Alfredo Ferrante
Tantopremesso
21 Gennaio Gen 2020 0916 21 gennaio 2020

L’uomo in mutande e lo spirito del tempo

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Correva l’anno 2015 e l’operazione “Stachanov”, effettuata dalle forze dell’ordine, portava agli arresti domiciliari un consistente numero di dipendenti del Comune di Sanremo che erano stati filmati mentre timbravano il cartellino e se ne andavano dal posto di lavoro. Saliva agli onori della cronaca Alberto Muraglia, vigile urbano immortalato in mutande a passare il proprio badge: il Comune, procedendo per via disciplinare mentre andava avanti il giudizio penale, aveva deciso di licenziare lui e una trentina di suoi colleghi. Dopo più di quattro anni dai fatti, il colpo di scena: il gup di Sanremo ha assolto Muraglia e altri nove imputati perché il fatto non sussiste, mentre sedici persone sono state rinviate a giudizio e altrettante sono uscite dal processo con un patteggiamento, con ciò comprovando, in parte, l’impianto accusatorio. Pochi minuti e parte la tarantella sui social che cavalca lo sdegno del “popolo della rete” per l’uomo in mutande, furbetto per antonomasia che, per chissà quale cavillo, salva la ghirba e, con tutta probabilità, rientrerà in servizio. Occorrerà naturalmente attendere che le motivazioni del giudice vengano depositate e rese disponibili per entrare nel dettaglio, sebbene sembra potersi affermare che le spiegazioni fornite da Muraglia, goffe o sempliciotte che fossero, siano state considerate attendibili nel corso del giudizio. Aldilà dei fatti e delle circostanze specifiche, tuttavia, la vicenda sembra avere tutte le carte in regola per diventare, a suo modo, un caso di scuola che investe vizi e vizietti del costume nazionale. Quanto accaduto rende intanto necessario un richiamo non banale al principio di garantismo: se le sentenze vanno accettate tutte, non solo quelle che piacciono, Muraglia era e resta innocente, almeno sino all’eventuale colpevolezza provata nell’ultimo grado di giudizio. La Costituzione ci ricorda che l’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva: un concetto di civiltà giuridica di intuitiva evidenza, senza scomodare Perry Mason. Il secondo aspetto è quello relativo al sensazionalismo a tutti i costi e all’ormai familiare meccanismo che porta a sbattere il mostro in prima pagina: quel che è accaduto è l’ennesima conferma che qualsiasi apparente evidenza va sempre corroborata nelle sedi giudiziarie, senza improvvisati processi sui giornali, nelle televisioni o, men che mai, sui social network. E spetta agli operatori della comunicazione il delicato compito di mettere a disposizione i fatti in modo obiettivo, senza pregiudizi e offrendo la loro legittima opinione senza lanciarsi nella crociata del momento, magari cavalcando e amplificando gli appetiti dell’indignazione a comando, che si abbatte con violenza sulla vita degli individui. “Vengo da quattro anni e mezzo di tortura mediatica per colpe che non ho mai avuto. Sono stato costretto a cambiare vita, reinventarmi un lavoro, sopportare e far sopportare ingiustamente alla mia famiglia il peso di derisioni, mancanze di rispetto, difficoltà. Questi anni nessuno me li restituirà mai – ha detto Muraglia dopo la sentenza - ma ora voglio solo voltare pagina […]. Ho peccato di malcostume, forse di scorrettezza amministrativa, ma non di certo di truffa allo Stato”. Una riflessione seria meritano, infine, origine ed effetti della vulgata dei cosiddetti furbetti del cartellino, vera e propria gallina d’oro di tanta parte dell’informazione e della politica, che sul tema ha costruito consenso e attenzione mediatica. L’allora Presidente del Consiglio, commentando l’accaduto a Sanremo, tuonava: “Se io ti becco a timbrare il cartellino e te ne vai, entro 48 ore te ne vai a casa, sospendendoti, e poi 30 giorni per chiudere il procedimento […]. Questa è gente da licenziare entro 48 ore. È una foto terribile, è una questione di dignità e rispetto verso chi si alza la mattina e mette la sveglia presto per andare a lavorare”. Parole di apparente buon senso ma, in realtà, tese a lisciare il pelo alla rabbia sorda verso tutto ciò che sa di pubblico in Italia attraverso una sorta di moderna legge del taglione, che non conosce gradazioni o sfumature, che non vuole verifiche e che non tollera approfondimenti, considerati un inutile spreco di tempo, sempre poco, sempre meno. Un j’accuse peloso, incessante e martellante, contro i rubagalline del cartellino che ha contribuito a spezzare le gambe di una burocrazia già malandata, senza interrogarsi in profondità su quel che davvero servirebbe per renderla una volta per tutte leva di sviluppo. Intendiamoci: chi truffa lo Stato non solo commette un reato ma, ancor peggio, tradisce il mandato costituzionale di svolgere con disciplina ed onore i propri compiti a servizio della comunità e indebolisce gravemente il tessuto civile del Paese. E nessuno nega i mali che attanagliano la macchina pubblica Italiana, ancora troppo spesso malata di formalismo ed ipocrisia adempimentale. Ma la dimensione civile di uno Stato di robusta costituzione e della sua classe dirigente – politica, economica, amministrativa – si regge sul rispetto delle regole costituzionali e sul comune impegno alla salvaguardia delle Istituzioni, aldilà dei singoli e degli individui. E si basa, soprattutto, sulla capacità di saper interpretare una realtà in costante evoluzione senza i paraocchi dell’immediato e del facile tornaconto. L’esempio di quello che passerà alle cronache come l’uomo in mutande travalica il tema dell’informazione, la qualità della burocrazia o lo spessore della classe politica nazionale ed investe il clima generale del Paese, il suo spirito del tempo. La velocitas dell’oggi non può e non deve essere una facile scusa per inseguire l’attimo, per non riportare il quotidiano, con la parola e con i comportamenti, alla complessità delle cose, senza dover assecondare il corso della corrente. Non serve una repubblica dei migliori ma una società in cui chi riveste ruoli di responsabilità, in ogni campo, eserciti quella necessaria prudenza che salvaguardi i valori profondi che occorre preservare dall’usura del tempo. Mutande o non mutande.

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