Pizza ConnectionTerrorismo: «impensabile il rischio zero, anche in Italia»

Allerta a livello 2. Oggi servizi segreti davanti al Copasir. Attenzione massima su treni e stazioni

«Paesi a rischio zero non esistono», sottolineano come un mantra investigatori e magistrati dell’antiterrorismo in Italia. Certo è anche che fino a ora i nostri apparati di sicurezza e di intelligence sono in grado di garantire un lavoro di coordinamento impossibile in un Paese come il Belgio. Uno Stato che si attraversa in auto in due ore abbondanti, dove una miriade di microcomuni e tre lingue segnano differenze insanabili e in cui la sola Bruxelles è vigilata da sei forze di polizia e polverizzata in ulteriori 19 microcomuni ognuno con poteri reali e in contrasto tra loro.

Tuttavia il famoso «rischio zero» non è possibile, nonostante fino a oggi l’Italia non sia stata oggetto di attacchi come quelli visti negli ultimi mesi a Parigi e Bruxelles. Lo sottolinea anche la Direzione Nazionale Antimafia e Antiterrorismo: “il fenomeno del terrorismo internazionale, nelle sue forme attuali, non conosce confini di Stati e di regioni, in uno scenario sempre più accentuato di globalizzazione e interdipendenza”, si legge nella relazione annuale rilasciata lo scorso 2 marzo. Dunque ci sono soggetti, in questo caso gli Stati europei, che condividono la stessa minaccia e perciò, chiude la Dnaa, si nota come “le tipologie di intervento siano influenzate dalle decisioni degli altri e che, quindi, ciascuno debba prevedere tali decisioni”. “La trasformazione del terrorismo globale – scrive nella relazione il capo della Dnaa Franco Roberti – mette in crisi anche le consolidate tecniche di intelligence occidentali”. E il Belgio ne rimane un esempio lampante.

Per quanto riguarda le attività svolte in Italia nell’anno appena trascorso sono state 653 le denunce per reati legati al terrorismo, effettuati 396 arresti e controllati circa 110 mila sospettati. Attività che ha portato a 74 espulsioni di cui cinque imam. Oltre 2 mila le perquisizioni a soggetti ritenuti sospetti. Non solo “lupi solitari” e “Foreign Fighters” però, perché i luoghi e i semi della radicalizzazione sono arrivati anche da queste parti. In misura inferiore rispetto a Paesi come Belgio e Francia che ospitano quartieri come Molenbeek e le Banlieu, ma i segnali ci sono, e la città di Brescia e la zona della Brianza sono al momento le sorvegliate speciali. Un fenomeno quello dei quartieri che non deve lasciare indifferente anche le amministrazioni locali che devono essere in grado di progettare città e contesti urbani che non creino ghetti dove fare proselitismo risulta ancora più semplice.

In particolare gli apparati di intelligence nostrani seguono da tempo la galassia dei cosiddetti “homegrown terrorist” o “homegrown mujaheddin”, cioè jihadisti in realtà scollegati dai network del terrorismo internazionale e lontano dal circuito delle moschee, ma legato tra di loro soprattutto da siti e forum via Internet. Per molti, anche nel mondo della stessa intelligence, in virtù di questa minaccia sarebbe dunque un errore oscurare i siti jihadisti: “permettono di monitorare e restringere il campo delle ricerche ai più radicalizzati, evitando di monitorare una quantità di soggetti inutilmente alta, rischiando di perdere di vista i più pericolosi”.

Nel frattempo torna d’attualità la relazione che il direttore del Dipartimento di coordinamento dei servizi segreti (Dis), Giampiero Massolo, ha trasmesso la scorsa settimana al Copasir. Nell’analisi di Massolo hanno trovato posto le segnalazioni degli 007 dopo gli attentati di Parigi e le indagini in corso da parte del Ros dei Carabinieri sui soggetti ritenuti pericolosi in questo senso. All’attenzione dei servizi città come Roma e Milano, in particolare per quanto riguarda il patrimonio artistico e culturale e le linee dell’Alta Velocità. Oggi, 23 marzo, infatti al Copasir arriva anche Arturo Esposito, direttore dell’Agenzia per la Sicurezza Interna.

Ieri a margine del Comitato Nazionale per l’Ordine e la Sicurezza il ministro Angelino Alfano ha confermato il livello di «allerta 2», cioè quello immediatamente precedente all’attacco in corso e ha invocato nuovamente «un sistema integrato di controlli a disposizione di tutti i Paesi dell’Unione Europea».

Il fenomeno del terrorismo internazionale, nelle sue forme attuali, non conosce confini di Stati e di regioni, in uno scenario sempre più accentuato di globalizzazione e interdipendenza


Dalla relazione della Direziona Nazionale Antimafia e Antiterrorismo

Attualmente gli apparati di sicurezza nostrani seguirebbero circa una cinquantina di persone e insistono sull’imprevedibilità delle azioni dei lupi solitari, che sono tra i fattori decisivi dell’inesistenza di quello che viene identificato come “rischio zero”.

All’attenzione degli investigatori anche le carceri, dove il fenomeno della radicalizzazione e la vicinanza di altri detenuti di fede islamica potrebbe portare a derive preoccupanti come accaduto per il carcere di Rossano in Calabria. Per queste sempre la Dnaa ha sottolineato come “il principale strumento di prevenzione da attuare sia quello di consentire ai detenuti di fede islamica di vivere la propria religiosità in condizioni di dignità”.

Su questa linea gli Imam sono già stati autorizzati a entrare in otto carceri italiane in virtù del protocollo firmato tra il direttore dell’amministrazione Penitenziaria Santi Consolo e Izzedin Elzir, presidente dell’Ucoii (l’Unione delle comunità islamiche in Italia) per favorire l’accesso di mediatori culturali e di ministri di culto in via sperimentale per sei mesi. Le carceri in cui è applicato il protocollo sono quelle di Torino, due a Milano, Brescia, Verona, Modena, Cremona e Firenze.

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