I cowboy di Parmalat, pochi e muti

I cowboy di Parmalat, pochi e muti

Come ogni buon argomento contadino, il latte è materia ricorrente per proverbi popolari. Un fatto impossibile è «latte di gallina», uno noioso «fa venire il latte alle ginocchia», sugli errori del passato, meglio «non piangere sul latte versato».
Parma, città saggia, fa sicuramente suo quest’ultimo, e non ama conversare sul grande crac dei tempi di Calisto Tanzi. Né ricordare gli entusiasmi che una volta smuoveva il patron di Collecchio: dalla Curia, che lo disegnava quasi come un santo per le cospicue donazioni, all’Università che lo proclamava dottore honoris causa in Economia e Commercio (era il 1992, lo stesso giorno del sindacalista Pierre Carniti) ed esaltava, fra le motivazioni declamate dal rettore Occhiocupo, «il merito di aver contribuito, con impegno e rigore etico, a innovare e rendere migliore il suo settore». Ma la città non chiacchiera volentieri nemmeno della Parmalat di oggi, quella dell’aretino Enrico Bondi, il risanatore a cui, all’inizio dell’incarico, fu cucito addosso dai giornali l’abito di uno che «mangia assieme agli operai in mensa – facendo pure la fila – e che arriva sempre in fabbrica con la sua Fiat Uno». E nel curioso intreccio tra Wall Street e stalle rappresentato da questa storia italiana, non solo è difficile trovare qualcuno che abbia voglia di parlare di azioni e obbligazioni, ma anche – e questo sì, più a sorpresa – di muggiti e mungitori; dei fornitori di materia prima, insomma. In poche parole, di vacche e contadini.

Il nome Parmalat è sempre stato un po’ un arbitrio geografico, perché, sin dall’inizio (1961), di latte parmense ce n’è stato ben poco. I produttori di queste parti preferiscono la filiera del Parmigiano Reggiano e il grosso del fabbisogno industriale è tradizionalmente arrivato a Collecchio da fuori, sia dall’Italia che dall’estero (in particolare, Francia e Germania). Ma almeno fino al crac c’era un nucleo di produttori di zona (che avevano sofferto i mancati pagamenti, con i ritardi che superavano abbondantemente l’anno).

Oggi invece? Quante sono le stalle del parmense che riforniscono Parmalat? Come sono cambiati i tempi? I pagamenti sono regolari? I rapporti buoni o tesi?
Sembrava un compito agile raccogliere impressioni tra la nebbia e lo stallatico. E invece, per rimanere alla proverbialistica di genere, è stato mestiere arduo «come cercare di cavar latte da un toro».

«Buongiorno, in relazione alla sua richiesta qui sotto le risponderemo appena possibile. Cordiali saluti». Questo – finora – è tutto quello ottenuto da Parmalat domandando la percentuale di latte proveniente dal parmense, dalle varie regioni italiane, e dall’estero. In attesa dell’«appena possibile» si è dovuto cercare altrove.
Il mondo agricolo italiano è rappresentato da più federazioni. Le due più piccole, Copagri (nata in ambiente sindacale: Acli, Cisl e Uil) e Fedagri (costola di Confcooperative) non hanno nel parmense «conferenti latte» (si chiamano così) a Parmalat. La più grande, Coldiretti (storica espressione del contado democristiano) neppure, come conferma il responsabile del lattiero-caseario Aldo Azzali. Restano la Cia (niente a che spartire, ovviamente, con lo spionaggio americano; è la Confederazione italiana agricoltori, nata per associare la vecchia mezzadria e gli affittuari agricoli, e politicamente più legata alla sinistra) e Confagricoltura, che tradizionalmente raccoglie le aziende più grandi, facendo un po’ la Confindustria del primario. Sotto l’ombrello della Cia è risultata esserci una sola azienda conferente latte a Parmalat. Sotto quella dell’Unione agricoltori (Confagricoltura), tre. Nel 2011, dunque, su circa 1.350 stalle parmensi, solo 4 vendono il loro latte a Collecchio. Molte meno delle circa 50 dei tempi di Tanzi. È iniziata la ricerca per andarli a trovare…

L’associato Cia (una società retta da due fratelli di Noceto) ha dato la sua disponibilità per l’indomani. Dei tre di Confagricoltura (zona di Fontevivo e dintorni), due non ne hanno voluto sapere di parlare, l’ultimo si è detto propenso, per quanto impegnatissimo. Appuntamento anche con lui, il giorno dopo.
Nel frattempo Guido Baratta, presidente di Cia Parma, ha tratteggiato un po’ la situazione del settore: «Qui nel parmense il latte alimentare ha sempre ricevuto poche attenzioni. Parmalat non ha mai premiato il prodotto locale, magari con un sistema di etichettatura della filiera, e si è sempre rivolta alla Lombardia, al Sud o all’estero. I produttori preferiscono conferire il latte al Parmigiano Reggiano perché in quel caso sono pagati in base alla rendita del formaggio. C’è un acconto mensile, e il saldo alla vendita; 15 mesi dopo». Il prezzo delle forme è in crescita. Tra flessione governata della produzione e aumento dell’export (+30% negli Usa, +12% totale) è rimasto stabile sopra i 9 euro al chilo per tutto il 2010 (+19% rispetto al 2009, +23,5% sul 2008, quando la media risultò di 7,40 euro al chilo) e ora è addirittura tra gli 11,20 e gli 11,40. Quindi sono aumentati i guadagni per chi munge. «Ormai, col formaggio in crescita», riprende Baratta, «i produttori arrivano a prendere dal consorzio circa 70 euro al quintale. E oltre 50 anche per il latte dato ad aziende artigiane e piccole industrie (in questo caso il prezzo si basa su un protocollo d’intesa, ndr). Con Parmalat fanno invece fatica ad arrivare a 40». L’unica ragione per continuare a rifornire Collecchio è che i costi di alimentazione sono molto più bassi. Per chi vuole entrare nella linea produttiva del formaggio sono infatti vietati i mangimi e c’è da seguire un disciplinare severo, con molte specifiche sul foraggio. Le mucche per il latte alimentare possono invece essere alimentate in stalla con gli insilati (mangimi contenuti nei silos).

«Quello che c’è di buono nella gestione Bondi – precisa Baratta – è la puntualità delle retribuzioni. Paga a 60 giorni, ogni 5 del mese. Negli ultimi anni, però, molti hanno scelto comunque la conversione, passando da Parmalat al Parmigiano. In fondo, in trent’anni, il prezzo del latte alimentare ha superato quello del latte per il formaggio solo in un caso. Sui sei milioni di quintali di latte prodotti ogni anno nel parmense ormai poche migliaia vanno a Collecchio o in generale al latte da bere. Il fatto è che i prezzi si sono ridotti. Un po’ è il trend europeo, un po’ colpa dell’incapacità di fare massa critica. Per cui i contratti ognuno se li va a negoziare individualmente, risultando però debole di fronte all’azienda». Un quadro che conferma anche Enrica Pezzoni, presidente dell’Ugc Copagri di Parma: «Un anno fa, quando ho preso questo incarico, ho trovato una situazione drammatica. Sconcertante. Ho toccato con mano la debolezza del potere contrattuale dei produttori di latte, da soli contro i colossi o i grandi trasformatori. Se poi addirittura i contratti vengono gestiti via fax, capite bene che la difficoltà è grande. Quanto a Parmalat, quindici giorni fa c’era un’importante riunione nel Lazio. Ebbene, la sedia del loro rappresentante (Centrale del Latte di Roma) è rimasta vuota. Segnale che ci ha dato forte preoccupazione. Ma di questo parlatene direttamente con gli allevatori…».

Volentieri. Solo che il giorno dopo ha prevalso la prudenza del silenzio. Prima hanno dato buca i fratelli di Noceto: «Anche se apparteniamo a due confederazioni diverse e noi siamo della Cia, preferiamo che parli solo il collega di Confagricoltura: una voce per tutti». Quindi anche con lui l’incontro è saltato: «Sono a Modena, proprio per discutere di tariffe. E comunque dovremmo fare una cosa in punta di piedi, noi ci lavoriamo con Parmalat, eh…». Stasera? «No». Domani? «No, nemmeno. Impegnato». Qualche battuta per telefono? «No, di queste cose non parlo al cellulare. E, comunque, vorrei prima le domande scritte per email…».

Non è rimasto che tornare per l’ennesima volta all’Unione agricoltori. Il direttore locale di Confagricoltura è Achille Coelli. Seppur diffidente, ha finalmente accettato di fare qualche dichiarazione: «Nessuno vuol parlare? Non posso certo forzarli. E poi non capisco cosa cerchiate precisamente. Molte notizie si trovano sull’agenzia Agrapress. Perché andare a chiedere agli agricoltori? Parmalat? Abbiamo conosciuto bene Tanzi al suo tempo e aiutato molti nostri aderenti a fare le ingiunzioni perché non pagava. Tra fine anni Ottanta e inizio anni Novanta oltre 50 nostri iscritti erano loro conferenti latte. Ora, come detto, sono rimasti in tre».

Sul perché di tutti quei misteri e di quei silenzi è emerso un fatto sopra tutti: da dieci anni non si fa più un prezzo nazionale del latte alla stalla. Fino a quattro o cinque anni fa se ne faceva almeno uno in Lombardia, che serviva da guida, con maggiorazioni per il trasporto dal Sud (ancora adesso buona parte del latte Parmalat, per esempio, viene dal Lazio e, più a Sud, tra Caserta, Benevento e Isernia ci sono oltre 180 aziende conferenti). Adesso siamo al punto che in Lombardia il prezzo lo ha fatto Coldiretti (l’11 febbraio: 39 euro al quintale rispetto ai 36,5 del dicembre 2010 e l’arrivo a settembre 2011 a 40,2 euro) senza l’accordo degli altri, a parte Cia. Mentre a Parma ognuno va per conto suo a contrattare. Ogni singola azienda. «Quindi nessuno vuole esporsi più di tanto. È comprensibile», spiega Coelli. «Le nostre sono tutte e tre stalle medio grandi, che hanno dai 150 ai 500 capi. No, no, i nomi non li scriva, non è il caso… non sono cose che devono essere pubbliche. È ragionevole che non parlino. Non vogliono che la cosa possa interferire in questo momento di trattativa. L’obiettivo minimo è 40 euro al quintale, anche se Parmalat parte da 35. Altro da dire non c’è. E mi scusi, ma ora ho da fare».

paolo.stefanini@linkiesta.it