Serena Cappelli
Non aprite quelle porte
16 Dicembre Dic 2019 1635 16 dicembre 2019

Calcinculo

Scalamobile

Qualche mese fa, sulle scale mobili della stazione, due ragazzini mi hanno dato un calcio. Non un calcio per errore o per fretta, un calcio vero, deliberato, tra la schiena e il culo.

Ero di spalle e non mi sono accorta di nulla finché non ho sentito il colpo. E quando ho sentito il colpo, ci ho messo del tempo a capire quello che stava succedendo. Mentre mi giravo e li fissavo inebetita, loro mi hanno insultata per un po’ – ma non ricordo nessuna parola, solo i suoni degli insulti e i loro sguardi di scherno –, poi hanno bloccato la scala mobile e sono scappati.

Non mi sono fatta troppo male, non ho perso l’equilibrio per il colpo, non sono caduta, non mi è successo niente di grave.

Ho preso solo un calcio nel culo da due sconosciuti.

Solo.

Il perché resta un mistero. Il perché io non sia andata a sporgere un’inutile denuncia anche. Ricordo bene di essere rimasta come paralizzata, prima con il corpo e poi, quando il corpo ha cominciato a reagire, con la mente. Ho controllato il mio treno sul tabellone e l’ho preso, immersa in uno stato catatonico sicuramente non commisurato all’accaduto ma tant’è, al cuor non si comanda e al cervello nemmeno.

Non ho detto niente, non li ho neanche a mia volta insultati prima che scappassero. Mi sono presa il mio calcio e l’ho portato a casa. Credo sia stata colpa, se così si può dire, dell’effetto sorpresa: in stazione mi aspetto richieste varie, dai soldi alle informazioni al sesso, ma non di essere colpita alle spalle da due teppistelli che non hanno niente di meglio da fare. La sorpresa mi ha reso reattiva come un pesce lesso e amen, non posso certo tornare indietro e cambiare la mia reazione con quella che adesso mi piacerebbe aver avuto.

Chissà cosa hanno provato loro, mi chiedo. Si saranno sentiti fighi, grandi, potenti?

Così fighi, grandi e potenti da scegliere una donna di cinquanta chili, come da manuale: il manuale dello sfigato qualsiasi.

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