Sergio Levi
The New Public
20 Novembre Nov 2019 1459 20 novembre 2019

Un robodramma per capire l'etica dell'IA

Ivana Monti, Francesco Sferrazza Papa In Marjorie Prime Foto Di Noemi Ardesi
Ivana Monti e Francesco Sferrazza Papa in Marjorie Prime © Noemi Ardesi

Da qualche tempo il cuore del pubblico batte solo per l’Intelligenza Artificiale. I media generalisti non parlano d’altro, ma è sempre più esile la riflessione critica che riescono a stimolare. Si dà per scontato che i robot intelligenti siano già tra noi e che i frutti economici dell’IA attendano solo di essere raccolti. Anche i rischi connessi al diffondersi di device autonomi vengono perlopiù agitati come spauracchi, anziché compresi razionalmente. Le macchine ci rubano il lavoro. Sono più scaltre di noi. Hanno già cominciato a riprogrammarsi tra loro, così da sfuggire al nostro controllo.

Per stimolare una riflessione più articolata, il Teatro Franco Parenti ha dedicato a questi temi il progetto Dalla maschera al robot, una rassegna multimediale, fatta di film, conferenze e uno spettacolo teatrale. Non è possibile citare qui tutti i problemi sollevati, ma ci sono due domande che la rassegna riporta al centro dell'attenzione: cosa significa Intelligenza Artificiale? E come dobbiamo porci nei suoi confronti?

Alla prima domanda, che tocca la vera natura dell’IA, ha dato una risposta illuminante il filosofo di Oxford Luciano Floridi, autore di La quarta rivoluzione. L’IA, dice Floridi, non è affatto intelligente, in quanto non nasce dal matrimonio fra intelligenza biologica e tecnica ingegneristica, ma dal divorzio fra la capacità di agire (agency e problem solving) e la necessità di essere intelligenti per agire con successo. Le cosiddette intelligenze artificiali non sono intelligenti: eseguono mansioni che a noi umani richiederebbero uno sforzo intelligente, ma possono farlo perché abbiamo creato ambienti dedicati e abbiamo sostituito la logica con la statistica, creando computer con grandi capacità computazionali che imparano macinando montagne di dati.

Ivana Monti ed Elena Lietti © Noemi Ardesi

La seconda domanda, che ha invece a che fare con l'etica dell’IA e col rapporto fra umani e robot, è al centro del testo teatrale Marjorie Prime. Scritto nel 2015 da Jordan Harrison e tradotto in italiano da Matteo Colombo per la regia di Raphael Tobia Vogel, il robodramma narra le vicende di una famiglia del futuro, i cui membri fanno ricorso a un sostituto digitale (un prime) ogni volta che muore un congiunto, per aiutare chi resta a sentirsi meno solo.

L’idea di sviluppare companion robot capaci di interagire emotivamente con le persone non è fantascienza. In commercio esistono foche, cani e altri animali domestici artificiali. E da quando gli assistenti personali intelligenti hanno cominciato a riempire le nostre case, siamo tutti diventati avidi di informazioni, specie se veicolate da voci umane.

Ma è possibile usare l’IA per alleviare la solitudine? Per aiutarci a ricordare le persone che ci hanno lasciato? Per elaborare un lutto e ricominciare a vivere?

La pièce immagina un futuro (intorno al 2050) in cui clonare i defunti è diventato normale. Ed è facile intuire le sorti della famiglia di Marjorie, i cui membri muoiono uno dopo l’altro, puntualmente rimpiazzati da copie digitali. Il finale tratteggia un mondo dominato da automi privi di emozioni, ma esperti di storie e debolezze umane. Il tema, molto attuale, della sostituzione degli umani mediante robot lascia così il posto al tema, fantascientifico, del contagio: come se i personaggi, anziché morire, si fossero lentamente trasformati in automi, fantasmi a cui la tecnica è riuscita finalmente a dare un corpo.

Francesco Sferrazza Papa, Ivana Monti ed Elena Lietti © Noemi Ardesi

Nell’ultima scena vediamo quindi solo i prime, intenti a rievocare per l’ennesima volta le stesse storie di famiglia, scoprendo ancora dettagli preziosi, lacune da colmare. Si sono imposti gradualmente, parassitando il bisogno dei vivi di ricordare i morti, la fatica di congedarsi da loro, di ricucire un dialogo strappato dalla vita. E adesso tengono la scena come zombi lieti e compiacenti, che al posto delle carni in putrescenza ostentano sorrisi modellati ad arte.

Ma il testo di Harrison non si perde nella critica moralistica delle illusioni alla base di questi prodotti di consumo (per ora fantascientifici). L’autore sembra troppo curioso di indagare i possibili effetti dell’interazione fra uomo e robot, quando quest’ultimo è chiamato a impersonare il caro estinto.

Ecco, per inciso, cosa il teatro può dare alla ricerca etica sull’Intelligenza Artificiale. Pochi strumenti sembrano infatti capaci, come il teatro, di combinare in modo così diretto e coinvolgente la classica interazione uomo-macchina con l’eterno colloquio fra viventi e defunti o, in questo caso, fra sopravviventi e fantasmi reincarnati. La rassegna si conclude mercoledì 20 novembre con la proiezione di Metropolis di Fritz Lang, con live elettronico di Luca Maria Baldini e violino di Eloisa Manera.

(Ha collaborato Morgana Marchesoni.)

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