Per vincere in Libia Obama torni a essere democratico

Per vincere in Libia Obama torni a essere democratico

È difficile pensare ad un intervento militare così disorganizzato e mal pensato come quello in Libia. Nella ventina di anni che ormai ci separano dalla fine della guerra fredda, l’intervento in Libia appare essere quello maggiormente improvvisato, deciso in base a impressioni e percezioni più che a un ponderato calcolo su costi e benefici, ma soprattutto sui mezzi necessari a conseguire gli obiettivi prefissati.

“Intervento umanitario”, sotto questo cappello la Francia era riuscita a far passare la risoluzione del Consiglio di sicurezza Onu, ma ben presto anche nelle dichiarazioni pubbliche dei leader occidentali l’obiettivo della missione è diventato il regime change (i «Gheddafi se ne deve andare» si sono sprecati). Più volte su queste pagine si è già dibattuto, non tanto della legittimità dell’intervento, quanto della sua opportunità. Ma anche volendo considerare come pienamente conveniente e inevitabile questa azione militare i motivi di perplessità permangono.

Contando (perché mai?) sulla rapida caduta di un regime che sopravviveva da più di 40 anni, sono state contraddette tutte le normali procedure e dottrine che fanno da argine all’intervento militare e su cui gli Stati Uniti hanno fatto affidamento. Gli Usa, più di tutti sono sempre stati parsimoniosi nell’impiego della forza rispetto alle capacità che avevano di adoperarla, anche in periodi in cui la potenza egemonica americana era senza rivali. Figuriamoci oggi. Invece si sono fatti convincere della bontà dell’intervento dall’ansia di riscatto del presidente Sarkozy. L’ormai ex segretario alla Difesa Bob Gates l’aveva intuito: «non ci sono le risorse», ma pochi gli hanno dato retta.

Un altro grande segretario alla Difesa Usa trent’anni prima aveva stabilito dei limiti chiari all’uso della forza. Secondo la dottrina di Caspar Weinberger, divenuta poi Weinberger-Powell, ed elaborata come risposta alla «sindrome del Vietnam», era necessario conseguire un giusto equilibrio tra una posizione isolazionista che avrebbe lasciato gli Stati Uniti ai margini del sistema di relazioni internazionali e un coinvolgimento eccessivo in cui il ricorso alla forza sarebbe divenuto parte integrante della diplomazia: i due estremi erano rappresentati dalla posizione assunta dagli Stati Uniti nel primo dopoguerra e da quella assunta durante la guerra del Vietnam. Weinberger sosteneva che «gli Stati Uniti dovevano essere in grado di determinare rapidamente se eventuali minacce o eventuali conflitti avrebbero potuto colpire gli interessi vitali americani o dei loro alleati e in tal caso avrebbero dovuto rispondere adeguatamente».

Al di là del fatto che la minaccia doveva riguardare direttamente gli interessi nazionali, Weinberger individuò altre condizioni necessarie per un eventuale intervento militare statunitense. Il primo: presa la decisione di inviare forze militari in un determinato contesto, queste dovevano ricorrere ad un uso della forza tale da assicurare la vittoria: nel caso in cui le forze e le risorse necessarie per raggiungere questo obbiettivo non fossero state disponibili, queste non dovevano essere dispiegate. Il secondo: gli obbiettivi politici e militari dovevano essere chiari e le forze militari avrebbero avuto il compito di realizzare soltanto il mandato per cui erano state inviate.

Il terzo: il rapporto tra gli obbiettivi e la capacità delle forze (la grandezza, la composizione e le risorse a disposizione) poteva essere rivisto e modificato, dal momento che le condizioni e gli obbiettivi potevano cambiare durante il corso di un conflitto. Quarto: per l’invio delle truppe o delle forze militari era necessario ottenere sia l’approvazione del Congresso che il sostegno dell’opinione pubblica. Quinto e ultimo punto: il ricorso all’uso della forza doveva costituire l’ultima risorsa. Gheddafi prima o poi sicuramente cadrà, ma perché Obama non ha rispettato neppure una di queste condizioni? Esprimere riluttanza all’intervento non è sufficiente a far fronte a un possibile fallimento. Ora, per conseguire una rapida vittoria, è meglio tornare a Caspar Weinberger… almeno per qualche punto di questi.

*Ricercatore Ispi, autore di “L’Italia e l’ascesa di Gheddafi  – La cacciata degli italiani, le armi e il petrolio (1969-1974)”, 2009, Baldini Castoldi Dalai Editore