Elisabetta Favale
E(li's)books
13 Gennaio Gen 2020 1235 13 gennaio 2020

Il giusto peso di Kiese Laymon. Recensione

Cover Bc Il Giusto Peso Tamburata

Il giusto peso di Kiese Laymon è, come dice il sottotitolo, un “memoir americano” e io ho inteso questa precisazione nel senso che la storia personale di Kiese Laymon è tale da poter essere in qualche modo considerata comune a molti afroamericani perché alla base di alcune dinamiche famigliari e umane ci sono un disagio e un carico di dolore che hanno radici comuni.

Il libro

Che cosa accade al corpo di un uomo di colore, a una famiglia afroamericana, dopo una vita intera di segreti, bugie e violenza? Con Il giusto peso, il suo «memoir americano», Kiese Laymon tenta di rispondere a questa domanda mettendosi a nudo – dalla violenza sessuale al primo amore, dalla sospensione dal college al lavoro come professore universitario – e ripercorrendo il lungo viaggio che si è reso necessario per affrontare i grandi nodi della sua vita: la famiglia, il peso, il sesso, il gioco d’azzardo e, infine, la scrittura. A sollevarsi da ogni pagina è lei: la madre, il «tu» a cui Laymon si rivolge e che punteggia tutto il libro. Una donna brillante e complessa, che mossa dal desiderio di equipaggiare al meglio il figlio per sopravvivere in un mondo che sembra non avere spazio per lui, travalica spesso il confine che separa l’amore dalla violenza. Nel tentativo di disciplinare il corpo, le scelte, e soprattutto il linguaggio del ragazzo, non fa che produrre una lunga catena di falsità e dipendenze.

La mia lettura

Ho cominciato a leggere Il giusto peso con la paura di trovarmi di fronte ad una narrazione troppo dura, io sono molto sensibile a certe tematiche e faccio fatica a controllare le emozioni, il memoir di Kiese Laymon si porta dietro tante sofferenze che sono rimasta stupita dal modo in cui è riuscito a raccontarle senza trasformare il racconto in una sorta di “carneficina” psicologica.

Il giusto peso è una confessione, un monologo che l’autore fa rivolgendosi alla persona più importante della sua vita, la madre, donna a cui deve tanto, che è riuscita a farlo diventare quello che è, nel bene e purtroppo anche nel male.

Kiese Laymon è giovane, ha 45 anni quindi quando ne aveva 10 e frequentava la scuola a Jackson (Mississippi) era il 1984, una manciata di anni fa e l’idea di quanto forte fosse anche la “segregazione residenziale”, quanto un nero era (ed è ancora oggi purtroppo) costretto a misurare il proprio “spirito” con il metro di un mondo che non è il suo, fa paura.

La famiglia di Kiese ha scelto (sua nonna lo ribadiva spesso al nipote) di rimanere a vivere nel Mississippi, non si è accodata all’ondata migratoria verso il Nord del Paese che prometteva (almeno sulla carta) maggiori diritti e la possibilità di non rinunciare alla fede nella way of life, questo ha significato per loro fare i conti con una “società bianca” indifferente alle disuguaglianze sociali, considerata razzista a livello istituzionale.

La madre di Kiese ha allevato il figlio nel risentimento verso i bianchi, donna intelligente e dalla personalità complessa, non ha mai accettato la sottomissione silenziosa alla “inferiorità civica”, l’idea che eccellere a livello scolastico, culturale, potesse preservare il figlio dalle “grinfie dei bianchi” l’ha spinta a innescare dinamiche di sopraffazione che si spingevano fino alla violenza fisica nei casi in cui Kiese non riusciva ad essere “perfetto” come lei voleva:

“come digrignavi i denti quando mi picchiavi perché non ero stato perfetto”.

In questo racconto le parole sono molto importanti, accanto alla pretesa di precisione linguistica troviamo una “manomissione” dei sentimenti.

Trapela dal racconto di Kiese Laymon un terrore doppio: il terrore per il contesto sociale in cui vive e da cui è costretto a difendersi e il terrore per la violenza e l’aggressività che cresce all’interno della sua stessa famiglia, forse, dico io (ma è una mia impressione) a causa dell’aridità che la miseria si porta dietro, della frustrazione di non riuscire a diventare soggetto politico della comunità.

“I bianchi erano addestrati a ferirci in modi in cui non avremmo mai potuto ferire loro”

Attraverso un crescendo di dolore e dipendenze, violenze e menzogne cresce Kiese Laymon che arriva in fondo a questo memoir sicuramente non più leggero, il peso fisico e psicologico continueranno a far parte della sua difficile esistenza ma mettere nero su bianco le tappe di questo percorso ad ostacoli, rivelare i veri sentimenti, liberarsi da certi segreti può rappresentare un passo verso una guarigione emotiva e la speranza della conquista di un futuro equilibrio fatto di comprensione, trasparenza, consapevolezza, amore.

La figura di sua madre mi ha ricordato per alcuni versi quella di Tracey la protagonista di Swing Time il romanzo di Zadie Smith e in alcuni passi ho ritrovato anche il dolore sordo e profondo di Amatissima di Toni Morrison.

Coraggioso, delicato, struggente.

Un grande abbraccio Kiese!

Il giusto peso - Kiese Laymon – edizioni Black Coffee – (Traduzione di Leonardo Taiuti) Pp 296 € 15,00 sul sito dell’editore € 14,00

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