Alessio Pecoraro
Generazione Harry Potter
19 Dicembre Dic 2019 1314 19 dicembre 2019

La giocata di Cassano che rappresenta i diciassettenni di tutto il mondo

Cassano Inter

Il 18 dicembre del 1999 al quarantatreesimo minuto del secondo tempo l’ambiziosa Inter di Marcello Lippi e di “mister 90 miliardi” Christian Vieri sta pareggiando 1-1 al San Nicola di Bari.

Simone Perrotta, uno di quei mediani che avrebbe vinto casamoai i mondiali, lancia, sul versante sinistro, poco dopo il centrocampo con la maglia numero diciotto c’è un ragazzo del settore giovanile, un diciassettenne di Bari vecchia, il quartiere storico della città.

Il diciotto in maglia biancorossa controlla di tacco destro senza arrestare la corsa, si aggiusta il pallone di testa, è una scheggia rapida che corre verso la porta dell’Inter.

Arriva in area di rigore, cambia gioco, di contro balzo sfiora con l’interno sinistro e accarezza con la punta destra, si beve Blanc, leader difensivo della Francia campione del Mondo nel 1998, e Panucci, due Champions League in bacheca, si sbilancia, incrocia il tiro sul palo corto. Gol.

Quel sabato sera nelle nostre camerette sintonizzati su TelePiù, la prima pay-tv italiana, con la voce di Fabio Caressa a fare da sottofondo, in quella corsa di quel nostro coetaneo (classe 1982 come si dice in ambienti sportivi) con la maglia larga come si usava una volta ci rivedevamo tutti e non solo chi sognava di diventare calciatore.

Nel gesto tecnico di Antonio Cassano, questo il nome del numero diciotto del Bari quella sera, c’erano tutte le nostre speranze; di chi è cresciuto giocando a pallone per strada, con due sassi a delimitare la porta e sognava la sua occasione, di chi correva ogni sabato pomeriggio nei campi periferici dei settori giovanili e non vedeva l’ora di mettere un piede in uno stadio così, di chi se un tuo coetaneo fa gol all'Inter e tu lo guardi dal divano allora forse è troppo tardi per songare la serie A, ma anche di chi ai sogni di calcio preferiva quelli di rock ’n roll.

Nel gesto tecnico di Antonio Cassano, questo il nome del numero diciotto del Bari quella sera, c’erano tutte le nostre speranze; di chi è cresciuto giocando a pallone per strada, con due sassi a delimitare la porta e sognava la sua occasione, di chi correva ogni sabato pomeriggio nei campi periferici dei settori giovanili e non vedeva l’ora di mettere un piede in uno stadio così, di chi se un tuo coetaneo fa gol all'Inter e tu lo guardi dal divano allora forse è troppo tardi per songare la serie A, ma anche di chi ai sogni di calcio preferiva quelli di rock ’n roll.

Già perché il diciassettenne Cassano con quel fisico tozzo, senza addominali, col viso butterato era stato capace di prendersi la scena contro quelli più belli, più ricchi e più famosi. Su un campo di calcio si stava compiendo la rivincita di chi a scuola era perennemente ignorato dalla ragazza più carina. Quel gol - fatto in quel modo - era come presentarsi alla festa “di quelli che contano” senza invito, in tuta, e non solo riuscire ad entrare, no molto più: riuscire a prendersi la scena. Più che una speranza, un sogno proibito, una rivoluzione.

Quella sera di dicembre di vent’anni fa non sapevamo ancora come sarebbe finito Beverly Hills 90210, se Kelly sceglierà Brandon o Dylan, se Donna e David (finalmente) si sposeranno, non ci eravamo ancora appassionati al triangolo Dawson-Pacey-Joey e non avevamo ancora storpiato la sigla in anowonowai (titolo oringiale I don't want to wait). Ci facevamo gli squilli sul cellulare, scrivevamo cmq per dire comunque, tvb per dire ti voglio bene, msg per dire messaggio perché i caratteri negli sms erano pochi e i messaggini costavano (saremmo poi passati a scrivere messaggi senza spazi scrivendo in maiuscolo l’iniziale della parola seguente). Eravamo ad un passo dal nuovo millennio, sentivamo parlare di millennium bug ma non ci importava. Avremo dovuto iniziare a scrivere 2000, come il titolo del cinepanettone - Vacanze di Natale 2000 - ma eravamo ancora così terribilmente anni 90. Uomini e Donne era ancora un talk show, il cinema avrebbe reso meta di pellegrinaggio un quartiere residenziale nella zona occidentale di Londra, Come te nessuno mai di Gabriele Muccino come primo manifesto generazionale. La musica si ascoltava ancora con i compact disc, ma Napster iniziava a rompere questa regola. Non sapevamo ancora che internet avrebbe cambiato per sempre le nostre vite. Passavamo i pomeriggi a guardare MTV. La musica era quella delle Spice Girls, dei Backstreet Boys, di improbabili cantautrici esotiche (la norvegese Lene Marlin, l'indonesiana Anggun).

Avevamo passato l’estate a ballare Mambo number 5, Blu degli Eiffel 65 all’Aquafan di Riccione, Cesare Cremonini cantava coi Lùnapop e tra scanzonati giri in Vespa, romantiche ballate (Vorrei, Niente di più...) e hit generazionali (Un giorno migliore, Qualcosa di grande) stava entrando nella nostra vita. La colonna sonora di Notting Hill firmata da Ronan Keating è la canzone d'amore del momento, anche se alla fine Britney Spears era la reginetta incontrastata del pop tanto che qualche tabloid ha fantasticato su un fidanzamento con William, erede al trono del Regno Unito.

Quel lampo di classe, nella notte del San Nicola, stava colpendo la vita di Cassano trasformandola in un sogno. Noi, che per dirla come il giornalista del Corriere della Sera e scrittore Tommaso Labate, saremmo diventati Rassgnati, sognando la Kelly Taylor di BH90210 e ritrovandoci Luigi Di Maio, eravamo ancora in prima fila per rincorrere i nostri sogni. Nessun altro giocatore, dopo Cassano, è riuscito con una singola giocata a rappresentare la nostra voglia di giocare - nell’accezione più primordiale del termine, quella voglia che spinge i bambini ad ogni latitudine a correre dietro ad una palla - di fare sogni grandi, spesso oltre ogni ragionevole logica, di fotografare un momento, un singolo momento, e trovarlo perfetto da mettere nell’album dei ricordi più belli anche se la foto è sgranata e per vederla devi andare dal fotografo col rullino.

Sono passati 20 anni ma ognuno di noi - diciassettene nel 1999, con la passione per il calcio - ricorda dov’era quella sera, cosa sognava in quei giorni, cosa scriveva sulla sua Smemoranda. La stella di Cassano ha smesso di brillare presto, il suo talento è rimasto selvaggio, si è perso come gran parte dei nostri sogni, ed è proprio questo che lo ha reso così vicino a tutti noi. Si è dissolto col passare dei giorni tra alti (pochi) e bassi (tanti), ma quel gol, quel singolo istante, rimane e rimarrà per sempre, Antonio Cassano che corre verso la porta avversaria siamo noi, sono i nostri 17 anni, la nostra sfrontatezza, la paura per la quale non c'è tempo, i nostri pomeriggi, l'istinto a non rispettare le regole. Quella voglia di sentire il vento sulla faccia, anche quando fa freddo, quel momento nel quale la notte prima degli esami è ancora lontana ed essere giovani ci faceva sentire invincibili.

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