«Se i sindacati non cambiano, perderanno la loro base»

«Se i sindacati non cambiano, perderanno la loro base»

E così sarà sciopero generale, per 8 ore, il 6 settembre. «Generale» anche se a indirlo, ieri, è stata solo la Cgil di Susanna Camusso, contro la Manovra bis, definita «depressiva, socialmente iniqua, inefficace e antisindacale. Proprio il segretario generale, oggi, in una manifestazione davanti al Senato, davanti a circa mille persone, ha ribadito che la manovra è «bugiarda, sbagliata, ingiusta, ideologica». «Un provvedimento che condanna il Paese alla recessione e alla disgregazione sociale per difendere le grandi ricchezze e gli interessi che rappresentano la base di consenso del governo». Per la Cgil «a essere colpiti dal provvedimento sono, ancora una volta, i soggetti sociali più deboli: lavoratori, pensionati, famiglie, mentre si continua a evitare di intervenire sull’evasione fiscale, sulle rendite finanziarie e sulle grandi ricchezze. La manovra pretende poi di cancellare per legge uno strumento di regolazione generale dei diritti dei lavoratori come il Contratto nazionale. E vuole spostare o accorpare alla domenica le festività civili e laiche, colpendo l’identità e la storia del nostro Paese, indebolendone la memoria». «Per salvare», concludono dalla Cgil, «le feste della Liberazione, del Lavoro e della Repubblica abbiamo lanciato una petizione e raccolto già sedicimila firme».

L’appello allo sciopero generale è stato rimandato al mittente dalle altre organizzazioni sindacali. «Siamo di fronte all’ennesimo sciopero generale proclamato dalla Cgil in solitaria: non produrrà alcun effetto se non di far perdere un po’ di soldi ai lavoratori», ha detto il leader della Uil, Luigi Angeletti. «Sarebbe invece necessario esercitare una pressione nei confronti delle forze parlamentari perché apportino tutte quelle modifiche che abbiamo chiesto, al fine di rendere la manovra più equa ed efficace». Ancora più duro il leader della Cisl, Raffaele Bonanni, che ha definito lo sciopero della Cgil «stucchevole e parziale». Mentre il ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi, ha commentato così: «Credo che lo strumento dello sciopero sia legittimo e rispettabile, ma nel contesto in cui viviamo è straordinariamente contraddittorio rispetto all’esigenza di sostenere la crescita, la produzione e l’occupazione. La conflittualità appartiene al tempo in cui si produce ricchezza e i lavoratori ritengono che sia mal distribuita. Ma questo è il tempo in cui faticosamente si produce ricchezza, e si tratta di individuare i modi in cui agevolmente produrla».
 

Linkiesta ha sentito sul tema Michel Martone, professore di Diritto del Lavoro nelle Università di Teramo e Luiss di Roma.

Professore, la Cgil ha proclamato per il 6 settembre lo sciopero generale contro la manovra. Ma è uno strumento di lotta ancora attuale ed efficace?
Lo sciopero generale, nella misura in cui blocca tutto il sistema economico, è ancora uno strumento di grande forza. Ma, per funzionare, deve portare avanti istanze unitarie. Andando la Cgil da sola, la portata sarà limitata. Il risultato rischia di essere minimo o nullo quanto a effetti in termini di modifiche a una manovra che – comprensibilmente – la Cgil vorrebbe veder cambiare, visto che grava ancora una volta sul mondo del lavoro. E rischia di impattare invece molto – di fare danni, insomma – sull’immagine internazionale e su quell’insieme di segnali che si devono dare ai mercati. Ancora una volta appariremo divisi, incapaci di fare fronte comune per cercare di trovare una soluzione alla crisi economica.

Ma cosa doveva fare allora la Cgil? Aveva strumenti di lotta più efficaci, più in linea con i tempi?
Visto che il malessere della classe lavoratrice su questa manovra c’è – ed è pienamente comprensibile che ci sia – doveva cercare di trovare i punti di contatto con Cisl e Uil. Era un’occasione per riprendere il dialogo. Anche a loro non mancano ragioni di scontento su queste proposte del governo. È chiaro a tutti che questa manovra colpisce chi produce reddito e non invece chi vive di rendita. La Cgil non doveva radicalizzare lo scontro e doveva puntare a ritrovare l’unità sindacale.

Ma si può tratteggiare una storia degli scioperi generali? Funzionano ancora o sono in fase calante quanto a efficacia in questo mondo del lavoro così frastagliato?
È difficile stabilire un andamento. Ce ne sono stati di straordinariamente efficaci, come quello del 1994 che portò alla caduta del primo governo Berlusconi. E ci sono state, al di là dello sciopero, manifestazioni oceaniche, come quella di Cofferati in difesa dell’articolo 18. Quindi, anche in tempi recenti, il sindacato ha saputo mostrare la sua forza. Quello che è più interessante notare è che la Cgil ricorre sempre più a scioperi nazionali e generali (è il secondo quest’anno), mentre gli scioperi nelle singole fabbriche sono diventati molto pochi. Segno di una certa debolezza dal basso. Deve poi stare attenta. Ad avere la presunzione di sentirsi rappresentante da sola di tutta la classe lavoratrice. E a usurare lo strumento, a inflazionarlo. Sta correndo questo rischio.

Ma su quali punti, nello specifico, la Cgil poteva cercare di riavvicinarsi alle altre sigle sindacali?
Il governo con questa manovra ha voluto spacciare per ricchi e per classe dirigente chi guadagna 90 mila euro lordi. Non è così. È chiaro a tutti. L’esecutivo ha scelto di far pagare questa crisi a chi produce reddito e a chi fa figli. Le famiglie, che una volta erano larghe, si allungano. Da un Paese di fratelli, sorelle, cugini e cognati, siamo diventati un Paese di nonni e bisnonni. E di figli unici. Alla mancanza cronica di politiche per la famiglia si è aggiunta ora la richiesta di ulteriori sacrifici. Su questo ci sono posizioni critiche anche all’interno del Pdl, che potrebbero essere fatte proprie persino dal sindacato di sinistra. Invece di andare alla rottura con Cisl e Uil la Cgil doveva cercare tutti i possibili punti di vicinanza con chi vuole cambiare questa manovra; senza pregiudizi. Per esempio, anche per quanto riguarda il cosiddetto «contributo di solidarietà». Un single che guadagna 90 mila euro può essere benestante. Un padre di famiglia con tre figli e quel reddito, io già stento molto a vederlo come un ricco. Quanto meno l’introduzione dei carichi familiari sarebbe necessaria. E poteva essere un punto di partenza, di dialogo.

Ma su cosa si dovrebbe puntare per rendere più equa la manovra?
Bisognerebbe insistere sullo postare il prelievo dal reddito alla rendita, anche con la patrimoniale, se necessario. O con l’innalzamento dell’età pensionabile, per tutti, a 65 o 67 anni. Anche se attorno al «non tocchiamo le pensioni» si sta cementando un potente blocco sociale (portatore anche di grosso consenso elettorale) che va dalla Cisl alla Lega. Bossi se ne è fatto paladino. Ulteriore segnale che il nostro, purtroppo, è un Paese per vecchi…

Ma secondo lei su cosa è più indietro il sindacato nella comprensione della realtà socio-economica italiana?
Sul fatto che in Italia adesso si scoraggia chi vuol lavorare. E che ormai troppo pochi lavorano e troppi vivono di rendita. Cinquant’anni di Dc e poi una ventina di Berlusconi hanno visto sempre politiche di difesa della rendita. L’80 per cento degli italiani è proprietario di casa. Ma possibile che se ho una casa e ci vivo non ci pago le tasse. Se la affitto ci pago il 20%. Se ci lavoro o se, per esempio, ci apro un Bed&Breakfast, cioè la uso per fare impresa, per creare reddito, ci pago il 40%? È un nonsenso. Conviene non lavorare. Ed è così che sta andando. Ci sono ormai oltre due milioni di Neet, giovani che non studiano e non lavorano. Se stanno con le mani in mano vuol dire che se lo possono permettere. Certo non fanno la fame. Idem per i dati record sulla disoccupazione giovanile. Quando si dice vivere di rendita non dobbiamo pensare ai grandi rentier, ma ai milioni di giovani – a un’intera generazione che stiamo crescendo a questo modo – che restano in casa fino a quarant’anni, accuditi dai bisnonni, nella nostra, italianissima, famiglia verticale. 

Per approfondire:

I neet, i bamboccioni, la disoccupazione giovanile