La pillola contraccettiva e la seconda (futura) rivoluzione sessuale

Dopo aver liberato le donne negli anni ’60, le pillole di nuova generazione possono aiutare a liberarle dal dolore delle mestruazioni. È una scelta che spetta a ogni donna

Il nove maggio 1960 la Food and Drug Administration (FDA) approvò la produzione della prima pillola per il controllo delle nascite. Cioè, della pillola per antonomasia: l’anticoncezionale più efficace della storia era disponibile sul mercato, considerato sicuro (salvo poi ricredersi su alcuni aspetti specifici) e autorizzato dall’autorità federale. Il lavoro dello scienziato Gregory Pincus, finanziato da Margaret Sanger e (soprattutto) Katherine McCormick aveva passato i test ed era pronto a cambiare il mondo.

Da quel momento molte cose sono cambiate: il tasso di fertilità totale per i Paesi sviluppati è passato da oltre 3 (negli anni ’60) a una media di 1,5. Per le donne il rischio di gravidanza conseguente ai rapporti sessuali – come del resto è previsto dalla natura – è diminuito in modo strutturale: dalle oltre 12 gravidanze possibili nei suoi 35 anni di fertilità, si è scesi a una media di 1-2 gravidanze, sono diminuiti gli aborti spontanei ed è quasi del tutto azzerata la mortalità infantile (ma questo anche grazie ad altre circostanze). Tutti cambiamenti che vanno in una direzione precisa: più indipendenza per le donne, non più sottoposte alle difficoltà delle gravidanze indesiderate o continue, e uno stato di salute migliore più diffuso. Anche la rivoluzione sessuale degli anni ’60 sarebbe stata impossibile, con ogni probabilità, senza la pillola. Tutte cose importanti da considerare, specie in un periodo in cui la contraccezione in Italia, in particolare tra i giovani, sembra passata di moda: secondo le ultime ricerche, ci sono in Italia oltre 20mila madri under 18, la metà delle quali non ha desiderato il figlio.

L’invenzione di Pincus, però, non si limitava alla sospensione della fertilità della donna. Come spiega il prof. Christian Fiala, ginecologo e fondatore del Museo dell’Aborto e della Contraccezione di Vienna, la pillola avrebbe anche una funzione per prevenire i dolori del ciclo mestruale. Come è noto, il processo di assunzione della pillola prevede, per alcuni giorni al mese, una sospensione. In quel periodo, in cui non è comunque possibile concepire, l’organismo crea una simulazione del ciclo, con tanto di sanguinamenti leggeri. Ebbene, scartabellando tra gli scritti di Gregory Pincus, Fiala dimostra che il “periodo di sospensione” della pillola, previsto fin dall’inizio, era dovuto non a motivi di cautela sanitaria bensì di prudenza politica. La Fda, sostiene il professore, non avrebbe accettato di autorizzare un farmaco che, nello stesso momento, avrebbe tolto alla donna due delle sue prerogative: la fertilità e il ciclo mestruale. Per evitare problemi, fu inventato il “trucco” del periodo di sospensione.

Non è improbabile. Di sicuro, il ciclo mestruale – è dimostrato – ha anche funzioni che trascendono la fertilità e comprendono la salute generale dell’organismo. In particolare, contribuisce a ridurre il rischio di tumori. In ogni caso, da qualche anno, è possibile evitarlo. Esistono pillole che non prevedono più, nel trattamento, il periodo di sospensione e che, in ultima analisi, cancellano il ciclo mestruale. Secondo Fiala è una nuova forma di rivoluzione per la donna, analoga a quella degli anni ’60. Secondo una ricerca, almeno il 60% delle donne intervistate (sono 6mila soggetti) preferirebbe avere mestruazioni meno di 12 volte all’anno. Di queste, il 49% vorrebbe non averle proprio. I sintomi del ciclo (mal di testa, dolore diffuso, mal di schiena, malumore), oltre a costituire un fastidio comprensibile, in molti casi sono tanto marcati da rendere impossibili altre attività. Da questo punto di vista, una “liberazione” dai dolori del ciclo mestruale si tradurrebbe in una vita più attiva e tranquilla. Nei Paesi meno sviluppati, dove mancano anche assorbenti, molte bambine sono costrette a non frequentare le scuole, con un danno alla loro istruzione (senza dimenticare la discriminazione, di natura culturale, che in molti casi le colpisce).

D’altro canto, la prudenza di Pincus (se davvero è andata così) è ancora comprensibile. Decidere di rinunciare al ciclo mestruale può avere conseguenze psicologiche, può creare difficoltà. Ognuno (meglio: ognuna) deve essere libera di scegliere. Sì, o no. Però la possibilità, se può esserci senza gravi danni alla salute, è giusto che venga contemplata.

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