Siamo condannati a un futuro da freelance, ma potremmo scoprirci più felici

Negli Stati Uniti già ora un terzo dei lavoratori collabora da esterno con le imprese, a tempo pieno o parziale. Nel giro di pochi anni si potrà arrivare alla metà della forza lavoro totale. Non è necessariamente uno scenario da incubo, a leggere le ultime indagini sul tema

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I pannelli progettati da Norman Foster al Porto Vecchio di Marsiglia (BORIS HORVAT / AFP)

5 Aprile Apr 2017 1210 05 aprile 2017 5 Aprile 2017 - 12:10
WebSim News

Robot e Big Data non sono tutto. Se si guarda alle forze che stanno stravolgendo il lavoro, in tutto il mondo, si trova molto altro. Per esempio che siamo alla vigilia di una trasformazione potenzialmente di massa: quella dei lavoratori dipendenti in freelance. Un paio di anni fa un‘analisi di Edelman Intelligence per i network Freelancers Union e Upwork aveva calcolato che poco meno di un terzo dei lavoratori statunitensi si già poteva considerare un “freelance”. In un aggiornamento di qualche mese fa la cifra, stimata attraverso un’indagine a campione su 6mila persone, era salita al 35 per cento. Si sta procedendo verso la profezia annunciata dalla stessa organizzazione dei lavoratori autonomi americana, che si arrivi entro il 2020 addirittura ad avere il 50% di forza lavoro etichettabile come freelance.

Già oggi si parla di cifra enorme, pari a 55 milioni di persone negli Usa, che però va un po’ spacchettata. Lo studio di Edelman parla di 19 milioni di freelance puri, ossia persone che non hanno un datore di lavoro e che fanno lavori in autonomia sulla base di progetti. Altri 15 milioni sono lavoratori “diversificati”, che hanno un lavoro part-time principale che integrano con lavoretti (per esempio come guidatori di Uber). In 13,5 milioni sono stimabili i “moonlighters”, quelli che hanno un secondo lavoro dopo uno a tempo pieno. Infine altri 3,6 ciascuno sono i gruppi rappresentati da piccoli imprenditori che si identificano come freelance (per esempio chi ha creato una microimpresa di web marketing) e da lavoratori con un singolo datore di lavoro ma per lavori saltuari o comunque di breve durata. È la famosa america della Gig economy.

La definizione di freelance e l’entità di questi dati sono discutibili. Se si guarda al caso italiano, un recente punto sul tema a cura di Truenumbers aveva definito con il termine “freelance” un lavoratore autonomo senza dipendenti e identificato 3,45 milioni di persone, pari al 13,8% della popolazione attiva italiana. Il trend, in ogni caso, è netto. I confini tra interno ed esterno delle aziende si stanno sgretolando, principalmente grazie alla tecnologia. Il fenomeno è stato ripreso da un recente studio di The Boston Consulting Group sulle 12 forze che stanno cambiando radicalmente il modo in cui le organizzazioni lavorano. L’analisi va calata soprattutto nel contesto americano, ma dà indicazioni anche per il resto del mondo. Una di queste forze è l’“accesso alle informazioni e alle idee”. Quando, grazie a costi di hardware e software che continuano a scendere, anche nel cloud computing, qualsiasi persona può essere connessa, lavorare da remoto e scambiare dati in tempo reale, c’è ancora bisogno di avere impiegati fissi? Come nota Bcg, in molte grosse società di IT quasi metà dello staff a tempo pieno è composta da contractor esterni. Questa è una parte della storia. C’è poi il fatto che oggi «le soluzioni più innovative sono sviluppate da persone in giro per il mondo che si uniscono in comunità online, piattaforme su internet ed ecosistemi digitali». Tutto questo stravolge i modelli tradizionali non solo di impiego, ma anche del finanziamento delle nuove imprese, di sviluppo di nuovi prodotti e di gestione del ciclo di vita dei prodotti. Comunità di crowdsourcing come Kaggle e InnoCentive permettono alle società di “affittare” i talenti senza troppi investimenti iniziali. Invece di assumere impiegati a tempo pieno, le società possono creare dei team di progetto con le competenze richieste. Così un gigante delle assicurazioni come Allstate sta organizzando tramite Kaggle delle competizioni per risolvere delle sfide legate al proprio business. «Una di queste gare ha portato a un algoritmo per le previsioni delle richieste di risarcimento che è del 271% più accurato del modello esistente di Allstate», nota Bcg.

Comunità di crowdsourcing come Kaggle e InnoCentive permettono alle società di “affittare” i talenti senza troppi investimenti iniziali. Invece di assumentere impiegati a tempo pieno, le società possono creare dei team di progetto con le competenze richieste

«Le statistiche si possono discutere, ma il trend è chiaro ed è guidato da quello che le persone vogliono: lavorare in occupazioni diverse, non tradizionali, con più flessibilità», commenta a Linkiesta Grant Freeland, global leader della practice “People & Organization” di Bcg. «È un trend guidato anche dal fatto che le aziende cercano sempre più expertise in profondità su temi specifici che non possono essere trovati all’interno delle imprese in ogni momento. Ed è guidato dal fatto che si vuole avere flessibilità sia dal lato della offerta che della domanda di lavoro», ha aggiunto, a margine di un incontro nella sede di Milano della società dedicato ai nuovi modi di lavorare e a come le aziende possono creare modelli organizzativi più agili.

Tra le 12 forze individuate dalla società di consulenza, sei riguardano appunto l’offerta di talento, cioè quello che sta succedendo sul versante dei lavoratori. Uno di questi trend riguarda da vicino la crescita dei freelance ed è quello dell’‘imprenditorialità e individualismo”. L’indipendenza, è la tesi, sta diventando un fattore di motivazione dominante per i Millennial (i nati tra i primi anni Ottanta e la metà degli anni Novanta) e per la nuova Generazione Z, quella dei nati dopo la metà degli anni Novanta. «Queste persone giovani tendono a essere annoiate nel fare lo stesso tipo di lavoro per lunghi periodi e sono particolarmente interessate a carriere indipendenti. Messi nelle condizioni dalle piattaforme e dagli ecosistemi digitali, molti stanno scegliendo l’imprenditorialità e l’auto-impiego rispetto ai tradizionali impieghi nelle imprese», si legge nello studio. Il contesto, va ricordato, è quello statunitense, dove le percentuali di disoccupazione giovanile non sono paragonabili con quelle italiane. «Tra quelli ancora interessati ai lavori nelle imprese - si legge ancora - molti sono propensi a sperimentare nuove idee, prendendo lunghe pause nella carriera, e perfino a lavorare part-time come volontari o come freelance in ambiti completamente nuovi. Uno studio recente ha fatto emergere che il 79% dei giovani della Generazione Z vogliono integrare l’istruzione con il lavoro e che il 42% si aspetta di diventare un imprenditore». Tutto questo si sposa ad altri trend legati all’offerta di talento, come il crescente desiderio di lavorare di più da casa (più di un quinto degli impiegati si dice disposto a rinunciare fino al 5% dello stipendio per poter lavorare uno o due giorni da remoto). E come la preferenza netta per compensazioni che permettano di conciliare vita e lavoro rispetto alle tradizionali compensazioni economiche (come i bonus di produttività).

Se nel 2014 solo il 53% di loro dichiarava di esserlo per propria scelta, nel 2016 la percentuale era crescita al 63 per cento. E il 79% dichiara che lavorare da freelance è meglio che lavorare da dipendente

Sul lato delle opportunità, «i freelance - continua lo studio - ne vengono fuori con il beneficio aggiuntivo di essere ben connessi con gli sviluppi che avvengono nel settore nel suo complesso, a differenza degli impiegati, che invece tendono a essere più presi da dinamiche interne».

È davvero un mondo così roseo? La realtà dei lavoratori freelance italiani parla di infinite difficoltà nel valorizzare il proprio lavoro, di ritmi di lavoro intensissimi e di pagamenti che arrivano con ritardi bibilici. Lo stesso Grant Freeland, di Bcg, riconosce che è molto difficile dare una risposta univoca di fronte a trasformazioni che creano molte opportunità per alcuni e tagliano fuori molti altri (le ultime lezioni americane sono lì a dirlo chiaramente). Tuttavia la fotografia scattata dall’indagine commissionata dalla Freelancers Union (associazione fondata da Sara Horowitz) mostra dei miglioramenti nelle condizioni di vita di chi si definisce freelance. Se nel 2014 solo il 53% di loro dichiarava di esserlo per propria scelta, nel 2016 la percentuale era crescita al 63 per cento. E il 79% dichiara che lavorare da freelance è meglio che lavorare da dipendente, perché i lavoratori autonomi si sentono più rispettati, dotati di potere (empowered) e felici di iniziare ciascun giorno. In uno dei risultati più sorprendenti emerge anche il fatto che una larga parte dei freelance americani dichiara di lavorare la giusta quantità di ore di lavoro, con una media di 36 ore settimanali. L’80% di loro avrebbe anche una copertura sanitaria - questione quanto mai cruciale per i freelance americani - anche se una parte minoritaria mette da parte fondi per le pensioni integrative. Se questo fosse il futuro anche in Italia ci sarebbe da metterci la firma. Ma l’Oceano, in questo caso, è davvero enorme.

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