Messico alle urne, boom di abiti anti proiettile

Messico alle urne, boom di abiti anti proiettile

«Beh indubbiamente gli affari in questi ultimi anni stanno andando bene e tutto ci lascia pensare che con le elezioni andranno ancora meglio»: a parlare è Luis Caballero, titolare dell’omonima azienda colombiana famosa per produrre giubbotti, camicie, giacche, abiti, polo e altri accessori d’abbigliamento tutti rigorosamente antiproiettile. Raggiunto telefonicamente da Linkiesta in Colombia, dove sta animando la convention dei suoi venditori per l’America Centrale, Caballero spiega come con l’approssimarsi delle elezioni generali in Messico, il prossimo luglio, il lavoro della sua azienda stia aumentando.

«Per questioni di privacy non posso ovviamente fare nomi, ma al momento vi posso dire che due importanti candidati alle presidenziali messicane sono venuti a fare grandi acquisti da me recentemente» spiega Caballero, il cui fatturato, secondo stime affidabili, nel solo Messico ammonta a oltre 10 milioni di dollari l’anno. L’azienda di Caballero – che oltre a realizzare abiti antiproiettile con tre diversi livelli di blindatura e ad avere tra i suoi clienti capi di Stato (il venezuelano Hugo Chavez) , monarchi (re Abdallah di Giordania) giudici (come lo spagnolo Baltazar Garzon) è fornitore ufficiale anche di protezioni per corpi speciali e forze di sicurezza – ha registrato, negli ultimi mesi, un aumento di circa il 20% delle vendite ai privati. Percentuale destinata a salire ulteriormente una volta che la campagna elettorale entrerà nel vivo, con centinaia di candidati costretti a girare per le strade e nelle piazze di tutto il paese, moltiplicando il rischio, o la percezione del rischio, di restare coinvolti nelle violenze che da cinque anni sconvolgono il paese.

«Ne ho fatte di campagne elettorali nella mia vita, ma non ricordo, neanche in anni difficili, un clima di paura come quello che si respira questa volta» dice a Linkiesta il consulente per la comunicazione di alcuni importanti politici messicani, chiedendo di restare anonimo.
È la paura, infatti, il tema di fondo degli ultimi anni della storia messicana e delle prossime importanti elezioni.

Da quando nel dicembre 2006 l’attuale presidente Felipe Calderon è salito al potere e ha dichiarato la sua “guerra al narcotraffico”, sostanzialmente coinvolgendo anche l’esercito e le forze armate in operazioni di polizia contro i trafficanti di stupefacenti, il Messico, almeno guardando ai numeri, si è ritrovato nel bel mezzo di un vero e proprio conflitto.

Secondo le ultime stime ufficiali diffuse a metà gennaio dal governo, sono quasi 13.000 le persone uccise nel paese tra gennaio e settembre del 2011 in violenze riconducibili alla guerra tra cartelli e in operazioni antidroga. Secondo la Procura generale federale messicana, i dati evidenziano un aumento dell’11% rispetto alle cifre toccate nel 2010.
In totale, secondo i bilanci ufficiali, dal 2007 al 2011 circa 50.000 persone sono morte nella guerra alla droga.

Numeri che spiegano e giustificano quel clima di paura che si respira nel paese e che, solo fino a qualche anno fa, non era così diffuso. Per quanto spaventosi, i numeri messicani della guerra alla droga vanno letti più in profondità per avere un quadro realistico di quanto sta accadendo.

Secondo fonti ufficiali, infatti, oltre il 90% delle vittime è composto da persone ritenute coinvolte, a vario titolo, dagli inquirenti nel traffico di stupefacenti. Il resto sono prevalentemente uomini delle forze di sicurezza o dello Stato. Pochissimi, è la magra consolazione, i civili e gli innocenti coinvolti.

Se la conferma che la guerra alla droga, nonostante abbia i numeri per essere definito un vero conflitto, è prima di tutto una guerra tra bande che avviene in precise zone del paese arriva dai dati ufficiali (secondo i dati della procura infatti gli omicidi sono concentrati in 8 dei 32 Stati che compongono la Federazione messicana, quasi tutti nel nord del paese al confine con gli Stati Uniti) una prova indiretta, ma forse ancora più affidabile, arriva da alcuni indicatori economici. Il settore del turismo, ad esempio, che dovrebbe essere il primo a risentire di un presunto clima di violenza generalizzato e diffuso, registra ormai da anni una tendenza alla crescita costante.

Manifestazione anti narcos a Città del Messico

A metà gennaio, poche ore prima che venissero diffusi i dati sulle morti violente, il ministero del Turismo faceva sapere che a Dicembre 2011 quasi 1 milione e 100.000 turisti erano entrati in Messico, segnando un +13% rispetto allo stesso mese dell’anno precedente. L’unico periodo in controtendenza rispetto alla costante crescita del settore turistico messicano negli ultimi cinque anni è stato il 2009 quando, però, a tenere lontani i turisti non furono tanto i ‘narcos’ quanto piuttosto la crisi finanziaria Usa e l’epidemia di influenza suina.

Eppure la percezione della paura tra i messicani è reale e diffusa.
«Abbiamo paura, ogni giorno si sentono notizie di scontri a fuoco, sparatorie, massacri e cadaveri rinvenuti in questa o quella città» dice Juan, anziano tassista di Guadalajara in una chiacchierata durante il trasferimento all’aeroporto. Se fino a qualche anno fa il termine paura, insieme alle parole violenza e insicurezza, in Messico veniva declinato in tutte le sue varianti quasi esclusivamente nella gigantesca metropoli di Città del Messico, lasciando il resto del paese condurre una vita, tutto sommato, calma e pacifica, oggi la situazione sembra essersi ribaltata.
La tentacolare capitale pare essere riuscita a contenere i livelli di violenza, o forse, questi livelli hanno toccato vette talmente alte in quelle zone rurali note fino a un decennio fa per la loro tranquillità, che a confronto i rapimenti, le estorsioni e le rapine a mano armata nella terra dei ‘chilangos’ (soprannome con cui vengono identificati gli abitanti della capitale) sembrano giochi da ragazzini.

E se la percezione della paura è salita tra la gente comune e nella vita di tutti i giorni, figurarsi tra i protagonisti della vita politica del paese.«Il Messico non ha mai sperimentato un clima elettorale pericoloso come quello attuale. I rischi sono molto chiari» ha detto recentemente Manuel Camacho, ex-ministro degli Esteri e ora stretto collaboratore di André Manuel Lopez Obrador, il candidato alla presidenza del partito di sinistra Prd (Partito della rivoluzione democratica), suggerendo di moltiplicare i dibattiti televisivi tra i politici e ridurre al minimo le apparizioni in pubblico dei candidati.

La paura dei candidati non è legata solo al dover passare giorni e giorni a camminare per strade e piazze col rischio di finire coinvolti in una sparatoria e diventare bersaglio di pistoleros, ma anche al fatto che la guerra alla droga e la paura saranno i temi centrali di tutta la campagna elettorale.

Luis Jesus Sarabia Ramon, detto “El Pepito” o “Z-44” e Jose Rolando de los Santos Herrera,  due dei leader del gruppo Los Zetas, vengono mostrati al pubblico dopo il loro arresto

In un paese in cui finora gli effetti della crisi economica internazionale sono arrivati solo marginalmente – e in cui, se la ripresa statunitense non si fermerà e i consumi nel potente vicino non si contrarranno bruscamente, forse potrebbe non arrivare mai davvero a farsi sentire – tutte le attenzioni sono incentrate sulla violenza e la guerra alla droga. Ma parlare vuol dire esporsi. E questo è rischioso in un paese dove, nonostante gli sforzi di parti dello Stato e della società civile per vincere la battaglia contro il crimine organizzato, il commercio degli stupefacenti e il loro trasferimento nel principale mercato mondiale, i vicini Stati Uniti, rappresenta, prima di tutto, un gigantesco business.

Da quando negli anni ’90 è iniziato il declino dei cartelli colombiani, i gruppi messicani si sono dimostrati i più abili a raccogliere il testimone.
D’altronde le rotte per far entrare la droga negli Stati Uniti erano tracciate da lustri e lustri; sono le rotte seguite dai contrabbandieri che da entrambi i lati del confine hanno sempre fatto circolare ogni tipo di merce, sono le rotte seguite negli ultimi 20-30 anni dai trafficanti di uomini per incanalare l’immigrazione illegale negli Stati Uniti, sono le rotte che ancora oggi vengono usate, ad esempio, per far entrare in Usa i medicinali che dall’altra parte della frontiera possono avere un costo fino all’80% inferiore.

Direttrici che da sempre collegano, in modo informale o illegale, le due sponde del Rio Grande o Rio Bravo e che dal 1994 si sono ulteriormente moltiplicate con l’entrata in vigore del North American Free Trade Agreement (Nafta), l’intesa di libero commercio tra Usa, Messico e Canada che ha trasformato il nord messicano in una gigantesca zona industriale di produzione per beni e prodotti che inevitabilmente prendevano (per terra, mare e acqua) la via verso il nord.

Con questi precedenti, e con la folta comunità di immigrati messicani dall’altra parte della frontiera, gestire una mole crescente di narcotici da trasportare negli Stati Uniti si è dimostrato più semplice del previsto.
Così i piccoli gruppi di contrabbandieri, di coyote (le ‘guide’ per gli immigrati clandestini) e di criminali comuni che campavano con piccoli affari a cavallo del confine si sono ritrovati a gestire un traffico enorme, dove la posta in gioco è di decine di miliardi di dollari. Il loro lavoro non era poi cambiato tanto, consisteva sempre nell’attraversare o far attraversare (persona o merce poco importa) la frontiera in maniera clandestina; a cambiare, e considerevolmente, era stato il volume d’affari che girava intorno a questi traffici. Ma un volume d’affari così gigantesco e con rischi tutto sommato ridotti rispetto ai potenziali introiti, negli anni ha attirato l’attenzione di sempre più persone.
 

Ed è così che il gruppo degli ‘Zetas’, nato all’inizio degli Anni 2000 come una forza speciale militare per contrastare i narcotrafficanti, è diventato oggi il primo cartello (per volume di droga movimentato) messicano nel traffico di droga. Non è un caso se negli ultimi anni le manette sono scattate per imprenditori, politici e poliziotti.

Non è un caso se nella loro guerra, in questi ultimi mesi, i cartelli abbiano mandato “messaggi” (recapitati attraverso il ritrovamento in luoghi pubblici di decine di cadaveri di gruppi avversari) al mondo politico o imprenditoriale locale dei vari stati messicani più interessati dal fenomeno.

E tutto questo i politici messicani lo sanno bene. In vista delle elezioni, un intero paese sta chiedendo alla politica una risposta per riportare la paura a livelli accettabili, una risposta per evitare che intere zone della nazione siano lasciate in mano a gruppi criminali che appaiono liberi di agire impunemente, una risposta per fermare un conflitto e un giro d’affari illecito le cui ramificazioni si perdono nei meandri delle istituzioni stesse.

*Massimo Zaurrini è uno dei giornalisti in forza ad Atlas, il quotidiano di esteri.