Sindacati stellari, quella volta che tre astronauti scioperarono in orbita

Sindacati stellari, quella volta che tre astronauti scioperarono in orbita

C’è sempre una prima volta per tutto: c’è una prima volta dell’uomo in orbita, c’è una prima volta dell’uomo sulla Luna e c’è stata anche una prima (e a quanto pare unica) volta di uno sciopero nello spazio. Sorprendentemente, però, il primo sciopero spaziale non è stato organizzato da dei cosmonauti russi con spirito rivoluzionario, ma dagli statunitensi.

È il 1973 e nonostante gli Stati Uniti siano già riusciti a portare 12 uomini sulla Luna, siamo ancora all’alba dell’era spaziale. Ci sono ancora tantissime cose che non sappiamo di come funziona lo spazio. E cosa facciamo quando non sappiamo come funziona una cosa? Facciamo degli esperimenti.

Skylab — letteralmente: laboratorio spaziale — è stata la prima e a oggi l’unica stazione spaziale interamente statunitense. Lunga solamente 23 metri (la Stazione Spaziale Internazionale è lunga oltre triplo: 73 metri), era composta da un singolo modulo lanciato in orbita già montato con un razzo Saturn V. L’obiettivo primario di Skylab era, parole della NASA, «espandere la nostra conoscenza dell’astronomia ben oltre quello che si può osservare dalla Terra» e «dimostrare che gli esseri umani possono vivere e lavorare nello spazio per periodi prolungati di tempo». Non tutto, però, andò come previsto.

La missione Skylab fu sfigata fin dall’inizio

La missione Skylab fu sfigata fin dall’inizio. Il primo lancio, chiamato Skylab 1 e senza astronauti a bordo, doveva portare la stazione spaziale in orbita e prepararla per l’arrivo dei passeggeri. Ma qualcosa quel 14 maggio 1973 andò storto. Dopo soli 63 secondi dal decollo, per via delle forti vibrazioni del missile che doveva portare in orbita la Skylab, una copertura anti-meteorite del modulo della stazione spaziale si staccò e distrusse uno dei pannelli solari della stazione. Skylab arrivò comunque in orbita e il centro di controllo riuscì in parte nelle manovre per metterla in funzione, ma la mancanza del pannello solare e del pannello di protezione erano un grosso problema per l’energia necessaria a far funzionare la stazione e per la protezione del modulo in cui sarebbero vissuti gli astronauti.

Le priorità della NASA, da «espandere la nostra conoscenza dell’astronomia» passarono ad «aggiustare la stazione spaziale»

La missione Skylab costava 2,6 miliardi di dollari (più o meno 15 miliardi di dollari di oggi) e le priorità della NASA, da «espandere la nostra conoscenza dell’astronomia» passarono molto in fretta ad «aggiustare la stazione spaziale».

La missione che doveva portare in orbita i primi astronauti, Skylab 2, sarebbe dovuta partire il giorno dopo il lancio della stazione, il 15 maggio. Ma la partenza venne spostata in avanti di dieci giorni e gli astronauti addestrati per eseguire le riparazioni della Skylab. Il 25 maggio i tre astronauti della missione Skylab 2 erano in orbita e osservarono i grossi danni alla stazione spaziale. Ci vollero 13 giorni di lavoro solamente per rendere la stazione di nuovo abitabile. E le riparazioni andarono avanti per tutta la durata della missione Skylab 2 (28 giorni in orbita) e anche per quella di Skylab 3 (59 giorni in orbita), lanciata il 28 luglio 1973. Il problema fu per la missione Skylab 4.

Skylab 4 decollò il 16 novembre 1973. A bordo c’erano tre astronauti: Gerald Paul Carr, il comandante della missione. William Pogue, il pilota della missione. E Edward G. Gibson, scienziato e astronauta.

I rapporti tra Terra e Skylab si fecero decisamente più tesi

Esattamente come Skylab, anche Skylab 4 cominciò male. La sera dopo essere arrivati a bordo della stazione spaziale, mentre Skylab era fuori dal raggio radio del centro di controllo, il pilota Pogue si sentì male e vomitò, probabilmente per l’effetto sul suo corpo della microgravità (è un disturbo noto, chiamato sindrome di adattamento allo spazio). Se in condizioni normali, a Terra, un attacco di vomito non sarebbe un problema, nello spazio le cose sono diverse. I tre discutono per un po’ su cosa fare, se avvisare il centro di controllo oppure minimizzare. Temendo ritardi e problemi con la missione, alla fine scelgono di riferire solamente che Pogue è nauseato ma senza accennare al vomito, dimenticando però che ogni conversazione a bordo della Skylab viene registrata e inviata a Terra. Il giorno dopo il centro di controllo rimprovera duramente i tre astronauti per la «pessima decisione» di aver tenuto nascoste le condizioni di Pogue. E i rapporti tra Terra e Skylab si fecero decisamente più tesi.

L’equipaggio di Skylab aveva un’orario di lavoro all’apparenza quasi normale: 8 ore di sonno, 8 ore di lavoro e 8 ore libere, sette giorni su sette. Ma la verità è che le 8 ore libere non erano veramente libere: oltre al lungo lavoro di preparazione dei pasti, in quelle ore erano anche state inserite una gran quantità di operazioni pratiche — come la pianificazione della missione e i report sullo stato di salute degli astronauti — che, di fatto, lasciavano ai tre ben poco tempo per loro stessi. E il fitto programma di esperimenti del programma (stando alla NASA composto di «osservazioni della Terra, astronomia solare, astronomia stellare, fisica dello spazio, geofisica, studi medici, biologici e tecnologici a micro gravità») si era fatto ancora più fitto dopo che le missioni Skylab 2 e Skylab 3 avevano dovuto dedicare buona parte del loro tempo alle riparazioni della stazione. Il piano della NASA era di andare avanti così per tutti gli 84 giorni previsti della missione, recuperando il più possibile il tempo perso. Ma gli astronauti non erano esattamente d’accordo.

Carr, Pouge e Gibson annunciarono via radio al centro di controllo che si prendevano un giorno libero fuori programma

Più o meno a metà della missione, sei settimane dopo il lancio, i tre decisero che non ce la facevano più. Carr, Pouge e Gibson annunciarono via radio al centro di controllo che si prendevano un giorno libero fuori programma, spensero la radio della Skylab e passarono la giornata a rilassarsi e a guardare la Terra da lassù.

Non sappiamo esattamente cosa successe in quelle ore e che panico deve aver scatenato questo annuncio al centro di controllo NASA. Quello che è certo è che passata la giornata di “sciopero”, Carr comunicò le richieste della ciurma a Terra: «abbiamo bisogno di più tempo per riposare. Ci serve una lista di cose da fare che non sia così fitta. Non vogliamo fare gli esercizi dopo i pasti. Dobbiamo riportare le cose sotto controllo».

Nei giorni successivi, astronauti e centro di controllo lavorarono insieme a un nuovo piano di esperimenti e il carico di lavoro venne alleggerito. Secondo quanto riportato dal New York Times, a detta di Pogue le successive sei settimane andarono molto meglio e i tre passarono il tempo «studiando il Sole, la Terra e loro stessi». Pogue dice che la missione l’ha reso «molto più empatico nei confronti delle altre persone e degli altri membri dell’equipaggio». «Cerco di guardare le cose dal punto di vista umano, invece di operare come una macchina».

Dopo lo sciopero di Skylab 4, NASA cambiò radicalmente l’approccio all’orario lavorativo degli astronauti. Oggi, sulla Stazione Spaziale Internazionale, la giornata lavorativa inizia alle 8:10 del mattino e finisce alle 19:30 della sera, con un’ora di pausa pranzo. In media un astronauta lavora quasi dieci ore al giorno durante le giornate feriali, ma queste dieci ore comprendono — diversamente da quanto succedeva su Skylab — sia gli esperimenti e le operazioni di bordo, sia gli esercizi necessari in una situazione di microgravità per mantenere massa muscolare e matrice ossea. Il sabato gli astronauti lavorano solamente cinque ore (o, meglio, fanno housekeeping, pulizie) invece delle solite 10, e il resto è tempo libero che possono sfruttare come vogliono. Suonando, ad esempio, raccontandoci come sarà la vita nello spazio o regalandoci spettacolari foto della Terra vista da lassù.

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