Il mondo nella testa: com’è nato “Auto da fé”

Il mondo nella testa: com’è nato “Auto da fé”

Una stanza tutta per sé

Elias Canetti ha scritto il suo primo e unico romanzo a 25 anni. Ha lavorato per trent’anni a una lunga riflessione sulla psicologia della massa; ha vissuto nella Vienna sonnacchiosa e benpensante e nella Berlino impetuosa degli artisti, in cui tutto sembrava accadere. Ha conosciutoKarl Kraus, Bertolt Brecht eHermann Broch. Si è innamorato di Anna Mahler – figlia di Alma e Gustav – e dopo l’avvento del nazismo si è rifugiato prima a Parigi e poi a Londra. E si è tormentato tutta la vita cercando di produrre un nuovo romanzo all’altezza del suo sconvolgente esordio: Auto da fé, un libro nato sulla scia di due eventi fondamentali, uno di natura strettamente privata e apparentemente irrilevante, e l’altro decisamente collettivo.

Era l’aprile del 1927 e il giovane Elias Canetti, ancora studente di chimica all’università, aveva preso in affitto una stanza fuori Vienna, la cui vista dalla finestra l’aveva subito irretito: da un parte un parco e il pendio alberato del grande giardino arcivescovile; dall’altra lo Steinhof, la «città dei pazzi». L’ospedale psichiatrico, con i suoi 60 padiglioni, fu per Canetti una sorta di ossessione per tutti i sei anni in cui abitò in quella stanza: «La vista quotidiana dello Steinhof, dove vivevano seimila pazzi, è stata la spina nella mia carne», racconta: «Sono assolutamente certo che senza quella stanza non avrei mai scritto Auto da fé».

Ma non è solo il panorama a ispirarlo. La padrona di casa è una donna con una lunga sottana che arriva fino a terra e che tiene la testa obliqua, «gettandola ogni tanto dall’altra parte». Il primo discorso che fa a Canetti riguarda la gioventù dell’epoca e il prezzo delle patate. Chiunque abbia letto Auto da fé non può che riconoscere la terribile Therese, uno dei personaggi più disturbanti della letteratura, una «donna di cortissime vedute», completamente ripiegata nella sua meschinità (anche se, per dare il dovuto alla povera padrona di casa, bisogna precisare che i tratti in comune si limitano a questa prima impressione).

Schiere e moltitudini

Il secondo evento, come dicevamo, è di portata più vasta. Qualche mese più tardi, il 15 luglio, Canetti entra in contatto diretto con qualcosa che lo ossessionerà tutta la vita: la massa. Nel Burgenland c’era stata una sparatoria e alcuni operai erano rimasti uccisi. Il tribunale aveva assolto gli assassini e il giornale del mattino titolava a grandi lettere: «Una giusta sentenza». Canetti è profondamente indignato e non è il solo: da tutte le zone della città partono cortei spontanei di lavoratori diretti al Palazzo di Giustizia, che viene incendiato. La polizia riceve l’ordine di sparare e l’esito è di 90 morti.

Per Canetti è un’esperienza sconvolgente: per la prima volta si sente parte integrante della massa come entità omogenea, distinta dalla somma dei suoi individui: «È la cosa più vicina a una rivoluzione che io abbia mai vissuto sulla mia pelle», racconta, «da allora so con assoluta precisione quel che accadde durante l’assalto alla Bastiglia».

Il tema della massa, come si forma e come può essere diretta sarà per lui oggetto di studio per moltissimi anni, studio che confluirà nel libro Massa e potere, poderosa opera di difficile classificazione, a cavallo tra la filosofia, l’etnologia e le scienze.

Ma oltre al fenomeno della massa, in quell’«assalto alla Bastiglia» ci fu un altro aspetto che lo colpì e che racconta nel saggio Il mio primo libro: Auto da fé: in una strada laterale, un uomo, in disparte, «con le braccia alzate e le mani congiunte sopra la testa in un gesto di disperazione, gridava gemendo: “Bruciano i fascicoli! Tutti i fascicoli!”». «Meglio i fascicoli che gli uomini!» ribatté Canetti, seccato. Come non intravedere una prefigurazione di Kien, L’Uomo dei Libri, che brucia con essi nella sua biblioteca? Ma il protagonista di Auto da fé prenderà forma solo qualche anno più tardi. Per il momento l’immagine dell’uomo che piange il rogo dei fascicoli si fissa nella mente dell’autore e lì rimane come in un’incubatrice, mentre Canetti va incontro ad altre esperienze che finiranno per alimentare il microcosmo grottesco del suo romanzo.

Il soggiorno berlinese

Nell’estate 1928 lo scrittore visita per la prima volta Berlino. Quella che incontra è una città febbrile e impetuosa, in cui fa la conoscenza, tra gli altri, di George Grosz , Isaak Babel’ e Bertolt Brecht. Quest’ultimo, irritato dalla sua ingenuità e dai suoi supposti «buoni sentimenti», si diverte a scandalizzarlo con battute ciniche su se stesso. Babel’ invece gli si affeziona, mentre Grosz gli chiede consigli sui libri da leggere.

In quella città eccessiva tutto era fatto con ostentazione, «tutto era lecito e tutto si faceva, e la Vienna di Freud, nella quale si parlava di questo e di quello, appariva al confronto con Berlino, una città di chiacchiere innocue». Canetti riparte portandosi dietro un «groviglio mostruoso» di sensazioni e l’impressione di essere una sorta di «giovane puritano».

Torna a Berlino l’estate successiva, questa volta conducendo una vita meno frenetica. Frequenta altri quartieri, va a bere da solo nelle bettolacce ed entra in contatto con tutt’altro tipo di persone, soprattutto operai. Quando torna a Vienna, ha ormai terminato i suoi studi e decide di chiudere per sempre con la chimica.

Si rinchiude nella sua stanzetta in affitto e scrive. Le esperienze accumulate e la frenesia berlinese gli avevano lasciato uno stato d’eccitazione che premeva per sfogarsi. Quello che ha in mente è un mosaico di ritratti, liberamente ispirati agli uomini «eccessivi e invasati» conosciuti nella capitale tedesca. Inizia perciò a lavorare su diversi personaggi, tutti caratterizzati da una monomania che li definisce quasi per sineddoche. Su tutti, piano piano se ne impongono otto: l’«Uomo della Verità», il «Visionario», il «Fanatico Religioso», l’«Uomo dei Libri», il «Collezionista», lo «Scialacquatore», l’«Attore» e il «Nemico della Morte». Il suo progetto è realizzare una «Comédie humaine dei folli», ma come ogni gioco al massacro quale è anche la buona letteratura, ne resterà uno solo, l’«Uomo dei Libri», Peter Kien.

Il mondo nella testa

Come Karl Kraus, suo idolo per molti anni, Canetti è un maestro nel mettere in scena la cattiveria umana e nelle seicento pagine di Auto da fé si affolla un campionario di alienazione e inettitudine che costruisce il ritratto grottesco e deformato di un piccolo, meschino universo che travalica i confini della Vienna dell’epoca. Il protagonista Peter Kien, illustre sinologo, è un erudito che non vede oltre il suo regno di carta, annientato dal contatto col mondo. Ma i suoi antagonisti non sono da meno quanto a manie e autoreferenzialità e incarnano al meglio i prototipi dell’opportunismo viennese.

Già si è detto della perfida domestica Therese, donna di un’ottusità sconcertante, che si impossessa dell’appartamento del povero Kien, facendo scempio della sua biblioteca. Alla distruzione del protagonista concorre inoltre il deforme nano Fischerle, – strabiliante figura che rivivrà come personaggio in Tutto il ferro della Torre Eiffel di Michele Mari – furbo truffatore appassionato di scacchi e ossessionato dalla fama. La forza bruta, con la sua ottusa pragmaticità, è invece rappresentata dal portinaio Pfaff, il «Lanzichenecco». In questa figura di benpensante uxoricida e violentatore della propria figlia qualcuno vede una sorta di precursore esemplare del nazismo: l’orrenda «banalità del male» che con la sua brutalità finisce col trionfare sull’intelligenza inerte dell’uomo di lettere.

Su tutte queste suggestioni aleggia sempre presente il fantasma dello Steinhof, che non solo si è rivelato fonte di ispirazione per i caratteri monomaniacali dei personaggi, ma che irrompe direttamente nella vicenda attraverso lo psichiatra Georg – fratello di Peter, omonimo del fratello di Canetti – e i suoi pazienti. Un’incursione nell’universo della psichiatria criminale che ricorda da vicino Robert Musil e lo straordinario personaggio di Moosbrugger ne L’uomo senza qualità.

Canetti non riuscirà mai a portare a termine la sua «commedia umana dei folli», ma l’aver lavorato a lungo su tanti abbozzi di caratteri differenti lo aiuterà a costruire l’assurdo universo di Auto da fé, dominato dall’incomunicabilità assoluta, in cui ognuno è arroccato nella propria percezione delle cose, patologicamente parziale.

Termina il romanzo nell’ottobre del 1931. Fa rilegare in tela nera ciascuna delle tre parti del libro e le spedisce in un enorme pacco a Thomas Mann. La lettera di accompagnamento ha un tono che lo stesso Canetti definisce «solenne e altezzoso». Dopo pochi giorni però i volumi tornano indietro senza essere stati letti: Thomas Mann si scusava, ma le sue condizioni gli impedivano di affrontare la lettura. Canetti rimane profondamente deluso.

La pubblicazione

Il temperamento permaloso dello scrittore è noto; si pensi ad esempio a quando molti anni più tardi romperà la lunga amicizia con Claudio Magris, reo di aver espresso perplessità sulla qualità letteraria dell’autobiografia (La lingua salvata, Il frutto del fuoco e Il gioco degli occhi) e di aver invece definito Auto da fé «l’unico suo libro veramente grande». D’altra parte, nei confronti di questo grande libro Canetti manterrà sempre sentimenti contrastanti: a tratti denigrandolo – come quando arriva a definirlo una «aberrazione giovanile» – e a tratti difendendolo a spada tratta, come nel 1936, quando si indigna con Hermann Hesse che ne aveva fatto una recensione un po’ tiepida.

Nel ’32 però, mentre a Vienna veniva pubblicato il secondo volume de L’uomo senza qualità, Canetti non aveva ancora trovato un editore. A suo dire, non si stava dando molto da fare per trovarlo, offeso com’era dalla reazione di Thomas Mann, e avvilito dalla manifesta grandezza dell’opera di Musil, verso il quale avrà sempre parole di stima, senza incappare in quell’invidia stizzosa riservata ad altri autori (Scriverà ne La tortura delle mosche: «Forse la più pura soddisfazione della mia vita: l’apprezzamento di Musil»). Ma i propositi di autoflagellazione vendicativa dettati dall’orgoglio ferito difficilmente vengono mantenuti e sotto la spinta di alcuni amici legati al mondo dell’editoria sottopone il proprio lavoro a diverse case editrici.

Finalmente, nel 1935, il romanzo trova un editore ed esce con il titolo Die Blendung (L’accecamento), mentre Auto da fé sarà il titolo scelto dallo stesso autore per alcune delle edizioni straniere, compresa quella italiana. Questa volta Thomas Mann lo legge e trova che, insieme all’Henri Quatre di suo fratello Heinrich, si tratti del libro più interessante dell’anno.

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