Formafantasma: discutere degli oggetti

Formafantasma: discutere degli oggetti

Formafantasma sembra il nome di una band rock ma, in realtà, è uno studio di design. Sono in due, Andrea Trimarchi e Simone Farresin. Trentenni italiani che dal 2009 lavorano a Eindhoven, una cittadina di poco più di 200.000 abitanti nei Paesi Bassi che nell’ultimo decennio è diventata sede di una delle più importanti scuole di design europee. Paola Antonelli, curatrice del dipartimento di design e architettura del MoMa, e Alice Rawsthorn, critico di design del New York Times, nel 2011 hanno messo lo Studio Formafantasma in una lista intitolata “I venti progettisti più importanti dei prossimi 10 anni“. Erano gli unici italiani del gruppo.

I Formafantasma hanno studiato all’Isia di Firenze ma sono presto passati all’Eindhoven Design Academy e dopo la laurea lì sono rimasti. La loro storia sembra quella classica dei cervelli in fuga ma in realtà, quando li incontro durante la presentazione del loro ultimo lavoro a uno degli eventi correlati al Salone del Mobile, raccontano che non è per niente così. «Non siamo mai scappati dall’Italia. Viviamo fortunatamente in un contesto europeo dove in un’ora arrivi a Milano. Ci siamo semplicemente fermati ad Eindhoven, ci sembrava stupido aver studiato lì e tornare qui immediatamente». Una parte del motivo, spiega Andrea, è economica. Eindhoven è una ex città industriale che e ha deciso di ripartire investendo sul design. «Quando siamo arrivati noi c’erano fondi e spazi quasi gratis per artisti, designer e architetti. Diciamo che adesso con la crisi si sta tutto contraendo, ma di sicuro c’è un clima molto favorevole per la nostra generazione lì».

Le cose che Andrea e Simone fanno come Formafantasma sono molto lontane dal design come lo intendiamo noi. O, quantomeno, dell’idea che spesso abbiamo del design come sinonimo di arredamento. Andrea e Simone giocano in un campionato diverso: «ci interessano le discussioni che si fanno intorno agli oggetti. Siamo molto più interessati al modo di produrre e di fruire gli oggetti che del parlare di funzionalità». Ma, spiega Andrea, «non abbiamo nessun tipo di pregiudizio. […] Lavoriamo molto basandoci sul contesto, se il contesto è quello industriale, allora lavoriamo con l’industria. Se il contesto è quello delle gallerie, allora lavoriamo con le gallerie».

Il loro ultimo lavoro, De Natura Fossilium, appartiene a quest’ultima categoria ed è esemplificativo di almeno una parte della loro produzione, quella orientata sopratutto vero la ricerca, lavorando su materia, tradizione e cultura. De Natura Fossilium è una serie di oggetti — tavolini, sgabelli, vasi, scatole, specchi e tessuti — fatti lavorando in vari modi la lava dell’Etna. «Siamo spesso in Sicilia, sia per lavoro, sia per vacanza. E siamo stati sempre stati affascinati dall’Etna. È un posto dove la gente va e solo per contemplare il luogo, ma quello che interessava a noi è il materiale che esce dal vulcano: la lava. È un materiale ricchissimo di silicio, è liquido ma diventa una pietra. E abbiamo cominciato a fare una ricerca molto approfondita sul materiale e, grazie anche all’aiuto del INGV [l’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia] di Catania, abbiamo cominciato a esplorarlo in mille modi diversi». Formafantasma ha usato la lava in tutte le sue forme: quella solida in cui è lavorabile come un basalto, quella in cui torna liquida in cui può essere soffiata come il vetro o colata come un metallo, quella polverizzata in cui può trasformarsi in fibre che possono essere lavorate insieme al cotone. Scoprendo cosa c’è dietro, sotto e dentro a un materiale che di solito è semplicemente un paesaggio.

Per Andrea e Simone, insomma, il design è qualcosa di diverso dal progettare semplicemente un oggetto. È, come dicono loro, «appropriarsi di un’estetica», un lavoro di cui il design è l’ultimo pezzetto di un percorso. «Diciamo che il 90% del nostro processo è di ricerca e il 10% è di progettazione. Non disegniamo molto e schizziamo pochissimo. Il nostro lavoro nasce molto da una discussione tra me e Simone. La parte di ricerca è quella più importante, perché ovviamente quando inizi a lavorare con materiali così devi prima far parlare la materia. Ti faccio un esempio: avevamo disegnato il vaso di lava soffiata e pensavamo di fare una collezione di vasi. Lavorando col materiale però abbiamo capito che non era il caso [lavorare la lava è molto complicato perché richiede temperature altissime], che il modo migliore non era di fare vasi soffiando all’interno di uno stampo ma di fare dei colaggi. E a questo punto sono nate le scatole. È un processo continuo che parte sempre dalla ricerca».

Gli chiedo come vivono l’etichetta che molti gli attribuiscono, quella di “designer italiani”. «Noi odiamo ‘sta roba. Non ci piacciono molto le distinzioni. Ma è un problema anche per gli olandesi perché non sanno bene come etichettarci. Siamo designer olandesi? Siamo designer italiani? Non ci interessa un tipo di discussione legata al nazionalismo della disciplina, non ha senso». Il loro lavoro, però, torna spesso ad affrontare il tema Italia: De Natura Fossilium è basato sulla lava dell’Etna, un loro precedente progetto, Autarchy, si ispirava alle tradizioni siciliane, e Domestica lavorava sull’idea di gerla, la tipica cesta di legno che nel Nord Italia viene usata per trasportare legna o altri materiali. «Forse è perché siamo fuori e vediamo l’Italia quasi in maniera nostalgica, un po’ come gli emigrati in America negli anni ’30 che andavano lì e parlavano sempre dell’Italia. Siamo comunque innamorati dell’Italia. Il nostro lavoro», dice Andrea sorridendo, «è una lettera d’amore al Paese».

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