Sicurezza nelle discoteche: indietro di vent’anni. Parla Claudio Coccoluto

Parla Claudio Coccoluto, storico dj

Dischi impolverati e profumati. È lì che inizia (e non finisce mai) la storia di un dj. Di chi nasce con un sogno e ne fa una professione, di chi ogni notte incontra voci e volti di giovani affamati di divertimento, arte, evasione. Che la vita sia l’arte dell’incontro Claudio Coccoluto lo sa bene e incontrare lui adesso, a oltre dieci giorni dai fatti del Cocoricò di Riccione (la morte del 16enne Lamberto Lucaccioni), aiuta a riflettere sull’universo dei locali da ballo. Un universo complesso, variegato, imbottito di ragazzi che cercano l’antidoto della notte ad una quotidianità a tratti banale e insoddisfacente. E così arriva la voglia di andare oltre, di superare se stessi, alzando il gomito o prendendo una pasticca di troppo. Ecstasy, brutta parola. Droga, pericolo sempre in agguato. Claudio è il dj che, da 25 anni, sta dietro la consolle, è l’anti-divo che vive responsabilmente il suo ruolo pubblico. Intanto, il Cocoricò rischia di chiudere, come se la ‘colpa’ fosse dei singoli (un pusher, un morto, un gestore) e non di un sistema probabilmente incapace di emulare altri paesi in tema di cultura da club.  

Riccione, sono trascorsi dieci giorni. Con quali sensazioni?

Sgomento. Mi ha colpito molto quanto accaduto in seguito, i commenti e le polemiche su Facebook, l’isterismo collettivo che ha diviso innocentisti e colpevolisti del clubbing, spesso senza rispetto per la morte di un ragazzino, una vera tragedia sulla quale riflettere con profondità. E poi penso alle parole di Fabrizio De Meis (gestore del Cocoricò, ndr), intenzionato a dimettersi perché impossibilitato ad contrastare gli spacciatori, anche qualora dovesse individuarli all’interno del locale. Tutto questo provoca amarezza. Stiamo parlando di una persona che ha l’oggettiva responsabilità legale di un luogo e che, allo stesso tempo, non viene messo nelle condizioni di potersi difendere, di poter agire contro quei subdoli personaggi che minano sicurezza e serenità di una festa.

Troppo facile e ipocrita confinare la tragedia del Cocoricò alla responsabilità di una discoteca come se l’origine del male fosse quella

Cosa può cambiare nell’immediato?

Ripeto, sono terribilmente dispiaciuto, ma il disagio emotivo non deve distoglierci da ragionare freddamente su un problema sociale molto più complesso. E’ una tragedia, in tutti i suoi risvolti, compreso quello di una famiglia che ora scopre di avere uno spacciatore in casa. O, meglio, un ragazzo che ha confuso la vita con un gioco di ruolo, facendo delle cose che pensava non avessero condotto a tali, drammatiche, conseguenze. Troppo facile e ipocrita confinarlo alla responsabilità di una discoteca come se l’origine del male fosse quella.

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MESSAGGIO PROMOZIONALE

Chi ci rimette a questo punto?

La rispettabilità dei locali, di chi ci lavora da anni per portare a casa uno stipendio e per garantire spensieratezza alla stragrande maggioranza di giovani che vanno a ballare solo per cercare un sano intrattenimento all’interno di un luogo d’incontro, ma anche la fiducia delle famiglie nei propri ragazzi ne esce minata.

De Meis parla di 150.000 euro spesi per la sicurezza del suo locale…

Certifica che la sicurezza è delegata ai privati, questo cela una clamorosa falla del nostro paese. Non credo che la sicurezza si compri al mercato e mi domando se essa sia realmente un problema dello Stato e delle istituzioni: per un gestore che spende 150, ce ne sono tanti che spendono nulla, questo ci fa capire come non possa essere solo il privato a tutelare chi entra dentro un locale da ballo. E’ molto più complesso il problema, purtroppo si fanno solo tante parole. Ma, ribadisco, porrei la questione in un altro modo…

Quale?

Il problema è: perché tocca a lui, e solo a lui, spendere questi soldi, quando poi non viene messo nelle condizioni per difendere concretamente il suo locale da spacciatori o presunti tali? Non esistono strumenti legislativi, norme a tutela dei proprietari e dei gestori. E del pubblico, di conseguenza.

Senza droghe e abuso di alcolici cala il divertimento?

Le discoteche sono nate per permettere alla gente di fruire di musica, così come uno stadio rappresenta un contenitore di giochi sportivi. Tutto il resto rientra in una degenerazione collettiva come il doping nel ciclismo, per esempio. Sai cosa penso? Si fa presto a sparare sui locali da ballo, a sparlare, a dare loro la responsabilità di cosa possano diventare i ragazzini frequentandole abitualmente. Non è così, il problema è che a differenza del calcio noi non abbiamo le economie e le lobby, ma neanche associazioni di categoria in grado di rappresentarci autorevolmente. Ecco perché quanto accaduto al Cocoricò scatena una valanga di accuse da parte di chi non ha un vero interesse ad approfondire la questione…

Approfondiamo…

Tanto per cominciare, non ho mai creduto all’equazione musica + droghe =  super-divertimento. Sta all’intelligenza, alla cultura di ogni singola persona il sapere quale sia il limite da non valicare per uscire da un locale con il giusto mix di felicità, serenità e spensieratezza. Vedi, una serata in discoteca non deve essere niente di diverso rispetto ad una pizza con gli amici o una gita fuori porta. Deve essere vissuta semplicemente come una bella occasione per godere della propria esistenza e dell’aggregazione agli altri che condividono quel momento attraverso quel meraviglioso viatico che è la musica.

Quant’è anacronistico oggi il termine ‘festa’ per una serata trascorsa in un club?

Non lo è affatto. Ho sempre vissuto con passione profondissima questo mestiere e, come me, tantissimi altri lavorano nel settore (dal buttafuori al barman) considerano una vera gioia il trascorrere una serata in discoteca quando quell’energia positiva che si crea spontanea, quasi magicamente da vita al “party”, la cosa che tutti noi inseguiamo e vorremmo rivivere ogni volta che rientriamo in un club. Mi incazzo da morire quando i delinquenti inquinano con i loro traffici il mio habitat, di conseguenza, se un complimento al mio operato arriva da un ragazzo che ha abusato di sostanze stupefacenti è esso stesso falso ed inquinato: ci tengo ad essere bravo e voglio sentirmelo dire da chi ha piene facoltà cognitive.

Mi incazzo da morire quando i delinquenti inquinano con i loro traffici il mio habitat

Ha un senso, oggi, dare un tempo alla musica, un termine? Stop alle tre del mattino, anziché le sei o le sette?

Chiaramente si tratta di una scemenza colossale. Divieti e repressione non portano quasi mai qualcosa di buono, lo insegna la storia. Da due decenni il mondo occidentale va alla conquista della notte, dei suoi misteri e delle sue suggestioni, ma poi in un attimo il gioco si fa vecchio e si inverte la tendenza: a Ibiza, già da qualche anno e ormai anche sulle nostre coste, la gente preferisce ballare sulle spiagge nelle ore pomeridiane, ballare senza sosta a due passi dal mare rinunciando al rito del club notturno. Altro esempio di cambio-rotta è il Morning Gloryville, una sorta di rave salutista del mattino che sta avendo un successo planetario (dalle 6.30 fino alle 10 e mezza). Il tutto a base di centrifughe vegetali e Yoga: dopo il ballo, tutti a lavorare felici e carichi di energia positiva. Questo per rimarcare quanto lo ‘sballo’ sia ormai desueto e consegnato ai parvenu, poiché gli ‘influencer’ fanno scelte di altro tipo, quasi a fuggire dai meccanismi corrotti o corruttibili.

In tema di sicurezza et similia siamo indietro rispetto ai paesi del Nord Europa?

Siamo indietro di vent’anni. Il pragmatismo anglosassone ha fatto scuola: nel 1995, al comparire dell’ectasy, il celeberrimo ID (magazine di cultura giovanile UK, ndr.) pubblicò le analisi delle pasticche che giravano allora, in modo da informare da quali sostanze chimiche fossero composte e con quali effetti interagissero con l’organismo. Cosa che sotto forma di informazione trovi oggi negli ambulatori tedeschi. Lì non ci si riunisce attorno a un tavolo per discutere, lì si risolvono i problemi. La cultura del minor danno è la strada che hanno intrapreso da anni, facendo un’opera di divulgazione su cosa contengono tutte quelle maledette droghe chimiche. Anche se va sottolineato che si tratta quasi di una resa da parte della società nei confronti della malavita: nel senso, se proprio non possiamo evitare lo smercio e il consumo di droga, almeno cerchiamo di ridurne l’impatto.

MDMA, più comunemente nota come Ecstasy…

Credimi, per me è un mistero comprendere l’atto in cui una persona ‘normale’ butta giù queste pasticche o polveri che siano, quando proprio noi italiani siamo storicamente i più assidui frequentatori di studi medici, ospedali e ambulatori. Leggiamo e rileggiamo i bugiardini delle medicine, facciamo ricerche su Google, riempiamo i medici di domande …e poi? E poi si manda giù una compressa di Ecstasy passata da un ‘amico’ che ti dice meraviglie (in cambio di soldi), senza pensarci un secondo? Questa cosa mi lascia basito, mi spaventa.

Perché nel Nord Europa ci si informa e da noi no…?

Sai già la risposta. Devi chiederlo al Ministro della Salute. E’ il Governo che deve adottare misure adeguate, risolvere i problemi. Io posso solo rilevare tutto questo come osservatore privilegiato. Negli anni ho fatto fatica a contare le innumerevoli – quanto giuste e giustificate, per carità – campagne sulle ‘stragi del sabato sera’: ritengo che lo Stato abbia speso una valanga di quattrini in quella direzione, probabilmente avrebbero potuto destinare una somma ad una maggiore e corretta informazione sulle conseguenza dell’uso di droghe sintetiche.

Insomma, meno repressione e più informazione?

La repressione è opera inutile se, come dicevo più sopra, i locali stessi non hanno un potere di azione concreto. So di  buttafuori ‘diffidati’ da alcuni genitori, perché avevano osato perquisire i loro figli. Non esiste repressione, neppure quella più leggera ed elementare, se questa viene frenata sul nascere. Dal punto di vista legislativo è un gioco al massacro.

Paolo Villaggio ha detto che i giovani d’oggi entrano in un locale solo se sentono musica a volume alto. Incontro e dialogo non interessano più a nessuno?

E’ un’interpretazione personale che rispetto, ma credo che ignori il body language, ovvero la musica e linguaggio del corpo si sposano e generano una perfetta alchimia che è il ballo. Non sempre è necessario usare le parole, non sempre un incontro porta ad un dialogo, soprattutto in gioventù il senso più sperimentato è l’intuito con cui tendi a capire il mondo oltre il linguaggio parlato. Il ballo è esso stesso espressione e comunicazione, la discoteca è un modo diverso di fruire la musica, rispetto a teatri, arene e concerti. Tutto qui.

Negli anni ho fatto fatica a contare le innumerevoli – quanto giuste e giustificate, per carità – campagne sulle ‘stragi del sabato sera’: ritengo che lo Stato abbia speso una valanga di quattrini in quella direzione, probabilmente avrebbero potuto destinare una somma ad una maggiore e corretta informazione sulle conseguenza dell’uso di droghe sintetiche

Gianmaria Coccoluto (il figlio, ndr) ha deciso di seguire le orme del padre…

Inevitabile e naturale che si finisca spesso a parlare dell’altra faccia della vita, di quella meno pulita e più pericolosa.: droga, violenza e ciò che ne consegue. Sono anni che Gianmaria e Gaia (mia figlia) mi fanno compagnia in discoteca, quando li porto con me è proprio per mostrare loro come l’intrattenimento collettivo sia una gioia, un divertimento, un momento creativo e allo stesso tempo osservare quei ‘pesci fuor d’acqua’ che ad uno sguardo attento, capisci subito che hanno interessi diversi e poco leciti. Demonizzare luoghi e situazioni non porta da nessuna parte: per capire bisogna prima conoscere e, ai fini di una corretta educazione, preferisco che i miei figli osservino il mio mondo, per poi discuterne insieme, confrontandosi su cosa va e cosa non va.

Legalizzazione della cannabis: in Parlamento se ne discute da un po’ di tempo.

Si tratta di una battaglia di civiltà. Andrebbe immediatamente legalizzata, soprattutto per una questione di contro-marketing: non sembra, ma proprio il fatto di essere proibita accende nei ragazzini il desiderio di assaggiarla, di farne un uso più o meno sistematico. Se, poi, ad illustrare in Parlamento una proposta di legge come questa è stato il senatore Della Vedova (ex finiano, ndr), facciamo presto a capire che si tratti di buon senso, di un qualcosa che va al di là di ideologie e schieramenti politici.

Dietro la consolle si sente il peso della responsabilità?

Un peso che è semplicissima auto-coscienza e che sento da quando ho iniziato a fare questo mestiere a certi livelli. Vivo la consolle in maniera naturale, non sovra-strutturata, vado contro quella dimensione da rockstar che piace oggi a molti dj internazionali: noi non dovremmo stare sopra un palco, in alto, ma in mezzo alla gente. La discoteca è incontro, a modo suo sa essere anche dialogo e se mettiamo una barriera tra pubblico e dj come c’è sempre stata tra l’artista sul palco e il suo pubblico davanti, vuol dire che non abbiamo capito niente: la rivoluzione è stata proprio sovvertire il verso dei flussi energetici dall’unilateralità delle rockstar con la circolarità dei club. Tornando alla responsabilità, io cerco di stare sempre molto attento a come mi muovo, ai gesti che faccio. Il rischio dell’emulazione è sempre dietro l’angolo, questa è una regola non scritta che dovrebbero conoscere tutti gli artisti che hanno il privilegio di avere una folla che pende dalle proprie labbra.

Quanto e dove è stato più forte il cambiamento dei club? 

Recentemente ci ha lasciati Elio Fiorucci, spesso mi è capitato di chiacchierare piacevolmente con lui, soprattutto a proposito dello Studio 54 di cui è stato un protagonista e ispiratore. Mi raccontava di come la gente facesse a gara per risultare originale e creativa, vestendosi in maniera stravagante, ultra colorata e dando vita a quella cultura del divertimento che  mischiava, evasione, creatività ed arte: oggi in pista vedo una infinita macchia nera, segno di un’uniformità dilagante. Probabilmente ciò deriva dall’umore sociale del nostro tempo, diametralmente opposto a quello degli anni ’70 e ’80. Non vado oltre nell’analisi, non sono un sociologo, ma semplicemente un dj.