Il futuro di Roma si gioca a Gallarate

Il futuro di Roma si gioca a Gallarate

In un pomeriggio di caldo africano è arrivato a Gallarate, provincia di Varese, Walter Veltroni. Ha ammesso – non appena salito sul piccolo palco – di aver aggiunto solo all’ultimo quello stop varesino al suo tour elettorale (che prevedeva originariamente due tappe lombarde: Milano e Mantova). «Ma del resto quello che sta succedendo in questa città lo imponeva», ha detto, guadagnandosi l’applauso degli almeno 150 militanti radunati nella piazza della Libertà. Poche ore dopo (tre, per la precisione), al tavolo di un bar (il Royale) proprio di fronte al palchetto (ormai smontato) del primo segretario Pd, sedeva e parlava il ministro leghista dell’Interno Roberto Maroni.

Ulteriore riprova che il voto per il sindaco di Gallarate, località di cinquantamila abitanti abituata a essere citata più che per la centralità delle sue vicende politiche per le notizie di traffico («code e rallentamenti sulla Gallarate-Gattico» è un refrain quotidiano più del «vento forte tra Lacedonia e Candela»), ha ormai – come si dice in questi casi – «assunto una valenza nazionale». Perché qui, non solo Lega Nord e Pdl corrono divisi (capita in molte realtà del Nord in queste amministrative), ma si combattono con una durezza e dei toni degni del periodo del «Berluskaz» post Ribaltone. Il tutto aggravato dalla scelta del partito del Cavaliere di candidare Bossi (Massimo) e di giocarci su pesante con gli slogan («Per Gallarate vogliamo il Massimo. Il Bossi di tutti»). E meritandosi la replica nei manifesti stampati da via Bellerio («Bossi è unico. Diffidate dalle imitazioni!») e sui tazebao preparati dalla locale sezione, in rima: «Questa giunta ancor ti frega; fa attenzion, non ci cadere! /Quel lor Bossi, con la Lega, non ha niente a che vedere/ lui e l’intera sua congrega/ son spreconi da temere!»).

La rottura tra i due partiti alleati a Roma risale a quattro anni fa, con l’uscita dalla giunta dell’allora assessore leghista alla Sicurezza Giorgio Caielli, oggi segretario cittadino del Carroccio (eletto per acclamazione nel luglio 2009). «Sì», spiega, «da allora siamo all’opposizione. Da quando, cioè, dopo aver governato assieme al Pdl per sei anni, ritenemmo di non poter più andare avanti. I dissapori più profondi nacquero per la gestione delle aziende partecipate del Comune, in particolare Asmc e 3SG, gestite con pesanti perdite e occupate a ogni livello da loro uomini; per le scelte urbanistiche, con una cementificazione del territorio senza precedenti, e sulla moschea islamica. Queste distanze sono rimaste e si sono aggravate con la recente approvazione di un Pgt che ci ha visto fortemente contrari perché prevede il sacrificio di nuove aree di verde e l’apertura di altri centri commerciali che danneggiano i commercianti. E con l’apertura del Maga, il museo d’arte di Gallarate (inaugurato a marzo 2010 è, secondo The Art Newspaper il 65° museo italiano per visite, con 75.416 accessi, ndr). Un’opera faraonica che in tempi di crisi ha sottratto al Comune risorse importanti che potevano essere destinate a problemi più seri di un’operazione di vetrina con mostre di Modigliani e Giacometti».

Il Senatùr sta dedicando molte energie alla causa di Gallarate, tanto che i giornali (L’Espresso, per esempio, hanno iniziato a parlare di «Laboratorio Gallarate»). «È una battaglia cruciale», conferma Caielli, «e poi Bossi (Umberto) è stato molto indispettito dalla scelta di un suo omonimo da parte del Pdl. È stata una mossa inelegante, per cercare di trarre in inganno gli elettori. Avrebbero potuto comportarsi in modo più pulito, almeno in questo. Noi, sia chiaro, diamo addosso a tutti e due: Pd e Pdl. Con il Pd la distanza è valoriale, ad esempio su temi come la moschea e l’immigrazione. Con il Pdl è locale, per come ha gestito il potere. Il Partito democratico qui ha fatto un’opposizione troppo morbida. Le barricate le abbiamo fatte solo noi della Lega e i vendoliani di Sel, con la consigliera Cinzia Colombo. Siamo stati intransigenti, anche se il Pdl ha continuato a dire, per tutti questi quattro anni, che le porte erano aperte e che c’era dialogo». Sul «laboratorio» il segretario cittadino rimanda a chi sta più in alto di lui: «Noi ragioniamo a livello locale. A livello nazionale, vediamo. Se Bossi decide di cambiare rotta lo seguiremo».

E così, appunto, in serata è arrivato per un aperitivo in centro (e poi per una festa alle Scuderie Martignoni), il ministro dell’Interno Maroni, accompagnato dalla candidata sindaco leghista Giovanna Bianchi (nipponista e Consigliere di Amministrazione della Rai) e da Renato Pozzetto. «Qualcuno», ha detto il ministro, «vede questa storia di Gallarate come un ritorno al futuro. Di sicuro è un ritorno al passato: sembra di rivedere la Lega delle origini, pronta ad andare da sola contro tutti. Certamente è una sfida interessante. Non so. Forse indica anche un possibile futuro». 

Maroni ha ribattuto anche alla polemica cittadina che lo riguarda e che è stata lanciata in grande stile dal Pdl: «Invasione di immigrati a Gallarate? chiedete al ministro (leghista) Maroni». «Credo che non bisognerebbe fare campagna elettorale sulla pelle dei profughi», ha detto, «su donne, bambini, poveri disperati che fuggono. Non mi sembra un comportamento responsabile. Di fronte poi a un quadro come quello prospettato dalla Nato di ben 750 mila profughi dalla Libia… Quanto alla sfida elettorale, abbiamo molte aspettative su Gallarate e anche su Bologna, dove confidiamo in un grande risultato di Manes Bernardini. Il Pdl ci ha “concesso” il vicesindaco di Milano? Mi sembra il minimo! Siamo in due alleati e non è che uno può prendersi tutto: sindaco, vicesindaco, assessori… Per di più siamo noi, nella coalizione, la componente più vivace, più effervescente e vitale. Siamo noi quelli in crescita…».

Anche Giovanna Bianchi, la candidata leghista, ha parlato con durezza nei confronti dei berlusconiani: «Dobbiamo dare un forte segnale di discontinuità dall’attuale amministrazione Pdl, che ha creato situazioni estremamente dannose per i cittadini e per le casse del comune con una gestione della cosa pubblica scellerata. Manca completamente la trasparenza e invece il Comune dovrebbe essere una casa di vetro. Non credo che Bossi (Massimo, eh) ce la faccia a passare al primo turno, e allora ce la giochiamo. Scambi tra noi e Pd al ballottaggio? Non credo proprio. Gli elettori non sono pupazzi che si spostano inscatolati qua e là. Almeno quelli della base. Difficile che un leghista voti Pd, e forse anche il contrario».

Edoardo Guenzani, l’ingegnere ex Dc (eletto per la prima volta nel ’75) che il Pd propone come volto nuovo per Gallarate era stato invece più tenero nei confronti dell’avversaria: «C’è quasi identità di programmi tra noi e la Lega, essendo tutti e due in forte contrapposizione alla maggioranza uscente. Il movimento ha una faccia pulita e il loro candidato è molto apprezzato. Nei dibattiti dice cose sensate che mi vedono d’accordo quasi in toto. Solo recentemente stanno segnando più distinzione da noi perché hanno capito che siamo l’avversario da battere. O noi o loro andremo al ballottaggio contro il Pdl, e i sondaggi ci danno avanti. Ce la giocheremo con Bossi (Massimo), perché stavolta, qui, è favorito chi insegue, chi sta a ruota. È un’occasione da non sprecare. C’è una prospettiva di cambiamento per questa città. La voglia c’è, e penso che molti leghisti potrebbero votarmi al secondo turno, così come penso che molti dei miei potrebbero votare la Bianchi se fosse lei ad andare al ballottaggio. Anche se alcuni più ideologizzati, tipo quelli di Sel, magari no… Comunque la Lega ha una responsabilità storica. Perché, se è vero che da quattro anni è all’opposizione, per sei anni ha contribuito alla formazione di questo sistema di potere. E anche nella strage del verde ha più responsabilità di me, nonostante ora scrivano sui manifesti che io sono un cementificatore per via della vecchia storia di una famosa variante, sulla quale sorvolerei… Comunque – ha concluso – Io ci credo che questo sia un laboratorio in previsione di futuri scenari. Quando Berlusconi si ritirerà, il Pdl è destinato a esplodere in mille correnti. Allora la Lega avrà tutto l’interesse a cercarsi un alleato più stabile».

Guenzani aveva introdotto Veltroni, nel pomeriggio, sul palco («Accolgo a Gallarate Walter che, con quel bel discorso a Torino, alla fondazione del partito, mi aveva quasi convinto a entrare nel Pd. Anche se poi non sono entrato…). L’ex sindaco di Roma ha tenuto la parola per una ventina di minuti, facendo il punto della situazione con buona eloquenza: «A Gallarate, come altrove, il Pdl ha avuto la mano pesante nella gestione del potere, infiltrandosi ovunque, creando una cappa che tutto paralizza e che favorisce anche l’infiltrazione delle mafie, che sguazzano laddove manca trasparenza, e che si stanno espandendo a macchia d’olio anche in queste zone di Lombardia». E ha messo in guardia: «Attenti! Non credete al gioco della rottura con la Lega. È un vecchio trucco da campagna elettorale per alleati in crisi. Si sceglie un posto, magari piccolo, e si scaricano lì tutte le tensioni di coalizione. Quelle che non possono essere regolate a Roma, se non mettendo a rischio il governo. Se ne fa un luogo simbolo. Uno sfogatoio. Ma vi sembra possibile che a pochi chilometri da qui, a Busto Arsizio, a Varese, a Milano, Lega e Pdl vadano unite e qui si scannino a quel modo? Questa polemica ha toni talmente grossolani da non risultare credibili. Fa tutto parte della politica virtuale. Una politica della paura e della chiacchiera che ci sta riportando al Medioevo. Ma vi rendete conto che, nel terzo millennio, a Roma c’è il record di ferie richieste per l’11 maggio per paura del terremoto dopo la diceria circolata su internet?». E ha concluso: «Questo è un voto amministrativo, non politico come vuole far credere il premier. Un sindaco non è un uomo politico, anche quando, come successe a me, diventa primo cittadino proveniendo dalla vita di partito. La lettura politica del voto lasciatela ai politici. Voi votate l’uomo migliore. Competente. Intelligente. E simpatico. Perché l’intelligenza senza simpatia non funziona. E chi sbaglia sindaco  vive peggio…».

Veltroni ha poi fatto il tour concordato per il centro (il caffè alla pasticceria Bianchi, due volumi sfogliati alla Libreria Rinascita, qualche stretta di mano…). Intanto i vertici del partito chiacchieravano di strategie («Le civiche sono importanti ma non possono portarci via troppi consensi. Dobbiamo lavorare sul voto di lista, anche usando il machete…) e ristrettezze economiche («il Pdl offre in piazza il risotto tramite la proloco. Dobbiamo rispondere. Ma in cassa c’è poco. Chiediamo ai candidati di autotassarsi. Non tanto… Cinque, dieci euro…»). Il locale segretario del Pd, il trentacinquenne Giovanni Pignataro, avvocato penalista, ha fatto anche lui il bilancio cittadino: «C’è stata un’ccupazione totale da parte del Pdl di ogni carica. Io la chiamo addirittura una “questione di ordine pubblico”. Abbiamo cercato Guenzani, e lavorato tanto per convincerlo, proprio perché ci serviva una persona con grande esperienza amministrativa, non un novellino. Perché se riusciremo a scoperchiare il pentolone, chissà cosa troveremo dentro. Sarà una situazione difficile da gestire».

Il fatto è che a Gallarate tutto è in mano a Nino Caianiello, soprannominato «il mullah», il locale leader berlusconiano, collezionista seriale di cariche per sé e per i fedelissimi della sua corrente liberal Agorà. «Vedi», spiega Stefano Candiani, segretario provinciale varesino della Lega, «abbiamo fatto anche i gratta e vinci». E ne porge uno, graffiandolo con una monetina. «Se gratti Bossi (Massimo) trovi Caianiello. Se gratti Guenzoni del Pd, trovi dei musulmani inginocchiati in preghiera. Se gratti la nostra Giovanna Bianchi trovi Giovanna Bianchi e la scritta “Hai vinto l’unico sindaco senza sorprese!”. Geniale, no?. Berlusconi doveva venire a sostenere il candidato Pdl. Non è venuto. Poi aveva detto che avrebbe telefonato durante il confronto tra gli aspiranti sindaci. Ma il telefono non ha squillato. Ora pare che scriverà una lettera a tutti i gallaratesi. Per noi non c’erano alternative. Non c’entrano le scelte politiche nazionali del Pdl. Qua non condividevamo per niente l’interpretazione pseudoclientelare del potere dei suoi esponenti locali sul territorio. Caianiello è dappertutto. Ha otto o nove cariche. Più quelle distribuite ai suoi [Vedi la mappa delle cariche da La Provincia di Varese] Per questo ci siamo trovati alleati anche con Fli, perché finalmente anche loro hanno capito. Noi abbiamo rotto col Pdl quattro anni fa, loro uno. Ma meglio tardi che mai. Poi nella vicina Busto Arsizio stiamo col Pdl. E anche a Varese (per la riconferma dell’uscente Attilio Fontana), ma questo è un altro discorso. Si parla di amministrative, di realtà locali. E in certe realtà, la Lega, per non essere snaturata, deve correre non senza Pdl ma contro il Pdl».

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Per approfondire, clicca sul nome del candidato:

Massimo Bossi
Pdl, Udc, Lista Mucci-Orgoglio Gallaratese, Lista Rioni Gallarate, La Destra, Lista Cosco, Lista Bossi sindaco.

Edoardo Guenzani
Pd, Idv, Sel, Lista civica Città è vita, Repubblicani e Socialisti.

Giovanna Bianchi
Lega Nord, Gallarate Onesta, Libertà per Gallarate (lista civica vicina a Fli).

Ennio Melandri
Federazione della Sinistra

Andrea Buffoni
Unione Italiana

Gianluca Pallucchini Gnocchi
Partito dei pensionati
 

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