La Torino del dopo Fiat? È ancora tutta da fare

La Torino del dopo Fiat? È ancora tutta da fare

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Campo di calcetto nell’area del Parco Dora, zona postindustriale delle ex Ferriere Fiat, poi Teksid

Fiat riduce gli obiettivi finanziari per gli anni dal 2012 al 2014 e avverte che le attività europee non torneranno al pareggio fino al 2015 o 2016. Questi i nuovi target 2014: ricavi a 94-98 miliardi (erano 104 nel 2010); ebitda a 10,3-10,8 (erano 14 nel precedente piano); risultato operativo a 4,7-5,2 (da 7,5). I volumi di vendita sono molto meno ambiziosi: 4,6-4,8 milioni di unità, Chrysler compresa, contro i 6 del piano 2010.
Per quanto riguarda gli stabilimenti italiani, il Lingotto ribadisce l’obiettivo di utilizzare «il 15% della capacità produttiva per l’export». Ma gli investimenti vengono ancora una volta condizionati al «rispetto dei nuovi accordi di lavoro» e richiederanno «da 24 a 36 mesi per la messa in atto.

TORINO – Ma quale postfordista. Torino non è una metropoli postindustriale. È tardo industriale, semmai; tardo fordista. I segni del declino spiccano, rispetto a quelli della rinascita. Da almeno vent’anni la città dice di prepararsi al dopo Fiat; all’evenienza che la Fabbrica chiuda davvero, del tutto e per sempre. Ma i risultati scarseggiano.

Vi diranno: «Ma vi ricordate com’era piazza Vittorio? E via Barbaroux? Prima piazza Castello ce la prendevano tutti in giro ripetendoci che era “la più bella rotatoria automobilistica d’Europa”. E piazza San Carlo era un parcheggio a cielo aperto… Ora, invece… guardate che selciati, che facciate… E le panchine! E che belle vie pedonali…». Ma può una metropoli di 905mila abitanti (con un popoloso fuori cinta: Collegno, Grugliasco, Moncalieri, Nichelino, Settimo…) continuare a rasserenarsi la coscienza solo per un centro storico risanato a regola d’arte?

È vero; c’è stato anche molto altro: le Olimpiadi, per esempio, con tutto il loro portato di palazzetti dello sport e infrastrutture. E poi «le spine»: la riqualificazione di quattro assi viari con la demolizione delle vecchie fabbriche e la costruzione di case, ipermercati, e ancora case, e ancora ipermercati. Le lunghe dita con cui il centro si è spinto verso i bordi.

Ma la grande nuova metropoli è un’illusione ottica. Nata e cresciuta in centro, in centro è lodata o criticata. Il modo migliore per raccontare le periferie di Torino è non visitarle. Tanto, sia chi prende le decisioni che chi le avversa, in realtà, le periferie non le conosce. Quello che conta non è come le periferie sono, ma come in centro credono che siano. Per tutta la Torino post Fiat vale lo stesso. Negli occhi che la rimirano, brilla la contentezza dei miopi.

Luca Davico è ricercatore e professore aggregato al Politecnico di Torino. Si occupa di Sociologia urbana e Pianificazione territoriale. Dal 2000 cura (con il sostegno economico della Compagnia di San Paolo) il «Rapporto su Torino» della Fondazione Giorgio Rota (confluita quest’anno nel Centro Einaudi). «Negli ultimi anni in questa città», dice, «sono state fatte molte cose, e molte con un buon livello di efficienza, almeno rispetto alla media italiana. Ma senza mai crederci fino in fondo. Alcuni fattori strutturali hanno frenato le potenzialità di decollo di vere alternative alla capitale dell’automobile. Per prima cosa, la perdurante presenza di Fiat. Il gigante continua a esserci, pur perdendo progressivamente capacità occupazionale, sia diretta che dell’indotto. Ogni notizia, ogni dichiarazione di Marchionne monopolizza l’attenzione più di tutto il resto».

«Non siamo riusciti ad arrivare all’indifferenza nei confronti della Fiat, al “facciano quello che vogliono, ce la faremo lo stesso anche senza di loro”. La classe dirigente è avanti con gli anni, è cresciuta nella città fabbrica. È difficile per chi ha quell’età immaginarsi in un contesto diverso. E anche il settore pubblico ha influito. Come in ogni parte d’Italia ci possono essere e ci sono state storture. Ma, in generale, sia a livello di Regione, che di Provincia, che di Comune la macchina pubblica ha funzionato bene, ha offerto molto (fin troppo, visto il debito accumulato). E questo ha inibito l’imprenditorialità; i privati non si sono dati granché da fare. Uno dei paradossi è che gli investitori privati, a Torino, aspettano sempre di vedere cosa fa Fiat e cosa fa il Comune, prima di prendere qualsiasi decisione. Gli effetti sono incredibili. All’epoca olimpica nessun privato si fece avanti per la produzione del merchandising, e alla fine furono comitato e Comune a dover fare magliette e portachiavi».

«Questo nostro periodo, per certi versi assomiglia a quando i Savoia decisero di spostare la capitale a Firenze e poi a Roma. Allora ci furono rivolte di piazza – anche morti – e seguirono una ventina di anni di crisi d’identità. Ma Torino reagì e trovò la sua nuova vocazione di città industriale. A differenza del 1865, stavolta il re non ha deciso di punto in bianco, ma da troppi anni ripete “forse me ne vado”. La crisi d’identità è snervante, sfibra; non si consuma fino in fondo. E finché la Corte resta, non troveremo una via d’uscita. Non appena il trimestre dell’automotive va un po’ meno male, tutti pensano di nuovo “ah ok, tutto a posto, pericolo scampato, Fiat resta”. E le decisioni e gli investimenti chiave vengono rinviati al domani».

Il Rapporto che Davico cura ogni anno è una ricchissima sfilza di dati, da cui un serio partito di opposizione potrebbe trarre decine di spunti polemici contro il perdurante controllo del centrosinistra sulla città. In realtà, non scalda mai più di tanto gli animi, e – a riprova dell’entropia del potere torinese – questa critica al sistema è sovvenzionata proprio dalla fondazione bancaria più potente e protagonista in città e di cui, da quest’anno, è presidente Sergio Chiamparino, il sindaco del 66% (contro Rocco Buttiglione) che ha guidato il capoluogo piemontese e le sue trasformazioni nell’ultimo decennio.

Del resto, anche l’altro studio potenzialmente scomodo per l’establishment, quello che impegna ormai da anni Silvano Belligni, professore di Scienza Politica all’Università di Torino, è finanziato da Fondazione Crt, cassaforte di Unicredit. Belligni ha concluso che, in una citta che sfiora il milione di abitanti, a prendere tutte le decisioni sono poco più di cento persone, che fanno capo a 192 organizzazioni pubbliche e private, spesso interrelate. Nomi non ne fa, ma netta è la prevalenza di uomini (le donne sono solo 13), elevata l’età media (59 anni; pochissimi hanno meno di 40 anni), quasi tutti laureati, con prevalenza di professionalità tecniche (70%) rispetto alle umanistiche; nessuno che provenga dalle classi basse. Appena il 30% sono politici “di professione”. 

A scorrere i dati ufficiali messi in fila negli anni da Davico e dalla sua squadra vanno in crisi molte delle illusioni su Torino. Discorsi tante volte ripetuti da crederli ormai veri. Ma, in definitiva, leggende metropolitane. Il turismo, ad esempio, capace si soppiantare la metalmeccanica. Di essere la nuova vera vocazione cittadina; il nuovo asse portante del sistema economico locale. I numeri e i grafici dicono altro. È vero che nell’ultimo decennio Torino è la metropoli con la crescita maggiore. Ma guardare solo il dato incrementale è un grosso errore di prospettiva, visto che si partiva da un livello infimo. In realtà, in termini assoluti, il fenomeno resta contenuto; di nicchia.

E poi, se guardiamo a come il turismo si distribuisce, il quadro peggiora. È concentrato in due piazze del centro e in due musei, quello del Cinema e l’Egizio (che presto vedrà sparire le mummie, attrazione principe, perché la direttrice, Eleni Vassilika, non ritiene dignitoso esporre cadaveri). La permanenza è breve, la propensione alla spesa bassa, l’indotto generato piccolo. Qualche turista più intraprendente visita la Reggia di Venaria. Il resto della provincia va deserto, a parte alcuni voli charter (soprattutto di inglesi) diretti al Sestriere e a Bardonecchia (fenomeno, questo, che nasce ben prima delle Olimpiadi).

E questo è un altro punto dolente. L’effetto olimpico non c’è stato, almeno ai livelli promessi. E forse non ci poteva essere. Tutti i proclami si basavano su studi svolti sulle Olimpiadi estive (che in effetti portano a una crescita dei flussi negli anni successivi). Ma qui si sono svolte le Olimpiadi invernali, che hanno tutt’altra (più ridotta) platea di pubblico e ben diverse ricadute sul territorio. Niente boom, dunque. Così come niente effetto traino per il brand Torino all’estero. Se il numero delle citazioni della città sui principali giornali esteri è esploso nel 2006 (dalle 708 citazioni dell’anno precedente a 2.036), nel 2008 era già risceso a 748; contro le 4.298 di Milano o le 1.781 di Venezia (per non parlare di Roma, ben oltre quota 5.000). E anche se il 16 ottobre scorso Torino si è aggiudicata il titolo di Capitale europea dello Sport 2015, tra le 12 metropoli italiane è in coda per quanto riguarda il giro d’affari dello sport business. E pensare che un tempo se la giocava con Milano per il primo posto. Sì, ma quando gran parte delle associazioni sportive stavano in piedi grazie alla Fiat…

Poi c’è la terziarizzazione. Ormai se ne parla da un quarto di secolo, e quindi i bilanci sono piuttosto definitivi. «È andata malissimo», dice Davico. «Emergono solo alcune supernicchie di eccellenza, ad esempio l’editoria scolastica, e poi il niente». «C’è un indicatore sintetico», spiega, «che, pur con i suoi limiti, è molto indicativo e fa spavento. È quello sulla “classe creativa”. Siamo fanalino di coda tra le metropoli italiane. E non solo rispetto a quelle del nord, ma anche del centro e del sud. E non si faccia l’errore di inciampare sull’aggettivo “creativo”, e interpretarlo come cosa da artistoidi. No, contabilizza tutto il terziario avanzato: finanza, ricerca scientifica, ingegneria…».

E seppure la spesa in ricerca in Piemonte sia alta, il numero di brevetti presentati all’European Patent Office da torinesi per milione di abitanti è di gran lunga inferiore rispetto a quello di Bologna e Milano. Il terziario (più o meno avanzato) non cresce né recupera terreno rispetto alla Lombardia. Nella Cultura gli investimenti privati sono inferiori rispetto alla media dell’intero Centronord. Mentre molti musei mantengono una vocazione localistica: i visitatori arrivano in gran parte dalla città, dalla provincia, al massimo dal resto della regione: al Gam solo il 35%  proviene da fuori Piemonte, a Palazzo Bricherasio solo il 17.

Tra il 2000 e il 2005 ben il 10% della superficie comunale era sotto cantiere. La città doveva essere ridisegnata. Ma di sicuro turisti non se ne vedono nelle zone rinnovate delle periferie, nelle «spine»;neanche in quella meglio riuscita architettonicamente, la Spina 3. Rispetto ai piani originari della nuova Torino lo spirito è stato tradito, con scelte sempre al ribasso. La nuova via Livorno sorta sulle ceneri delle vecchie fabbriche non è La Défense di Parigi né l’Area Expo di Lisbona. È un quartiere residenziale con una grande Ipercoop. Una zona piuttosto provvista del superfluo, ma spoglia di cose essenziali. Tanto che i nuovi residenti, inferociti, si sono organizzati in comitato (l’ennesimo), protestando per la carenza di verde, di servizi, di piste ciclabili e mezzi pubblici (in questo periodo c’è polemica perché Gtt ha rarefatto i bus notturni). Dove c’erano le Ferriere Fiat (poi Teksid) c’è ora un bel parco; il Parco Dora, con il campo da calcetto coperto dal vecchio tetto del capannone. Un postindustriale che si autocompiace così tanto di sé da rischiare il barocchismo. Al di là della strada c’è invece la nuova chiesa del Santo Volto (dell’architetto svizzero Mario Botta), con un moderno cristo pixelato e la vecchia ciminiera a fare da campanile; una specie di minareto cristiano.

Da qualche anno, grazie all’immigrazione, si è fermato il declino demografico di Torino. Ma la città dovrà comunque fare i conti, tra qualche decennio, con il declino di adulti prodotto dalla denatalità: dal 1971 a oggi i bambini sotto i 10 anni sono diminuiti del 60% circa. Questa è una città che continua a invecchiare. Milano-Genova-Torino è ormai un triangolo geriatrico. E se i giovani sono anche sviluppo e creatività, il Piemonte non può che essere una delle zone più depresse d’Europa. Molto si era scommesso sull’edilizia per il futuro della città. E nel 2003, con la prima grossa ondata di crisi metalmeccanica di questo millennio, il comparto delle costruzioni aveva assorbito i lavoratori rimasti a casa dall’indotto automobilistico. Era stato un vero travaso. Quella stagione è sostanzialmente chiusa. C’è una coda lunga di gru, ma non è il futuro. Al momento neppure si sa chi potrà riempire le migliaia di case già costruite.

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