Alfredo Ferrante
Tantopremesso
31 Dicembre Dic 2019 1039 31 dicembre 2019

Per una società inclusiva contro quella dello scarto

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Il 2019 si chiude con una brutta storia di discriminazione avverso un gruppo di bambini e bambine con disabilità a Ferentino, in provincia di Frosinone: a leggere quanto riportato dai quotidiani, una struttura termale ha deciso di rifiutare un gruppo di genitori con i loro figli con autismo perché non volevano che gli ospiti venissero disturbati. In Italia, dice uno dei papà in una bella e intensa intervista apparsa su Repubblica, l'autismo fa ancora paura. Occorre ammettere che ha ragione: il brutto episodio avvenuto nel frusinate è, purtroppo, l’ultimo dei tanti che ancora costellano le cronache dei giornali, almeno fra quelli che vengono portati alla luce. Ed è particolarmente odioso perché coinvolge dei minori: mai dimenticare che le bambine ed i bambini con disabilità, soprattutto quelli con disabilità intellettive, sono fra i gruppi sociali maggiormente soggetti a discriminazione, in ragione della loro particolare fragilità. Il Rapporto Mondiale sulla Disabilità dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (WHO) del 2011 si apre ricordando ai lettori che la disabilità è una mera condizione umana, tanto che ciascuno di noi, in uno o più momenti della vita, potrà incorrere in una situazione di disabilità permanente o temporanea, se non altro in ragione dell’età, vista la stretta interrelazione dell’insorgere di condizioni che determinano una disabilità nelle persone anziane (l’Italia, lo ricorda l’ISTAT nel suo rapporto annuale, è un paese a trazione anziana). È, tuttavia, una condizione che difficilmente si pensa possa entrare nella vita di ciascuno, grazie ad un meccanismo di rimozione e rifiuto potentissimo, tanto che la storia della disabilità narrata nel bel libro di Matteo Schianchi (“Storia della disabilità. Dal castigo degli dèi alla crisi del welfare”, Carocci, 2012) è caratterizzata dalla paura, dalla fatica dell’accettazione, dall’abitudine a nascondere, celare agli occhi degli altri una condizione che si considerava talvolta una punizione divina, talaltra un capriccioso castigo del fato. La paura, dunque: il timore della diversità, la fatica di accogliere – meglio bandire il termine tollerare – condizioni, situazioni ed esigenze differenti che evidentemente significa, per taluni, mettere in discussione il proprio, piccolo confine, la propria comfort zone. Vuol dire, si potrebbe immaginare, scardinare quelle coordinate che fanno di molta parte delle nostre comunità delle aree ritagliate su misura per individui che siano adatti solo ed esclusivamente ad un certo modus vivendi che pare essere l’unico possibile per certi, predeterminati fini, tendendo ad espellere dal club tutta un’ampia categoria di persone che potremmo definire fragili, in ragione della loro condizione sociale, economica, di vita o del loro genere, dell’età o dell’orientamento sessuale, potenzialmente svantaggiate e soggette a situazioni di possibile multidiscriminazione. Senza inerpicarsi in sentieri di sociologia spicciola, sembra innegabile che, a fronte di un quadro normativo certamente avanzato – seppur sempre perfettibile – è tuttora presente una sfida di carattere culturale contro lo stigma che resta ancora incollato sulla pelle di tante, troppe persone con disabilità. Come è stato ricordato in un recente incontro presso il Comune di Roma organizzato dalla Cooperativa Matrioska, nell’immaginario collettivo le persone con disabilità restano ancora gli eterni bambini, relegati in una situazione di minorità, magari venata di paternalismo, che ostacola la loro crescita civile e l’acquisizione di una piena cittadinanza ed il godimento, al pari di tutti gli altri cittadini, di eguali diritti. Si pensi, ad esempio, all’impatto della campagna virale lanciata da Iacopo Melio per “Vorrei prendere il treno”, che esemplifica limpidamente come i gesti più semplici e banali della vita quotidiana - come salire su un mezzo di trasporto, andare al cinema o prendere il sole in spiaggia - siano spesso proibitivi per le barriere, fisiche come sociali e culturali, che le persone con disabilità si trovano innanzi. Se questo è e resta il quadro di contesto, diviene allora sempre più intollerabile assistere a episodi di discriminazione, di violenza e di abuso che non possono trovar posto nella società Italiana. Indignarsi? Certamente. Ma quali, poi, le soluzioni? Lavorare per la cultura dell’inclusione, intanto: quanti di noi sono al corrente che sin dal 2006 esiste una Convezione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità? Quanti di noi sono a conoscenza del fatto che in Italia le persone con disabilità intellettiva votano? Quanti di noi hanno riflettuto con attenzione su tutti quei comportamenti che possono creare un disagio ad altri come, tanto per fare un esempio banale, parcheggiare un veicolo in prossimità di uno scivolo e su un marciapiede? Ecco perché è compito delle autorità pubbliche, assieme alle organizzazioni della società civile rappresentative delle persone con disabilità, fare ogni sforzo per incidere su un cambio di passo culturale, sin dalla scuola, per far sì che la nostra società sia veramente inclusiva e riesca a “garantire e promuovere la piena realizzazione di tutti i diritti umani e delle libertà fondamentali per tutte le persone con disabilità senza discriminazioni di alcun tipo sulla base della disabilità”, come ricorda la Convenzione delle Nazioni Unite. Tra le voci che costantemente risuonano per dar fiato a questa svolta, si leva quella di Papa Francesco che, in occasione della giornata internazionale dei diritti delle persone con disabilità di quest’anno, ha ricordato come oggi “si constata la presenza della cultura dello scarto” e molte persone con disabilità sono discriminate ed escluse e “sentono di esistere senza appartenere e senza partecipare”. Per questo, spiega Francesco, è necessario non solo tutelare i diritti dei disabili e delle loro famiglie, ma “rendere più umano il mondo, rimuovendo tutto ciò che impedisce loro una cittadinanza piena, gli ostacoli del pregiudizio, e favorendo l’accessibilità dei luoghi e la qualità della vita, che tenga conto di tutte le dimensioni dell’umano”. Non si sarebbe potuto dir meglio.

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