La passione degli antichi per il six-pack

La passione degli antichi per il six-pack

Questo filmato, che ha avuto un grande successo in rete, mostra il potere di Photoshop di modificare l’immagine di una persona al punto da renderla irriconoscibile. La cosa è nota, ma non smette mai di stupire. La modella, già abbellita da make-up, luci e acconciatura, subisce un processodi trasformazione che la rende quasi un’altra persona. Da qui, denunce e grida allo scandalo, e le facili riflessioni di chi, ad esempio, argomenta come l’industria della pubblicità e della moda diffondano un modello di bellezza che non è realistico proprio perché non è reale. E visto che non esiste, non è neppure raggiungibile, creando un’illusione pericolosa.

Può essere interessante, allora, notare che il fenomeno non riguarda solo il genere femminile e, soprattutto, non riguarda neppure questa epoca. Le rappresentazioni dei corpi nell’antichità, sotto questo aspetto, sono irrealistiche allo stesso modo. Come spiega il Guardian qui, anche le statue maschili (di solito rappresentavano divinità, ma non sempre) seguivano canoni compositivi artificiali, con l’obiettivo di esaltarne l’armonia e la possenza. Il sistema di rapporti e di proporzioni adottato dagli scultori greci (e romani) si basava su misure inesistenti. Le gambe delle statue non sono possibili in natura, e nemmeno certi gruppi muscolari che sfoggiano anche personaggi minori (cioè, non divinità).

Un esempio per tutti: la tartaruga (cioè il six-pack, gli addominali). Culto moderno del fitness maschile, presenza fissa di riviste come Men’s Health, utopia di Galeano per uomini insicuri e vanitosi. Come si può vedere, nella scultura antica gli addominali erano ben definiti, sporgenti, notevoli. Il six-pack di Giove era di tutto rispetto. Questo però non implica in nessun modo che il fisico delle statue fosse rappresentazione della media o della normalità dei corpi degli esseri umani dell’epoca, come è ovvio; e nemmeno che lo fosse per chi veniva rappresentato. Ci sono diverse statue di soldati che sfoggiano fisici perfetti, anche se la distanza dalla realtà era notevole. Si trattava di un ideale (di marca divina, sia chiaro, poi adottato anche nelle rappresentazioni degli uomini) e non di una realtà. Anzi.

I militari romani, anche quelli rappresentati in statue fin troppo lusighiere, non avevano addominali sporgenti e se ne guardavano bene. Non erano body-builder: puntavano più sulla resistenza. In battaglia avere un fisico perfetto era uno svantaggio. Per cui, oltre a muscoli possenti e forti, non mancava un comodo strato di grasso. Protezione in più dai colpi (e dalle intemperie che dovevano affrontare), tampone per le ferite. Non troppo grasso, però, altrimenti sarebbero stati lenti e impediti. In ogni caso, nessuno di loro sarebbe mai finito su una copertina di GQ.

Anche i gladiatori, che avevano una dieta fatta di carne, orzo, fagioli e frutta secca, erano ben piazzati. Forti, fortissimi, ma non proprio asciutti. Con tutte le mazzate che prendevano, era una protezione in più. Ma nel momento in cui venivano ritratti in una statua, perché lasciare ai posteri memoria del grasso, quando si poteva avere degli addominali perfetti? La differenza, però, era la consapevolezza della distanza, reale, dalla rappresentazione. E non cercavano di raggiungerla con beveroni, diete e palestra. Avevano cose più importanti di cui occuparsi.

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