Così la burocrazia ammazza le imprese, peggio di noi solo Brasile e Venezuela

In un recente studio, Confindustria esamina il costo che ha la burocrazia per l'Italia: solo in Italia i tempi per aprire uno stabilimento sono superiori ai 4 anni. In quanto ad onere della regolamentazione, il World Economic Forum ci posiziona al 136° posto, davanti solo a Brasile e Venezuela

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EVARISTO SA / AFP

6 Luglio Lug 2017 1057 06 luglio 2017 6 Luglio 2017 - 10:57
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Lo sappiamo ormai da anni, ma nessuno sembra voler risolvere seriamente la questione. Uno dei più grandi problemi italiani, uno dei peggiori freni alla crescita economica, ha un nome ben preciso: burocrazia. La burocrazia è il grande malato d’Italia, una palude dalla quale nessuno ha la forza (o la volontà) politica di tirare fuori il Bel Paese. Recentemente, il centro studi di Confindustria-Assolombarda ha rilasciato uno studio in cui si esamina l’impatto della burocrazia sull’economia italiana. E i risultati, guarda un po’, sono negativi.

Nello studio Confindustria esamina i dati relativi all’onere sul fatturato dei costi amministrativi. Differentemente dai dati sui costi per lavoratore in tre particolari settori industriali (senza confronti nazionali ed internazionali e, dunque, poco esplicativi), l’analisi del peso degli oneri amministrativi sul fatturato si svolge in un confronto internazionale con i principali competitors europei. E da qui si può amaramente notare come in Italia (lo studio prende in esame, per l’Italia, Lombardia ed Emilia Romagna) vi sia un lieve aumento delle imprese che dichiarano costi amministrativi che incidono per più del 5% del fatturato. Altrove in Europa, stando al campione preso in esame, questo non accade. Ma, purtroppo, i dati peggiori sono altri. Oggetto di studio sono stati anche i tempi necessari ad un’impresa per aprire uno stabilimento, fattore fondamentale nell’accrescere la competitività economica di un paese ed attrarre investimenti. Bene, anche qui l’Italia primeggia in senso negativo: solo nelle regioni italiane vi sono imprese che hanno dichiarato tempi necessari all’apertura di nuovi stabilimenti maggiori ai 4 anni.

E Confindustria non è l’unica ad essersi accorta della situazione italiana. Da anni il World Economic Forum valuta la competitività globale annualmente e tra gli indicatori vi è l’onere della regolamentazione. Nel rapporto 2016-17, per questo indicatore, l’Italia si posiziona al 136° posto in classifica. Su 138. Peggio di noi solo Brasile e Venezuela. Un’impasse da cui non si riesce proprio a venir fuori. Lo dimostrano i dati della World Bank sulla qualità della governance, tra cui compare come indice la qualità della regolamentazione. L’Italia, dal momento in cui sono state effettuate queste valutazioni ad oggi, è rimasta piuttosto costante intorno al valore del 77%, con un gap di circa 10 punti percentuali dal gruppo di paesi Oecd. Durante questo ventennio nessun provvedimento politico ha, quindi, avuto grandi effetti nel migliorare la situazione. Anzi, con il passare degli anni la differenza si è allargata, seppur di poco: se nel 2005 il gap era dell’11%, nel 2010 è diventato del 10% e nel 2015 è aumentato fino al 13%.

Un problema sia economico che politico, dunque. Il problema economico è sotto gli occhi di tutti: difficoltà nell’iniziativa d’impresa, impossibilità di attrarre investimenti. Ostacoli alla crescita, in breve. Il problema politico, invece, è più fine: non avendo avuto nessun governo la forza e la volontà di riformare il sistema di regole vigente in Italia, si è andati avanti con piccoli provvedimenti, stimoli, incentivi, che danno una boccata d’aria agli imprenditori, ma che non bastano a colmare il gap internazionale. Servirebbero riforme strutturali, vere, della regolamentazione. Ma nessuno ce la fa. E non si parla solo di un scontro ideologico tra regolamentazione e libero mercato: si parla di regolamentazione intelligente, sensata, di qualità. Ma ad ideare un sistema del genere nessuno ci vuole pensare, probabilmente perché poco conveniente a livello politico. E così mentre i grandi statisti italiani ragionano su quali pedine muovere sullo scacchiere politico, l’Italia resta ferma al palo.

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