Le rivolte arabe non sono poi così democratiche

Le rivolte arabe non sono poi così democratiche

Gli sviluppi della situazione in Siria ed Egitto evidenziano ancora una volta come la tendenza delle rivolte arabe non sia necessariamente democratica, ma abbia forti componenti identitario-religiose. Dalle rivolte in queste settimane emergeranno non solo le nuove personalità dei paesi, ma inizierà un cambiamento radicale nei rapporti di forza tra le potenze regionali: Turchia e Iran.

L’inviato del Financial Times al Cairo, Gideon Rachman, ha evidenziato come la “giovane classe media liberale ha scoperto di non essere l’unica forza liberata dalla caduta del presidente Hosni Mubarak”, e che il Salafismo è sempre più importante; la Fratellanza Musulmana potrebbe raccogliere un terzo dei voti in eventuali elezioni. In Siria, la protesta si è concentrata nella zona meridionale di Daraa, a maggioranza sunnita. Il presidente Bashar Al-Assad, allo scopo di soddisfare parte delle pretese religiose, ha ordinato la chiusura di un casinò e ha eliminato il bando al velo integrale per le insegnanti.

Il fatto che la componente “nazionalista-identitaria” fosse molto influente nelle ribellioni è stata evidenziata da Linkiesta già nel corso delle prime rivolte. Questi sviluppi stanno cambiando le regole del sistema di relazioni tra i vari paesi dell’area, con un ruolo particolare per la Turchia e l’Iran.

La Turchia è un paese fondamentale, perché riesce bene a interpretare le istanze religiose della componente islamico-sunnita, coniugandole con un sistema democratico che riesce a esprimere buoni risultati economici. Riesce per questo ad avere un vantaggio sull’Iran. Del resto, Ankara ha iniziato dal 2009 una politica aggressiva di presenza estera, aprendo dieci ambasciate in Africa Subsahariana; si sta proponendo poi come leader per i paesi arabi nella questione israelo-palestinese. L’approccio di collaborazione e interesse promosso dalla Turchia è diverso dal sistema militaresco e dottrinario promosso dall’Iran.

La questione siriana è la chiave per comprendere chi tra Ankara e Teheran potrà avere un ruolo più importante nella regione. Alcune componenti popolari turche hanno forti affinità con quelle siriane. In Turchia si stanno tenendo preghiere per le vittime della repressione di Assad, con cori che recitano “gli oppressore affogheranno nel sangue dei martiri”.

In particolare, il problema siriano per la Turchia è dovuto a questioni di stabilità. Una frattura sociale e politica sulle linee religiose getterebbe la Siria nella totale instabilità, e per Ankara le prime ripercussioni sarebbero sulla componente curda. I curdi rappresentano circa il 10% della popolazione siriana, e hanno preso parte ad alcune proteste già da febbraio. Le conseguenze dell’instabilità rispetto alla popolazione curda residente in Turchia sarebbero tutte da calcolare.

In Siria si prospetta però una soluzione “all’iraniana”. Le altre rivolte arabe hanno avuto il loro punto di svolta tra la terza e la sesta settimana; Damasco è ora alla quarta, e adesso si deciderà se il regime è destinato a rimanere o a crollare. La regola di Assad è strutturalmente “laica” e “militaresca”, derivando dal baathismo storico. Si trova a fare i conti con una rivolta religiosa, che sta soffocando con la violenza. Se dovesse riuscire nel suo intento, i militari in Siria sarebbero più forti di prima, in quanto detentori dell’ordine.

Si ripercorrerebbe così la strada dell’Onda Verde di Teheran. Siria e Iran, mai come prima, avrebbero profonde affinità politiche. Teheran avrebbe anche tutto l’interesse a sostenere la mano forte di Damasco contro la rivolta sunnita, in funzione anti-saudita.

Queste possibilità di sviluppo sono ben chiare al primo ministro turco Recep Tayyip Erdogan, che ha inviato il 26 aprile un “incaricato speciale” in Siria per monitorare la situazione e portare avanti un dialogo diretto con Assad. Quale che sia la soluzione, il Medio Oriente si troverà a fare i conti con paesi schierati lungo i confini religiosi. Auspichiamo davvero che prevalga il “male minore” della Turchia. Si tratta di un paese affidabile, anche se ancora troppi lati oscuri e contraddizioni rendono incomprensibile la sua personalità politica, tra religione, secolarismo, maschilismo, crescita economica e pulsioni egemoniche.

La Turchia, come modello, ha infatti ancora forti limiti. Ankara deve dimostrare adesso la capacità di creare una politica che sia veramente democratica, e non settario-religiosa. L’espressione islamica del partito al governo, l’Akp di Erdogan, ha reso immune il paese dalle rivolte. Le recenti riforme costituzionali hanno però diminuito il potere dei militari e l’indipendenza dell’apparato giudiziario: si potrebbe trattare di riforme per “portare il paese agli standard delle moderne democrazie”, come possibile e come promosso da Erdogan.

Potrebbero però essere i preamboli a un cambiamento teso alla chiusura del sistema democratico, verso direttive meno secolariste e più religiose. Lo schieramento kemalista secolare nel paese non si sente tranquillo. Nei giorni scorsi, migliaia di studenti liceali hanno protestato in tutto il paese contro il governo, perché i severi test di ammissione all’Università erano risolvibili con una semplice formula che svelava le risposte. Sfilavano con le bandiere turche e i ritratti di Atatürk. Sostenevano di non essere a conoscenza della formula, e che la stessa fosse stata svelata in anticipo solo agli studenti che seguivano l’Akp.
Quello degli studenti è solo un segnale, che però rappresenta bene il dibattito in corso in Turchia. Dalla vittoria di una fazione, o da una sintesi tra le due, deriverà la personalità politica che guiderà il cambiamento del Medio Oriente dei prossimi anni. 

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