Si allunga l’ombra della Russia sul Mediterraneo

Mosca risponde alle mosse di Washington

La Russia sta muovendo le sue pedine nel Mediterraneo orientale. In Siria il regime alleato di Bashar al Assad viene sostenuto nella guerra civile contro gli insorti e una dozzina di navi da guerra russe sono arrivate, nel corso degli ultimi mesi, dalle flotte del Mar Nero, del Mar Baltico e dell’Oceano Pacifico nella base navale siriana di Tartous. A Cipro lo scorso gennaio il consiglio dei Ministri ha deciso di mettere a disposizione della Russia, per ora solo in casi estremi o di emergenza, il porto di Limassol e la base aerea “Andreas Papandreou”. Secondo diversi esperti di strategia questo accordo, a cui manca una firma per entrare in vigore, potenzialmente sposta gli equilibri nel Mediterraneo e preoccupa la Nato. Il generale Al Sisi, attuale ministro della Difesa e considerato probabile futuro presidente dell’Egitto, si è recato a Mosca a metà febbraio per una serie di incontri col presidente Putin e col ministro degli Esteri Lavrov.

Oltre a ottenere un riconoscimento del proprio ruolo – Putin ha augurato ad Al Sisi di diventare presidente -, il generale egiziano ha anche concluso contratti miliardari con la Russia per le forniture militari: aerei Mig, sistemi anti-missile, elicotteri M35, missili anti-nave e armi leggere, stando alle indiscrezioni della stampa russa. I soldi per le armi arrivano al Cairo dall’Arabia Saudita, sostenitrice del nuovo corso egiziano, cominciato con la destituzione di Mohammed Morsi. Da sempre Riad contrasta i Fratelli Musulmani – di cui Morsi era esponente – e ora che gli Stati Uniti hanno preso distanza dal “governo dei militari” egiziano ne approfitta per aumentare la propria influenza sul Cairo.

L’attivismo russo nel Mediterraneo, secondo alcuni analisti, sarebbe tuttavia da leggersi soprattutto come una manovra di alleggerimento per altri fronti. Ovviamente il Cremlino ha da sempre diversi interessi strategici nell’area ma l’aumento dell’impegno – anche economico – risponderebbe specialmente all’esigenza di influenzare le decisioni future di altri attori internazionali, in particolare gli Stati Uniti.

«Il fattore di maggiore rilevanza nel Medio Oriente attualmente è il tentativo americano di trovare un accordo, ad ampio raggio e non limitato al solo nucleare, con l’Iran», spiega Massimo Amorosi, professore della Link Campus University ed esperto di armamenti, geopolitica e strategia.  «Il patto Washington-Teheran è reso possibile dal fatto che oggi risponderebbe a un interesse strategico di ambedue gli attori. Gli Stati Uniti stanno infatti cercando di ridurre il proprio coinvolgimento nello scenario mediorientale, delegando le funzioni si stabilizzazione geopolitica a Paesi dell’area. L’ottica è quella solita del “balance of power” (mantenere i rapporti tra vari attori in equilibrio al fine di impedire l’emergere di una potenza egemone, ndr). Esistono ovviamente diversi interessi contrari a questa eventualità, in primis quelli dei sauditi – storici avversari regionali degli iraniani – e degli israeliani, che vedrebbero ridotto l’impegno del loro principale alleato». Anche la Russia è ostile all’accordo. Potendo disimpegnarsi dal Medio Oriente gli Stati Uniti diventerebbero infatti più aggressivi su altri fronti, ritenuti più importanti da Mosca.

«Le questioni dirimenti, quelle su cui non si riesce a trovare un accordo – prosegue Amorosi – per Mosca oggi sono principalmente due: le interferenze americane nel “estero vicino” della Russia, come ad esempio l’Ucraina, e lo scudo anti-missile che gli Usa vorrebbero avesse basi in est Europa. Per rispondere a questa mossa, ritenuta una minaccia, il Cremlino a fine 2013 ha – tra le altre cose – ventilato la possibilità di dislocare missili balistici a medio raggio Iskander a Kaliningrad, la sua enclave europea». Ma le preoccupazioni russe non si esauriscono sul fronte occidentale. Anche all’altro capo del proprio territorio il Cremlino deve subire l’attivismo di Washington. In Asia il presidente Obama ha investito molto sulla creazione di un’area di libero scambio transpacifica  (Tpp), obiettivo da raggiungere entro il termine del suo mandato. Al di là dei benefici economici, questa mossa ha l’obiettivo di isolare la Cina, in primo luogo, ma anche di sfruttare in prospettiva le debolezze e le vulnerabilità russe.

Per evitare che gli Stati Uniti possano dedicarsi con maggiori risorse e determinazione allo scudo missilistico e all’area di libero scambio sulla sponda del Pacifico, è dunque preciso interesse di Mosca evitare il più a lungo possibile e nella maggior quantità possibile il disimpegno americano dal teatro mediorientale. Il caso della Siria è un’eccezione, in quanto sia la Russia sia gli Usa condividono – al di là delle dichiarazioni ufficiali – l’obiettivo strategico di contenere il fanatismo islamico sunnita. Putin non vuole che la regione caucasica si infiammi, così come Obama non vuole che la ferita purulenta della guerra civile in Siria infetti (più di quanto già non abbia fatto) il resto del Medio Oriente. Ma l’accordo sugli armamenti tra Russia ed Egitto – fatto con i soldi dei Sauditi – potrebbe essere letto come una reazione, e un avvertimento, all’America: se gli Stati Uniti intendono ridurre il proprio appoggio agli alleati nell’area – Riad e il Cairo in questo caso – Mosca è pronta a subentrare. «Se l’accordo Usa-Iran dovesse andare in porto bisognerebbe anche interrogarsi su quale impatto avrà sulla sicurezza di Israele e sulle politiche di Israele verso gli Stati Uniti», conclude Amorosi. «E se gli israeliani non potessero più fare affidamento su Washington, allora si può ipotizzare che si rivolgano a Mosca».

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