Occident Ex-PressA Bruxelles esplodono le bombe, e a Milano chiudiamo il software anti terrorismo

Smart Ciber, un software per incrociare migliaia di informazioni su estremismo e sicurezza. Chiuso perché sono i finiti i fondi europei. Il prof. Lombardi della Cattolica «È pronto da due anni, sono stufo della ricerca fine a se stessa. Chi parla di intelligence europea sta sognando»

Nessuno nasce terrorista e nessuno nasce estremista. Lo si diventa. E metodi per prevedere in anticipo questa “evoluzione” esistono. Mentre scoppiano le bombe a Bruxelles, a Milano abbiamo un sistema per il contrasto alla radicalizzazione e al terrorismo. O, per meglio dire, avevamo.

Si chiamava Smart Ciber – sistema informativo per la sicurezza urbana. Finanziato con qualche centinaio di migliaia di euro di fondi europei. Il progetto, in fase sperimentale, è stato coordinato scientificamente da uno staff di ricercatori dell’Università Cattolica, che fanno capo al professor Marco Lombardi, per conto del Comune di Milano.

Scoppiano le bombe a Bruxelles e Milano chiude Smart Ciber, il suo sistema informativo per la sicurezza urbana perché sono finiti i fondi europei. Era un software innovativo in grado di monitorare le “zone di rischio” incrociando centinaia di informazioni. Il prof. Lombardi che ha coordinato il progetto: «Sono stufo di fare ricerca fine a se stessa aspettando che arrivino nuovi soldi per un’altra ricercauguale. Il sistema è pronto da due anni, serve la la volontà politica»

Quando i soldi comunitari sono finiti è stato messo tutto in cantina e oggi, di quel progetto, rimane solo qualche vaga slide sul sito del Comune, con le sezioni dedicate ai risultati e alle pubblicazioni scientifiche completamente vuote per un cittadino che volesse consultare i materiali. «Sono stufo marcio dei progetti che rimangono sperimentali» attacca il professor Lombardi intervistato da Linkiesta «questo è un sistema pronto da due anni che è anche andato avanti, perché come Università abbiamo continuato a lavorarci, malgrado il disinteresse delle istituzioni. È giusto che i fondi europei a un certo punto finiscano, perché il sistema era stato elaborato e, a quel punto, serviva una decisione politica per renderlo strutturale. Invece, come si fa sempre, si esauriscono i soldi, non si trovano nuovi fondi per riorganizzare le risorse umane, e allora si accantona tutto in un angolo. Aspettando, magari, che arrivino nuovi soldi dalla Comunità Europea per finanziare un altro progetto simile a quello precedente. Così non si va mai a regime e si commette uno dei più grandi errori della ricerca scientifica: pensare che sia fine a se stessa, senza applicazione concrete, che si faccia la ricerca per la ricerca».

Ma che cos’era Smart Ciber? «Un sistema di georeferenziazione», risponde il professor Lombardi, «un software che permetteva di raccogliere informazioni quotidiane: i rilevamenti della polizia locale, i database delle utility che gestiscono le infrastrutture critiche (acqua, gas, ferrovie, aeroporti, anagrafe, motorizzazione) ma anche dalle banche dati nazionali. E incrociava queste migliaia di informazioni che, se opportunamente interrogate, fornivano dei veri e propri profili e zone di rischio sulla mappa di Milano». Anche “posizionando il rischio” a livello di numero civico, di singolo edificio in una delle nostre vie cittadine – assicura il docente della Cattolica.

Perché il problema non è arrivare a Molenbeek, o in una “Molenbeek milanese”, il giorno dopo un attentato con un plotone di teste di cuoio per fare una retata, ma capire quali condizioni hanno permesso a Molenbeek di ospitare personaggi e reti come quelle di Salah Abdeslam: condizioni ambientali, struttura economica del quartiere, componente etnico-religiosa, presenza di atteggiamenti devianti. Ma anche lo stato delle infrastrutture gioca la sua parte: dall’architettura delle edilizia residenziale pubblica alla presenza di una rete di trasporto pubblico locale che colleghi i distretti periferici con il resto della città.

Il punto non è arrivare a Molenbeek (o nelle centinaia di Molenbeek d’Europa) con le teste di cuoio il giorno dopo un attentato. Esistono indicatori per anticipare i processi di “radicalizzazione”. I database delle utility sono fondamentali, ma mettere allo stesso tavolo ricercatori, polizia, Atm, A2A, Ferrovie Nord, MM è un’impresa disperata. Sono tutti gelosi custodi della loro autonomia

E il punto cruciale è che queste informazioni, nelle nostre città, già esistono. Devono solo essere messe in relazione fra loro. Per questo dentro Smart Ciber erano state coinvolte, con difficoltà, tutte le principali municipalizzate di Milano e di Regione Lombardia: A2A, Atm, Amsa, Ferrovie Nord, Sea, MM oltre a Ferrovie dello Stato. Tutte gelose custodi della loro autonomia. «Ci sono voluti mesi di tavoli di confronto perché questi partner decidessero di collaborare. Il Comune di Milano si occupava della governance ma attorno ci sono tutte le infrastrutture nel settore dell’energia, dei trasporti, aeroporti, ferrovie, sistema sanitario. Ognuna di queste dispone di informazioni cruciali che spesso non vuole condividere». E il paradosso è che molti di questi colossi, pubblici o semi-pubblici, dispongono anche di una propria “sala crisi” o “centrale rischi”, secondo un modello di sicurezza fatto in proprio – “federalista” fino al parossismo – che moltiplica i costi e spesso riduce l’efficienza. «Perché l’information sharing è un motto contemporaneo con cui tutti si riempiono la bocca ma che, troppo spesso, rimane lettera morta».

Il tema della collaborazione fra diversi enti è un mantra che ripetono da anni due tipologie di esperti: quelli dell’antiriciclaggio e quelli dell’antiterrorismo. Inascoltati. Ma il problema non è solo milanese e nemmeno soltanto italiano. Smart Ciber veniva sperimentato contemporaneamente in altre tre città europee, oltre al capoluogo lombardo: Rotterdam, Budapest e Varna in Bulgaria. Anche in questi tre casi continentali si scontano difficoltà: le due città dell’est europeo devono fare i conti con le aggressive politiche di sicurezza nazionale che si stanno diffondendo in quell’area del continente, basate sopratutto sulla repressione, attraverso il massiccio impiego di forze dell’ordine, e sui controlli serrati dei confini.

A Rotterdam, al contrario, il progetto ha invece visto un destino migliore: lo Smart Ciber olandese è stato implementato a livello nazionale, perché già esisteva un sistema georeferenziato Gis – Geographic Information System – per monitorare le emergenze classiche e gli incidenti, ma che si sta allargando ad altri tipi di “calamità” legati al mondo dell’eversione e della radicalizzazione, anche grazie al contributo tecnologico del gruppo di ricerca italiano.

A livello di altre capitali e città europee tutti si stanno organizzando sui sistemi Gis, perché questa è la linea prevalente. Anche il tema degli “incubatori” di radicalizzazione – intesi come veri e propri luoghi fisici delle nostre città, non solo la radicalizzazione virtuale, “sul web”, che tanto attira l’attenzione di stampa e osservatori. Nonostante le aperture in questo senso «il vero dramma», chiude il professor Lombardi, «è che nessuno condivide informazioni. Chi parla oggi d’intelligence europea parla di un sogno. L’intelligence risponde alle governance nazionali e se la volontà politica è quella di non collaborare allora l’information sharing rimane una chimera».

«L’information sharing è una chimera. Chi parla di intelligence europea sta sognando». Ma la raccolta di informazioni non serve solo alla sicurezza nazionale: se si scopre che in quartiere mancano scuole, campi sportivi e ospedali le amministrazioni comunali sanno dove intervenire

Di certo rimane un solo fatto: Milano aveva un suo programma, più efficace di 1000 telecamere e 1000 agenti di polizia locale nei quartieri, che oggi non esiste più. Con conseguenze non solo sulla pubblica sicurezza ma anche su aspetti della normale amministrazione: il software sviluppato dal nucleo di ricerca della Cattolica permetteva di individuare in quali zone della città esistono delle carenze sotto diversi profili: scuole, mezzi pubblici, aziende ospedalieri. Tutti fattori che influiscono sulla marginalizzazione di quelle aree e, quindi, sul rischio che chi le abita si radicalizzi. Radicalizzazione che non porta per forza all’estremismo violento o all’azione terroristica ma è una delle condizioni necessarie. Con queste informazioni le future amministrazioni milanesi saprebbero anche dove intervenire in termini di edilizia pubblica, di operatori sociali, di attività sportive e tutti quei fattori “inclusivi” di una comunità. Sicuramente meglio che schierare gli uomini in divisa dell’esercito nell’operazione “Strade Sicure”.

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