Crisi e povertàAnche a Natale, gli sfratti a Milano non si fermano

Disguidi burocratici e inefficienze

La storia sembra uscita dalle pagine di un racconto di Dickens: sotto Natale una famiglia povera, con due figli (la bambina, di 4 anni, è invalida al 100% e costretta su una carrozzina), riceve l’avviso di sfratto dall’appartamento dove vive da quasi due anni, un bilocale in zona Forze Armate, a Milano. Da quando, lo scorso marzo, mamma Naome ha perso il lavoro, rimanere in pari con l’affitto di 700 euro mensili col solo stipendio di papà Erwin, un lavoratore precario, è diventato impossibile. E adesso il proprietario, dopo mesi di morosità, vuole l’immobile libero. Ma a differenza dell’Inghilterra dell’Ottocento, la Lombardia di inizio ventunesimo secolo ha un sistema di welfare che, qualora funzionasse a dovere, impedirebbe situazioni drammatiche di questo tipo. E infatti alla famiglia di Erwin era stato riconosciuto il diritto a un alloggio popolare già a giugno 2013, ma la pratica si è poi arenata all’Aler (l’azienda lombarda di edilizia regionale) e un immobile idoneo non è ancora stato individuato.

Così, nonostante le richieste alla proprietà di rinviare lo sfratto e quelle al prefetto di sospendere tutte le esecuzioni sotto Natale, rimaste inascoltate, la mattina del 18 dicembre sembrava che la famiglia di Erwin e Naome sarebbe finita per strada. Contro questa eventualità si è mobilitato il Sicet (Sindacato inquilini casa e territorio) che, con alcuni suoi rappresentanti, è andato a presidiare l’immobile per bloccare l’eventuale sfratto. L’ufficiale giudiziario, giunto sul posto e presente il proprietario di casa, ha notificato il rinvio dell’esecuzione del provvedimento a febbraio, evitando così una situazione intollerabile. La speranza – pare confortata da quanto trapelato informalmente dal Comune – è che per allora Aler Milano abbia finalmente consegnato un immobile idoneo alla famiglia.

In questa situazione gli inquilini non sono ovviamente le uniche vittime. Anche il padrone di casa – non una società o un grande proprietario, ma un privato che fa affidamento sull’affitto per sostenere il proprio reddito – paga il prezzo, anche in termini economici, delle inefficienze burocratiche del sistema. «In questo caso particolare le lungaggini sono dovute alla presenza di un invalido», spiega Valerio Calzone, operatore del Sicet. «Individuare un alloggio privo di barriere architettoniche è molto difficile, specie per i nuclei familiari numerosi, e sopra i tre membri sono già considerati tali».

Le difficoltà hanno alla radice una carenza strutturale di offerta di alloggi pubblici. A fronte di circa 30mila richiedenti, a Milano i bandi sono di solito per mille alloggi. Secondo le stime esisterebbero circa cinquemila alloggi vuoti a Milano, che però non possono essere assegnati perché sarebbero necessari interventi di manutenzione che non vengono fatti. «Sono anni che non si costruisce niente e non si ristruttura quel che c’è», prosegue Calzone. «Il punto è che Regione Lombardia dovrebbe tirare fuori centinaia di milioni di euro per risanare Aler Milano. Con la legge che ha fatto Formigoni nel 2009 (la numero 27) è passata la logica per cui Aler dovrebbe finanziarsi da sola con gli introiti degli affitti. Ma se si considera che la mission di Aler è affittare case a canoni sopportabili, e che all’interno delle case popolari sono presenti molte persone che hanno redditi ben al di sotto della soglia di povertà, una parte di morosità è fisiologica. Il risultato è che è impossibile che Aler si autofinanzi. Anche le vendite di alloggi popolari sono bloccate: fanno i bandi ma vanno deserti perché la gente non ha i soldi per comprare. O entrano nell’ottica di investire dei fondi nel comparto o non se ne esce».

Sulla sostenibilità economica della situazione pesa sicuramente la presenza degli occupanti abusivi. A Milano sono circa tremila, «e il problema c’è, perché una parte che non paga e potrebbe è presente, ma la gran parte, da quel che vedo nel mio lavoro quotidiano, è incolpevole. Parliamo di persone che vivono con cinquecento euro al mese. E alcuni di loro pagano i bollettini che comunque gli arrivano, se riescono, nella speranza di vedersi poi assegnare una casa (se non lo facessero, una volta assegnata la casa e in presenza di un debito con Aler o con il Comune, dovrebbero andare a firmare le cambiali prima di firmare il contratto). Quindi non è credibile che queste persone da sole possano aver creato un buco di centinaia di milioni di euro».

Ma, oltre a questi problemi strutturali, l’inverno 2013 porta con sé una situazione di eccezionalità: quella delle persone che hanno già avuto un’assegnazione grazie a una procedura di emergenza, e che quindi vivono una condizione particolarmente delicata (indigenti, senza tetto, persone che hanno già subito lo sfratto e via dicendo), ma a cui la casa ancora non è stata data. Anche in questo caso un problema drammatico per la vita di centinaia di persone ha radici in una questione burocratica. «Il regolamento regionale prevede che il Comune di Milano possa dare al massimo il 25% degli alloggi con procedura di emergenza. La ratio è tutelare chi ha un punteggio alto in graduatoria, che non venga scavalcato», spiega Calzone. «Ma tutti gli anni la Regione dava per decreto una deroga che alzava il limite al 50%, già che spesso (ma non sempre, come nel caso dei senza tetto) le persone che hanno diritto alla procedura di emergenza sono le stesse che occupano le posizioni più in alto in graduatoria. Quest’anno per la prima volta la Regione non ha alzato il limite e, quando è stato chiaro che non sarebbe successo, il Comune di Milano aveva già assegnato più del 25% delle case».  Il risultato è che proprio coloro che vivono nelle condizioni di maggior disagio e povertà vengono lasciati ad aspettare un nuovo bando, una nuova soglia e, si spera, una nuova casa.

Durante le feste, in una città agghindata di luminarie e con le vie del centro intasate, ci sono centinaia di persone che, pur avendo maturato il diritto ad un alloggio, soffrono la povertà e l’emarginazione. E altre migliaia se la passano appena poco meglio. Senza un intervento a monte di programmazione e investimento sull’edilizia popolare sarà impossibile evitare anche in futuro che si crei questo “effetto imbuto”, per cui a sempre maggiori richieste, complice la crisi, corrispondono sempre meno alloggi disponibili. Col risultato di scatenare una guerra tra inquilini indigenti, e spesso morosi, e piccoli proprietari che se non possono riscuotere l’affitto rischiano di faticare ad arrivare a fine mese.