarla.L’acciaio europeo è da tempo in crisi con lo stallo della domanda – anche per il 2019 e il 2020 è prevista una sua riduzione, in particolare in relazione alle difficoltà dell’auto e più in generale alla stagnazione dell’economia, nonché alle guerre commerciali di Trump –, l’arrivo di acciaio a buon mercato dall’Est (Cina, Russia, Turchia), grandi livelli di concorrenza e prezzi bassi, con chiusure di impianti e fallimenti di imprese, imprese in parte acquisite poi dagli stessi produttori dell’Est. In questo quadro, alla domanda che sorge spontanea :" E ora cosa bisogna fare?".È difficile configurare con esattezza la migliore soluzione per l’Ilva. Ma ci sembra che comunque alcuni punti siano imprescindibili. In termini generali, bisogna portare avanti con decisione un piano di sostenibilità ambientale, economica e sociale dell’impianto.iù nello specifico, il governo non può permettere la chiusura dell’impianto, che vale secondo alcune stime l’1,4% del Pil nazionale, che è il maggior insediamento produttivo del Sud e che rappresenta una produzione essenziale a tante industrie a valle. Bisogna ovviamente fare in modo che l'impianto non venga spento, non lasciandone il controllo a Arcelor-Mittal visto il comportamento avuto, anche se potrebbe apparire la decisione più semplice. In secondo luogo bisogna assolutamente reintrodurre lo scudo penale, perchè senza quelle tutele sarebbe molto molto difficile trovare altri investitori. La nazionalizzazione è un caso estremo, ed ammesso che qualcuno voglia subentrare bisogna andare a ricercare una nuova cordata internazione con imprescindibile intervento pubblico. Le due finalità e tranguardi devono essere chiari il progressivo disinquinamento dell'area ed il rilancio commerciale dell'azienda. Bisogna ricordare che l'Impianto diventa profittevole a partire da 7 milioni di tonnellate, mentre Mittal dichiara una produzione di 4.5 milioni di tonnellate. L'altro progetto a lungo termine è quello della decarbonizzazione dell'impianto eventualmente con tecnolgie DRI. Non ci sono altre possibilità, e nessun'altra strada da percorrere.

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