«Anche noi partite Iva abbiamo diritto ai sussidi di disoccupazione»

«Anche noi partite Iva abbiamo diritto ai sussidi di disoccupazione»

Presidente Anna Soru, qual è il giudizio generale di Acta sulla riforma del mondo del lavoro in corso, per quanto riguarda il vostro settore, quello delle partita Iva del terziario avanzato?
Ma sa, in realtà noi siamo solo stati sfiorati da questa riforma che giustamente è partita da altro. Sulle partite Iva c’è molto poco, anche se attendiamo di leggere un testo definitivo. Si trova un solo un riferimento, laddove si parla di contrasto alle cosiddette false partite Iva. Rispetto alle ipotesi della vigilia, il governo ha dimostrato più cautela nell’intervenire nel nostro settore e, per fortuna, una maggiore attenzione a evitare danni.

Cosa temevate?
Temevamo interventi più drastici, che avrebbero potuto creare grossi problemi: spaventare troppo i committenti che, piuttosto di assumersi il rischio di dover assumere, avrebbero potuto iniziare a rivolgersi a società più strutturate invece che ai lavoratori autonomi. Ma i criteri per contrastare le false partite Iva sono stati scelti con molta cautela. Si limiterannno al sussistere della monocommittenza, dopo un periodo molto restrittivo di 6 mesi (dopo questo periodo l’azienda sarà costretta o a considerare queste collaborazioni come rapporto subordinato, con relativo pagamento di contributi, oppure sarà obbligata a pagare una sanzione paragonabile ai contributi da versare allo Stato, ndr) e alla presenza di una postazione di lavoro presso il committente. Sono criteri non facili da verificare con controlli dall’esterno, e che quindi non dovrebbero spaventare i committenti. Mentre, positivamente, rappresentano uno strumento in più per il lavoratore autonomo che volesse fare causa.

Ma cosa sperate dall’iter delle riforme in corso?
L’auspicio è che il governo torni a occuparsi di noi in un secondo tempo della riforma del mercato del lavoro. Quello che noi vorremmo, e che al momento è del tutto assente, è una modifica del sistema di ammortizzatori sociali in senso più universalistico, di modo che anche i lavoratori autonomi possano accedere ai sussidi di disoccupazione. Il problema adesso è lo status di disoccupato degli autonomi. Finora lo si acquisisce solo chiudendo la partita Iva, cessando di fatto in toto l’attività…

Invece voi cosa proponete?
Che si arrivi al riconoscimento della disoccupazione quando il lavoratore autonomo scende sotto una certa soglia di fatturato, magari anche solo come integrazione. Sotto un certo livello di reddito imponibile è possibile individuare un’area di fragilità che dovrebbe aver diritto alle tutele. Questo permetterebbe anche alle partite Iva di diventare lavoratori come gli altri.

Cosa vi piace di meno della riforma?
La cosa che apprezziamo di meno è la distinzione tra ordinisti e non ordinisti. La riforma incide solo sulle professioni che non fanno parte degli ordini, e così sarà anche per il divieto alle false partite Iva. In realtà tutti sanno che anche nelle professioni ordinistiche ci sono casi di partite Iva che mascherano rapporti di subordinazione. Il fenomeno è presente tra i giornalisti, tra gli avvocati, tra gli architetti e ormai anche in altri ordini… Questa dicotomia non ci piace. Perché rende più stringente la normativa proprio per quelli che sono già più tartassati. Infatti noi non-ordinisti già paghiamo la previdenza obbligatoria all’Inps, mentre gli altri la pagano alle casse di settore e sborsano circa la metà… Mi rendo conto che scontiamo una stratificazione storica, e che oggi sarebbe anacronistico creare nuovi albi e nuovi ordini, ma non ha senso  questa distinzione…

Cosa chiedete allora al governo?
Innanzitutto di ascoltarci. Sappiamo benissimo di essere piccoli ed esponenti di un mondo molto difficile da rappresentare, ma vorremmo che almeno ci consultassero. Invece, dai “tavoli” rimaniamo sempre fuori. Prima ancora del welfare vorremmo che ci fosse riconosciuto lo status di lavoratori e che fossero messi in campo provvedimenti per ottenere maggiori garanzie sui tempi di pagamento, sulla sicurezza del pagamento anche in caso di fallimento del committente, sui contenziosi… Noi non possiamo nemmeno rivolgerci al giudice del lavoro, dobbiamo andare al tribunale ordinario, con tutto quello che ne consegue in termini di tempi… Infine, certo, vorremmo maggiori protezioni. Ma ci andiamo molto cauti con questa richiesta, perché ogni volta rischiamo batoste: la risposta è sempre quella che dovranno alzarci i contributi. Oggi per i non-ordinisti sono al 27,72%. Mi paiono più che sufficienti, no? 

Anna Soru, presidente di Acta, l’Associazione consulenti terziario avanzato

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