Perché le province, anche abolite, non possono sparire

Perché le province, anche abolite, non possono sparire

Le province sono enti antipatici già dal nome: rimandano a un’idea di dominio dello Stato centrale (in origine l’antica Roma) sui territori periferici, abitati da barbari, non cittadini a pieno titolo, che devono pagare i loro tributi. Si discute della loro abolizione fin dall’assemblea costituente del 1947 eppure ancora oggi resistono. Le ultime nate sono quelle di Fermo, Monza-Brianza  e di Barletta-Andria-Trani: istituite nel 2004 sono divenute operative a partire dal 2009, portando così il totale delle province italiane a 110.

Negli ultimi anni il montante disprezzo dell’opinione pubblica per la classe politica e per i suoi costi, ha messo il vento nelle vele dell’abolizione di questi enti territoriali, a metà via tra le Regioni e i Comuni. I partiti politici hanno iniziato a promettere all’unisono – per poi all’unisono deludere – la soppressione delle province in campagna elettorale. Il governo Monti, con il decreto Salva Italia del dicembre 2011, è stato il primo a dare una forte accelerazione al processo di abolizione. In base al testo della norma le province perdevano molte delle loro competenze e diventavano enti di secondo livello, cioè eletti non dai cittadini ma dai sindaci dei Comuni. A luglio 2012 il decreto sulla spending review prevedeva poi la riduzione del loro numero. Entrambi questi provvedimenti sono stati bocciati nel luglio 2013 dalla Corte Costituzionale, che ha accolto il ricorso presentato da otto Regioni: lo strumento del decreto legge non era adeguato.

Intanto però numerose province (21) erano già state commissariate, in attesa che andasse a regime la riforma ideata dal governo Monti (arenatasi poi negli ultimi mesi della scorsa legislatura per i contrasti politici interni alla maggioranza delle larghe intese). Per evitare che questa primavera si tornasse a votare per degli enti che – secondo quanto affermato dal governo Letta e ribadito dal governo Renzi – saranno presto aboliti con legge costituzionale, il Parlamento ha varato in aprile il ddl Delrio. La legge, che entrerà pienamente in vigore a inizio 2015, riprende l’impianto dei decreti del governo Monti: le province diventano enti di secondo livello, il presidente sarà il sindaco del Comune capoluogo e le altre cariche andranno ad amministratori municipali. Al tempo stesso cambiano le loro funzioni: su trasporti, ambiente e mobilità avranno la semplice pianificazione, sull’edilizia scolastica manterranno la gestione e cominceranno a occuparsi anche di pari opportunità. Tutte le altre competenze (istruzione, servizi sanitari, sviluppo economico, mercato del lavoro etc) passeranno ai Comuni, a meno che le Regioni non decidano di avocare a sé la materia. Anche il personale sarà trasferito di conseguenza. Per nessun organo della provincia è previsto un compenso. Fino a che non sarà in vigore il nuovo regime rimangono in carica i commissari e i presidenti che ci sono ora.

Grazie al ddl Delrio, se per un qualsiasi motivo la riforma costituzionale in discussione (che prevede tra le altre cose l’abolizione del senato e la riforma del Titolo V) non dovesse vedere la luce, non si tornerà in ogni caso a votare per le province. Ma se dovessero davvero scomparire completamente si porrebbero allora una serie di questioni organizzative, per lo Stato e non solo.

Le province esistono da che esiste l’Italia unita e molte istituzioni dello Stato si sono plasmate sulla loro esistenza. In primo luogo i prefetti: sono l’emanazione del potere centrale, in particolare del Ministero dell’Interno, a livello locale. Il loro ambito di competenza è il territorio della provincia. Se un domani l’ente sparisse, si andrebbe a ridefinire l’articolazione sul territorio delle prefetture? Oppure rimarrebbe vivo nell’ordinamento giuridico il concetto di “territorio che fu della provincia”? Stesso discorso vale per le questure, organi della Polizia di Stato con competenza provinciale. A che livello verrà posto il vertice dei commissariati di pubblica sicurezza? Comunale o Regionale? O, ancora una volta, la provincia almeno pro forma rimarrà in vita? Nel caso non sarebbe comunque solo la polizia a dover affrontare il problema della eventuale riorganizzazione. Anche i vigili del fuoco, i carabinieri e la guardia di finanza hanno una struttura organizzativa che si è modellata sull’esistenza delle province (spesso il comando provinciale è un livello fondamentale nella gestione delle attività).

Andrebbe poi riorganizzata anche la motorizzazione civile. Attualmente i suoi uffici sono distribuiti sul territorio su base provinciale. Si potrebbe immaginare un ritorno all’antico, quando subito dopo la Seconda Guerra Mondiale gli ispettorati della motorizzazione erano organizzati su base regionale. Ma probabilmente l’aumento del numero di vetture in circolazione rispetto a 60 anni fa rappresenta un ostacolo. L’alternativa del livello comunale sarebbe forse più comoda per i cittadini ma più dispendiosa per lo Stato. Problemi simili si avrebbero poi anche con l’Inps, l’Agenzia delle entrate e gli uffici provinciali del lavoro.

A fronte delle difficoltà di una riorganizzazione di varie articolazioni ministeriali, di enti statali, di forze di pubblica sicurezza e via dicendo, potrebbe essere una soluzione mantenere in vita la “dimensione” delle province, pur avendo abolito per Costituzione l’ente relativo. Altrimenti si andrebbe incontro a uno scenario di ipertrofia dell’apparato pubblico (con sedi comunali per qualunque funzione) oppure di sua eccessiva distanza dal cittadino (accentrando gli uffici nel capoluogo di Regione). In ogni caso la sopravvivenza delle province dovrebbe essere garantita almeno al livello delle targhe automobilistiche: trovare 110 sigle per le province è stato difficile, immaginarne più di 8 mila per i comuni sarebbe impossibile.

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