Povero Sarkozy, non gli resta che Carlà

Povero Sarkozy, non gli resta che Carlà

Professor Abel, il tonfo elettorale di Sarkozy alle cantonali (con il suo partito, l’Ump, ormai tallonato dal Front National dei Le Pen) ha un po’ colto alla sprovvista chi si aspettava che il presidente passasse all’incasso, grazie alle politiche di sicurezza (in particolare quelle antirom) e allo spirito patriottico di una Francia che, con l’intervento in Libia, ha reclamato «il suo ruolo nella storia»…
In realtà, sappiamo ormai da tempo che Sarkozy ha fallito. E possiamo affermarlo col tono dell’accusa, ma anche con quello del rammarico. Perché lui ha rappresentato, almeno in parte, il tentativo di immaginare un’altra Francia, diversa da questa, sempre così rivolta al passato e capace solo di guardare al proprio orticello. Il tentativo di sbloccare una società divenuta estremente conservatrice e chiusa in se stessa.
Un tempo, il paesaggio politico francese era chiaro: c’erano i progressisti e i reazionari. Quelli che volevano accelerare i cambiamenti e quelli che li temevano e volevano frenarli, o addirittura speravano di tornare indietro. Ma a un certo punto le parti si sono come invertite. La maggioranza sarkozysta ha iniziato a presentarsi come il campo del cambiamento, del mutamento sociale e ad accusare gli avversari politici di essere un cartello di conservatori interessato solo a mantenere uno status quo ormai sclerotizzato.
Dall’altro lato, gli intellettuali francesi hanno dato l’impressione di aver abbandonato l’idea di progresso, sia sui temi della famiglia che su quelli dell’ordine pubblico, della legge, dell’urbanistica… E così anche per l’ambiente e la globalizzazione. Come se improvvisamente avessero iniziato a dubitare del fatto che il progresso sia realmente un bene. Si sono fatti scettici. Sono sembrati, insomma, voler mantenere solo quel po’ di progresso conquistato finora, ma senza neanche troppa convinzione. Hanno cercato di difendere l’ordine delle cose, in modo puramente conservativo, prudente. Senza coraggio.
La forza di Sarkozy era stata proprio quella di cercare di ridare più fiducia alla società, fiducia individuale e collettiva, fiducia soprattutto nel futuro; un coraggio nuovo per affrontare le difficoltà, le sfide. E si può anche dire che aveva saputo mobilitare una certa energia intellettuale, anche se ciò non si è certo tradotto in una approvazione massiccia del sarkozysmo da parte del mondo intellettuale e della ricerca, che al contrario, gli è rimasto nella quasi totalità contrario. E questo benché un certo numero di personalità di sinistra fossero state sedotte da questo stile nuovo. 
Arrivo fino a dire che una certa “insécurisation”, quel processo di erosione delle sicurezze sociali, sia stata attuata, diciamo così, a tavolino, per rimettere la società in movimento, per fare in modo che gli individui, privati di molti diritti acquisiti, fossero messi nella condizione di non poter contare più su nient’altro che sulle loro forze.

Ma dove ha fallito allora il sarkozysmo? Qual è stato l’errore?
Il fallimento viene dall’incapacità (o dalla non volontà) di evitare la trappola tesa dal Front National dei Le Pen (prima Jean-Marie e poi la figlia Marine), che alla fine ha avuto la capacità di dettare l’agenda e di imporre i suoi cavalli di battaglia (sicurezza, identità nazionale, protezionismo…). La maggioranza di governo è rimasta prigioniera dell’orizzonte imposto dal Front National. E più l’Ump, il partito di Sarkozy, è corso dietro alle istanze frontiste, più è politicamente impallidito perché, come si dice in questi casi, “l’originale resta sempre meglio della copia”.

Sarebbe potuta andare diversamente?
Sì. E il Patto per l’Ambiente del 2007, che nelle intenzioni doveva coordinare a livello governativo tutti i provvedimenti di carattere ecologico e imporre la loro urgenza all’ordine del giorno della politica, aveva tutte le carte in regola per poter segnare il decisivo riorientamento del dibattito pubblico, come hanno confermato recentemente gli avvenimenti in Giappone. Di sicuro un certo numero di personalità politiche della maggioranza erano pronte a cambiare rotta. Ma Sarkozy non lo ha fatto. Un po’ perché ha una concezione solo “cosmetica” dell’ecologia. Un po’ perché aveva paura di non rispettare gli impegni presi con la sua maggioranza elettorale. E così la questione è stata retrocessa in secondo piano. Insomma, Sarkozy non è riuscito, se così si può dire, a sostituire l’emergenza verde all’emergenza nera del Front National.
Questo è stato il suo errore più grave. Perché un vero uomo di Stato deve essere in grado di trascinare la propria coalizione lontano dagli interessi che l’hanno portata al potere e di fissare nuovi obiettivi. Il grande uomo politico è quello che non si preoccupa di mantenere tutte le sue piccole, spicciole, promesse elettorali, ma è capace di imporre all’intera opinione pubblica nuovi temi, dettare nuove gerarchie, rovesciare l’ordine delle priorità.
Il non essere riuscito a sfuggire dai temi imposti dal Front National ha invece intaccato fortemente le potenzialità iniziali di Sarkozy e ha anche reso impossibile restituire un’immagine della Francia come società plurale e come un Paese d’immigrazione capace di accettarsi in quanto tale.
Proporzionalmente, nel corso del Ventesimo secolo, la Francia ha accolto altrettanti immigrati degli Stati Uniti. Tuttavia, conserva di sé l’idea di una società-nazione. Una nazione che cerca di integrare e assimilare i nuovi venuti, ma sempre e comunque una nazione. Si immaginava che Sarkozy sarebbe potuto riuscire a fare della Francia il luogo di un islam forte, ma anche più secolarizzato e pluralistico. L’attuale intolleranza pseudo-laica mostra quanto questo obiettivo sia rimasto lontano.

E quali altri errori ha commesso il presidente?
Indubbiamente Sarkozy si è anche spinto troppo lontano con la personalizzazione della politica, e soprattutto con la messa in scena pubblica dell’intimo, che ha dato la sensazione costante di stare al limite della volgarità. Ma errori ben più gravi sono stati quelli in geopolitica.
Per esempio nella gestione della questione turca. Sarkozy non ha percepito l’importanza nuova che la Turchia stava assumendo, fosse o meno nell’Ue. E poi abbiamo preferito continuare a dare in subappalto la nostra violenza a Paesi tampone (per certi versi la stessa Turchia, ma soprattutto Egitto, Tunisia, Marocco, ecc.), incaricati di garantirci l’approvvigionamento energetico, il filtro delle emigrazioni e la sicurezza. Ed eravamo così rassicurati dall’idea che non potessero mai diventare realmente democratici! Se adesso dovessero diventarlo davvero, la nostra intera geopolitica sarebbe totalmente destabilizzata. Questi errori hanno gettato dubbi ulteriori sullo stato della nostra democrazia. E questi dubbi, da sempre, non rafforzano chi è al potere, ma l’astensione e il voto di protesta. 

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