Lega e Cinque Stelle, il contratto è a tempo determinato (e durerà fino alle europee)

Non c'è sintesi nell'accordo tra Di Maio e Salvini perché la loro è una co-abitazione forzata. Anche il contratto di Governo è a tempo determinato. Se le cose vanno male è pronto il piano B: andare alle urne dopo le elezioni europee del maggio 2019

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FILIPPO MONTEFORTE, ALBERTO PIZZOLI / AFP

25 Maggio Mag 2018 0730 25 maggio 2018 25 Maggio 2018 - 07:30

Chi cerca una sintesi dentro l’intesa populista del nascente governo giallo-verde non la trova per un motivo molto semplice per non dire banale: perché non c’è. Il freddo contratto programmatico che vincola i due partiti di maggioranza, il presidente del Consiglio in pectore e la stessa tenuta dell’alleanza è semplicemente una lista di intenti scritta col metodo del manuale Cencelli e lo spirito del (rivisto) marxiano “Da ciascuno secondo le sue convenienze a ciascuno secondo i suoi bisogni”.

Gli ottanta giorni che sono serviti a trovare un accordo sul nome del presidente del Consiglio e sulla squadra di governo sono stati soprattutto segnati dal clima di vigile e armata attenzione che Salvini e Di Maio si sono reciprocamente destinati. Un’atmosfera palpabile anche in queste ore malgrado la soluzione del nodo sulla presidenza del Consiglio e il procedere spedito del lavoro di Conte sulla composizione della squadra dei ministri, una partita che, salvo possibili soprese, potrebbe essere chiusa entro sabato. Il caso Savona – il nome indicato dalla Lega per il tesoro – è rivelatore d’una tensione che scorre sottotraccia e che ha emersioni carsiche nelle nervosità che affiorano tra le righe delle dichiarazioni leghiste.

Di Maio sostiene con Salvini il nome di Savona e all’unisono i due leader ammoniscono sull’inammissibilità di diktat provenienti dal Quirinale. Ma se Salvini per sovrammercato ritiene di dover rilanciare in queste ore calde e col risiko della composizione del governo ancora aperto una virulenta polemica antieuropea è perché le parole di Conte pronunciate ieri – quelle relative alla necessità di permanere all’interno delle colonne d’Ercole della Ue - sono apparse alla Lega fin troppo accomodanti verso i poteri continentali.

Un sondaggio Eurobarometro rileva che oltre il 56% per cento degli interpellati nell’Unione europea pensa che i partiti protestatari siano capaci di imporre i necessari cambiamenti nei singoli paesi, di trovare soluzioni alla crisi economica e sociale e rimediare al drammatico divorzio tra establishment e popolo. In Italia il dato è pari al 71%

«L'Europa consiglia o meglio minaccia parlando di una manovra da 10 miliardi? Io – dice Salvini - Intendo fare l'opposto di quello che l'Ue ha minacciato ai governanti italiani negli ultimi anni». In questa coabitazione governativa il gioco è sottile e conta cogliere le sfumature. A Salvini infastidisce e al tempo stesso giova il fatto che in questi mesi il primato del profilo istituzionale l’abbia guadagnato Luigi Di Maio. Non solo per i ripetuti segnali di rassicurazioni offerti sulle tradizionali alleanze internazionali dell’Italia e all’Europa ma anche per la duttilità con cui si è relazionato con Mattarella. Ritagliandosi un profilo più rassicurante rispetto all’alleato leghista. Un fatto che a Salvini epidermicamente provoca fastidio ma che il leader leghista sa bene di poter piegare a proprio favore nella contesa interna al fronte populista che ha in palio l’area vasta di elettorato che, sondaggi alla mano, continua a riversarsi nelle fila dei movimenti antisistema.

Un sondaggio Eurobarometro rileva che oltre il 56% per cento degli interpellati nell’Unione europea pensa che i partiti protestatari siano capaci di imporre i necessari cambiamenti nei singoli paesi, di trovare soluzioni alla crisi economica e sociale e rimediare al drammatico divorzio tra establishment e popolo. In Italia il dato è pari al 71%. La messe è dunque molta e l’onda del populismo ancora lunga. In Europa lo sanno e sono allarmati considerando che le prossime elezioni continentali sono tra meno di un anno. Per i fratelli coltelli del populismo italiano è una finestra d’oro per un tagliando sulla macchina e l’avventura di governo che si sta apparecchiando.

Alla domanda “quanto durerete” che con la mente alla coperta corta dei conti e alla lista lunga dei sogni in programma il cronista di turno rivolge off the record all’esponente leghista o pentastellato nei corridoi di Montecitorio, lui risponde che se le cose si mettessero male e il governo fosse costretto all’immobilità dalle circostanze o dalle ostilità il momento di fermare tutto e tornare al voto sarebbe proprio l’indomani del voto europeo. Sull’onda avanzante del populismo continentale che metterebbe in vibrazione persino la Germania ancora stabile grazie al resiliente ma affaticato asse della Grosse Koalition tedesca.

Sembra dunque un contratto a tempo determinato quello tra Lega e Cinque stelle, che ha come obiettivo immediato quello di porre in dissolvenza i partiti e culture politiche che animarono – sembra ormai un secolo fa – la formula del Nazareno e che potrebbe avere come obiettivo di lungo termine la creazione di un nuovo bipolarismo tutto populista. Un sommovimento che in sincrono con il resto d’’Europa potrebbe segnare l’avvento d’un nuovo paradigma politico e culturale. Che sia questo un dato evolutivo o uno spaventoso regresso è un giudizio di valore che ognuno è libero di esprimere, che sia questo il movimento delle cose sembra essere meno un opinione che un fatto.

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