Caccia al ribelle rosso

Caccia al ribelle rosso

Il 8 novembre 1975 sarà ricordato come la data della quarta rivoluzione russa. La prima rivoluzione è quella del 1905, quella della rivolta a San Pietroburgo e della domenica di sangue. La seconda è quella del febbraio del 1917, che portò Nicola II ad abdicare. La terza è la gloriosa rivoluzione di ottobre. La quarta quella dell’ammutinamento della Storozhevoy, fregata anti-sommergibile della marina militare russa. O almeno così credeva Valery Mikhailovich Sablin.

Sablin è convinto di poter aprire gli occhi del popolo russo con un gesto simbolico di ribellione, come già prima di lui avevano fatto i marinai della Potemkin

Sablin ha trentasettenne anni, è uno degli ufficiali della Storozhevoy e sta per diventare un traditore della patria. Sablin è un traditore strano, che tradisce perché si sente già tradito: la Russia che conosce e che serve non è quella che ha studiato sui libri. Crede che, nel 1975, del leninismo e degli ideali della rivoluzione sia rimasto poco. Vede il governo di Leonid Brežnev (capo assoluto dell’Unione Sovietica dal 1964 al 1982) come falso e corrotto. Ed è convinto di poter aprire gli occhi del popolo russo con un gesto simbolico di ribellione, come già prima di lui avevano fatto i marinai della famosa corazzata Potemkin nel 1905 e quelli della Aurora, la nave che saprò il colpo che diede il segnale per la conquista del Palazzo d’Inverno nel 1917. Voleva far ammutinare i marinai della Storozhevoy, guidare la nave fino a Leningrado (oggi San Pietroburgo) e, mettendosi proprio a fianco Aurora diventata nel frattempo una nave museo, lanciare il messaggio che avrebbe portato alla quarta rivoluzione russa. O, come diceva lui, a «completare la rivoluzione».

Ironicamente, Valery Mikhailovich Sablin non era il comandante della Storozhevoy, ma il suo commissario politico. Ovvero, l’ufficiale incaricato dal partito comunista di supervisionare un’unità militare. Il suo ruolo doveva essere quello di fare educazione politica e tenere sotto controllo i militari. E, in un certo senso, fu proprio quello che Sablin fece.

L’8 novembre 1975, la Storozhevoy arriva nel porto di Riga, in Lettonia, per prendere parte a una cerimonia militare commemorativa dell’anniversario della rivoluzione d’ottobre (per una differenza tra il calendario russo e il nostro calendario, la rivoluzione d’ottobre è infatti datata 7-8 novembre 1917). E Sablin non riesce a trovare momento migliore per mettere in moto il suo piano. Sablin è un ufficiale molto amato a bordo della Storozhevoy e può contare già sull’aiuto del suo assistente, Alexander Shein. La sera del 8 novembre, Sablin avverte il comandante della Storozhevoy, Anatoly Putorny, che alcuni dei suoi uomini stanno bevendo a bordo della nave. Festeggiamenti o no, il comandante va di persona a parlare coi suoi marinai ma trova la cabina indicatagli da Sablin vuota. Il commissario politico lo chiude all’interno, mettendolo fuori gioco.

Sablin a questo punto raduna tutti gli ufficiali della Storozhevoy e mentre (così vuole la leggenda) proietta La corazzata Potemkin, spiega il suo piano ai marinai e cerca di convincerli che un’altra rivoluzione è necessaria. Sablin, dicono i resoconti e i racconti di chi l’ha conosciuto, era un oratore appassionato e appassionante. E quella sera racconta davanti al film di Eisenstein il ruolo unico che ha sempre avuto la marina russa nelle rivoluzioni e quanto quello fosse il momento per agire, proprio nel giorno in cui si commemorava l’anniversario della rivoluzione di ottobre. Ci sono sedici ufficiali ad ascoltarlo, otto dicono di essere pronti ad ammutinarsi insieme a lui. Gli altri otto, contrari, vengono rinchiusi un altro compartimento, separati dal comandante. Convincere i marinai semplici è molto più facile e in breve tempo tutto l’equipaggio della fregata si unisce all’ipotetica rivoluzione di Sablin. L’idea di Sablin è di lasciare il porto la mattina successiva, come da programma. Ma c’è un grosso problema: un giovane Guardiamarina riesce a scappare, a scendere dalla Storozhevoy e corre ad avvertire i superiori. Temendo che la sua rivoluzione sia fermata ancor prima di iniziare, il nuovo comandante Sablin dà l’ordine di salpare immediatamente. Rotta verso Leningrado.

Prima di lasciare il porto, ormai da disertore, Sablin scrive una lettera alla moglie. Le dice:
 

«Perché lo sto facendo? Per amore della vita. Non nel senso in cui la intendono i comodi borghesi, ma nel senso brillante e vero con cui la vita ispira gioia nelle persone oneste. Sono convinto che nella nostra nazione, esattamente com 58 anni fa nel 1917, si sveglierà una coscienza rivoluzionaria e che riusciremo a trovare il comunismo nella società».

E non solo. Alle 23 del 8 novembre 1975, mentre la Storozhevoy esce dal porto di Riga, Sablin fa trasmettere subito il suo messaggio, quello che pensava di inviare solo una volta ormeggiato a fianco della Aurora, quello che dovrebbe aprire gli occhi al popolo russo. Forse sa già che a Leningrado non ci arriverà mai.

Dice:
 

«Parlo a quelli di voi che hanno a cuore il nostro passato rivoluzionario, a quelli che pensano criticamente e non cinicamente al nostro presente e al futuro del nostro popolo. Il nostro è un atto puramente politico. I veri traditori della Madrepatria saranno quelli che provano a fermarci. Nell’evento di un attacco militare al nostro Paese, lo difenderemo con lealtà. Ma abbiamo un’altra mira: far sentire la voce della verità».

Ma qui le cose cominciano ad andare veramente male. L’operatore radio della Storozhevoy non ha il coraggio di trasmettere il messaggio a tutte le frequenze e lo trasmette solo su quelle riservate ai militari. I destinatari dell’accorato proclama di Sablin, insomma, non sono le masse proletarie che sperava di raggiungere ma i compagni della marina e, soprattutto, i suoi superiori.

Tredici navi da guerra e dieci aerei dell’aeronautica partono all’inseguimento della Storozhevoy. Sono pronti a tutti, anche ad affondare la nave

Quello che Sablin ha in mente, a questo punto, non è chiaro a nessuno. Dal porto di Riga, la rotta per andare a Leningrado non è dritta. Bisogna prima puntare verso l’isola svedese di Gotland, poi verso Stoccolma, poi entrare nel golfo di Finlandia e poi finalmente verso Leningrado. Quello che i superiori di Sablin temono è che la Storozhevoy voglia fare defezione e andare verso occidente. Un imbarazzo e un rischio inaccettabili in un periodo in cui la Guerra Fredda è ancora molto lontana dal concludersi. E così tredici navi da guerra e dieci aerei dell’aeronautica, compresi alcuni cacciabombardieri, partono all’inseguimento della Storozhevoy. Sono pronti a tutti, anche ad affondare la nave, se necessario.

Sablin ha parecchio vantaggio rispetto ai suoi inseguitori e fa spegnere il radar della Storozhevoy per rendere difficile — se non impossibile — individuarla. Per tutta la notte, dalle 23 alle 6 del mattino successivo, i marinai della fregata navigano a vista, uscendo a fatica dal fiume Daugava e dal Golfo di Riga. Ma la mattina qualcosa cambia, la Storozhevoy si infila in un fitto banco di nebbia vicino al trafficato stretto di Irben, uno dei due stretti che dal Golfo di Riga portano al Mar Baltico. Sablin è costretto a prendere una decisione necessaria e che sarà fatale per la sua rivoluzione: riattivare il radar.

Pochi minuti dopo gli aerei da ricognizione dell’aeronautica russa individuano la Storozhevoy e tutte le navi e gli aerei all’inseguimento convergono sulla fregata. Quattro ore dopo, mentre la Storozhevoy sta per arrivare in acque internazionali e dopo numerosi tentativi via radio di far invertire la rotta alla Storozhevoy, l’esercito russo decide che non c’è altra soluzione: bisogna bombardare la nave.

Per fortuna dell’equipaggio, basta una singola bomba a fermare la rivoluzione della Storozhevoy. Una bomba da 500 libbre (circa 225 chili) sganciata in poppa alla nave, che esplode a poca distanza dalla fregata, la investe con un muro d’acqua e ne danneggia il timone. Con tredici navi da guerra all’inseguimento, l’aeronautica pronta a distruggere la nave pur di non farla andare avanti e il timone fuori uso, la situazione cambia rapidamente anche a bordo. I marinai che prima erano pronti alla rivoluzione cominciano ad avere qualche dubbio e alcuni scendono sottocoperta per liberare il vero comandante della Storozhevoy, ancora rinchiuso. Putorny non perde tempo: corre verso la plancia della fregata, spara a Sablin ad una gamba e comunica via radio di aver riottenuto il controllo della nave.

Alle 10 del mattino la Storozhevoy viene abbordata dalla marina della sua stessa nazione

Poco dopo le 10 del mattino del 9 novembre 1975, la Storozhevoy viene abbordata dalla marina della sua stessa nazione. I marinai vengono catturati e tenuti sotto sorveglianza da militari con l’ordine di sparare a qualsiasi movimento e la Storozhevoy viene riportata verso la più vicina base navale russa. Il sogno di Sablin era finito, a 400 miglia dalla Leningrado che voleva raggiungere. L’intero equipaggio della Storozhevoy venne arrestato, anche quelli che non avevano partecipato o si erano attivamente opposti all’ammutinamento, ma solamente Sablin e il suo ufficiale in seconda vennero processati dalla corte marziale. Meno di tre mesi dopo, Sablin fu segretamente condannato a morte per fucilazione.

Sette anni dopo, nel 1982, un giovane assicuratore e aspirante scrittore di trentacinque anni chiamato Tom Clancy trova una tesi di laurea che racconta le vicende dell’ammutinamento della Storozhevoy. E si chiede che cosa sarebbe successo se, al posto della modernissima fregata Storozhevoy ci fosse stato un modernissimo sommergibile e se Sablin avesse voluto veramente fare defezione verso occidente come i suoi superiori temevano. Due anni dopo, nel 1984, pubblica Caccia a Ottobre Rosso, il romanzo che ha lanciato la sua carriera come scrittore.

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