Elisabetta Favale
E(li's)books
20 Gennaio Gen 2020 1701 20 gennaio 2020

Babilonia di Yasmina Reza. Recensione

Babilonia Yasmina Reza

Mi è capitato di vedere di persona Yasmina Reza a Più libri più liberi (dicembre 2019) e ne sono rimasta affascinata, nonostante quel suo standing da diva, nonostante il divieto per tutti di fotografarla che l’ha resa al principio un po’ antipatica, la verve della scrittrice e sceneggiatrice francese di origini iraniane mi ha conquistata.

Avendo letto solo Felici i felici e Carnage (ho visto anche la trasposizione cinematografica) sto recuperando gli altri suoi libri, ecco Babilonia

Il libro

In un posto chiamato Deuil-l'Alouette (che, tradotto alla lettera, sarebbe «Lutto-l'Allodola»), un posto qualunque nella periferia di Parigi, una donna qualunque, con un buon lavoro, un marito, un figlio, una sorella e dei vicini di casa, si lascia coinvolgere, nel corso di una strana notte di quasi primavera, in una faccenda che potrebbe costarle assai cara. Per affettuosa solidarietà con un uomo di cui non sa molto, tranne che è solo, profondamente solo. O forse perché, di colpo, ha voglia, foss'anche per un'ora, di respirare fuori dalla soffocante banalità del quotidiano, di farsi un giro «on the wild side» – di immergersi in una «dimensione di tenebra». Tirando con la consueta, stupefacente maestria le fila di una vicenda in cui il comico e il tragico si mescolano in maniera inestricabile come in una sorta di perverso vaudeville, Yasmina Reza dà voce alle angosce più segrete, e mette in scena il suo beffardo teatrino della crudeltà scavando ancora una volta in quello spazio di connivenze e mostruosità che può diventare la coppia; e ci ricorda che – non diversamente dagli ebrei, che «sulle rive dei fiumi di Babilonia» sedevano e piangevano «al ricordo di Sion» – ciascuno vive in esilio: da se stesso, da ciò che avrebbe voluto essere, e dagli altri.

La mia lettura

“Siamo da qualche parte del paesaggio fino a quando non ci siamo più”

la riflessione alla base di questa storia sono la memoria, il tempo che passa inesorabile, quel momento in cui ci si trova a dover “chiudere il bilancio” di ciò che s’è fatto e di cosa è rimasto indietro. Per la protagonista questo momento coincide con i 62 anni, più ci pensa e più non ci sta a rassegnarsi ad invecchiare, non lo trova giusto, le sembra quasi che la vita le abbia fatto lo sgambetto, che razza di vita ha avuto? Lineare, equilibrata, ma ne è valsa la pena? Mette in dubbio perfino il suo matrimonio, quel marito amorevole che non fa fuochi d’artificio ma eccolo lì adorante, non è questo che conta? Si può arrivare a invidiare le relazioni clandestine e precarie di una sorella solo perché hanno un sapore più “esotico”, proibito?

Il talento di Yasmina Reza sta, oltre che nella scrittura, nella capacità di spingerti, te che leggi, giù in basso con i suoi protagonisti quando ti fa capire che una vita tranquilla può trasformarsi in un incubo nel giro di un attimo e senza premeditazione.

Elizabeth e Pierre sono una coppia tutto sommato serena, l’inquietudine di lei neppure arriva al marito che la crede felice, il loro vicino, che di Elizabeth diventa amico e confidente, Jean-Lino Manoscrivi, è un uomo enigmatico, solo, nonostante abbia una moglie di cui sembra andare fiero, le altre coppie che Elizabeth e Pierre invitano alla loro festa, festa che segnerà l’epilogo di equilibri consolidati, sono più o meno come loro, radical chic quanto basta, ipocriti quanto basta per assicurarsi una serie di relazioni sociali consone alla loro posizione.

Jean-Lino Manoscrivi rappresenta una “devianza” per Elizabeth, è fuori dalla “cerchia” a cui appartiene e forse per questo diventa depositario delle sue confidenze e lei delle confidenze dell’uomo.

La Reza è maestra quando si tratta di scrivere dialoghi grotteschi il cui ritmo di solito è molto serrato e che portano a delle conseguenze drammatiche, in Babilonia il pretesto è un litigio tra Jean-Lino Manoscrivi e sua moglie Lydie, lei è una fanatica salutista che tedia il pover’uomo:

“…me ne frego altamente del pollo, del tacchino, del maiale, me ne frego di tutta la compagnia, se mi mangio il mio pollo bio è perché è più buono ma a parte questo me ne frego, me ne frego se è infelice, che cosa ne sappiamo noi, me ne frego se non ha visto la luce del sole, se non ha saltellato tra gli alberi come un merlo o non si è rotolato nella polvere, non credo nella coscienza del pollo (….) Sono stufo di continue restrizioni, non ne posso più di vivere sotto il terrore, se mi va di mangiare pollo tutti i giorni mangio pollo tutti i giorni (…) mangiatevi la vostra insalata e smettetela di rompere”.

Senza fare spoiler, vi dico che la reazione di Jean-Lino non finisce qui, che a fronte di uno scatto d’ira dalla conseguenze inaspettate, potrà contare, a sua difesa, della comprensione di Elizabeth che si rivelerà in grado di superare l’ostacolo delle convenzioni.

Perché una donna “normale”, posata, come Elizabeth decide di mostrare comprensione davanti ad un fatto innegabilmente grave?

Ecco che l’interrogatorio a cui viene sottoposta mostra tutta la pochezza dell’animo umano, la forza delle convenzioni è più forte dell’idea che si possa provare pietà per una persona sola.

“Quando si cresce con l’idea di non avere nessuno è difficile tornare indietro. Anche se qualcuno ti prende la mano e ti abbraccia, la cosa non ti arriva davvero.”

Feroce come sempre Yasmina Reza, capace di metterci in crisi con i suoi esempi e approcci trasversali che vanno a pungerci sul vivo … proprio lì, sulle nostre paure, delusioni, solitudini.

Babilonia – Yasmina Reza – Adelphi (Traduzione di Maurizia Balmelli) – Pp 157 € 8,99

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