Paolo Ghezzi: «L’Italia è il paese dello status quo che frena i giovani»

Dialogo con Paolo Ghezzi, direttore generale di InfoCamere sulle opportunità per i giovani nel nostro Paese e la mancanza di fiducia nel futuro che li affligge

La geografia è un destino cantava negli anni Cinquanta Lindo Ferretti. E l’essere giovani in Italia è al contempo una trappola e un potenziale riconosce Paolo Ghezzi, Direttore generale di InfoCamere, la softwarehouse delle Camere di Commercio italiane. “Sembrerà un paradosso ma la principale risorsa per i nostri giovani è al tempo stesso anche il loro ostacolo più grande: è l’Italia. Il luogo in cui sono nati e cresciuti è una dote unica al mondo per cultura, arte, abilità, tradizioni, diversità, territori, idee. L’Italia, però, è anche la quint’essenza dello status quo, uno dei paesi in cui la difesa dell’esistente (fatto di grandi e piccoli privilegi e di tante rendite di posizione) frena il cambiamento e riduce al minimo gli spazi per i giovani che vogliono esprimersi e innovare”.

Se pur con meno giovani del resto dell’Europa, l’Italia risulta il primo paese europeo per numero di Neet, con una percentuale quasi doppia rispetto al resto dell’Europa (24% contro 13%). Come spiega questa peculiarità? E’ colpa del Paese o delle attese dei giovani “in panchina”?
Questi dati riflettono la mancanza di fiducia nel futuro che affligge la società italiana. Un gap che pesa sugli anziani, sempre più marginalizzati anche a causa della poca padronanza delle tecnologie digitali, ma che sui giovani pesa ancora di più, perché con la globalizzazione ormai si gioca a carte scoperte. Ogni giorno i nostri ragazzi si confrontano con società più dinamiche, in cui idee e merito contano sul serio. Davanti a questi scenari c’è chi sceglie di giocarsi la partita “in trasferta” – i famosi cervelli in fuga – e chi non va nemmeno in panchina, ma si accomoda sugli spalti. Colpevolizzarli però non porta a nulla. La sfida per chi oggi deve governare questi processi è difficile perché le aspettative dei giovani sono necessariamente più elevate che in passato. Basti pensare all’elemento digitale. I nostri millenial – come bene sottolinea Luciano Floridi – sono “by default” portatori di aspettative digitali che una società moderna deve necessariamente soddisfare.

Qual è la ricetta per intercettare e recuperare la fiducia di questi giovani?
Non credo che ci sia una ricetta salvifica. Un modo per ridare fiducia alle persone, e ai giovani in particolare, è quello di riconoscere il valore sociale dell’impresa, perché è dall’impresa che nascono lavoro e opportunità. Come? Ad esempio realizzando la trasformazione digitale della pubblica amministrazione. Per mettere veramente la macchina dello stato al servizio di chi crea benessere e occupazione. Ridare credibilità alla macchina pubblica attraverso servizi utili, diffusi e accessibili per dare risposte tangibili alle loro aspettative di un presente diverso e possibile di cui possono far parte e, anzi, diventare protagonisti.

Uno Stato che non riesce a garantire il lavoro (che non c’è) ma si preoccupa di assicurare il reddito (di cittadinanza) è un Paese che progetta il futuro?
L’aspirazione a un equilibrio sociale più giusto è legittima, a patto di non compromettere le condizioni per la sua stessa tenuta. Come sostiene Amartya Sen, la migliore garanzia contro la povertà è la libertà. Libertà dal bisogno, certamente, ma anche e soprattutto libertà di fare scelte consapevoli, di essere agente del proprio destino. Guardando all’Italia, sono convinto che vada ritrovata una visione condivisa di futuro e che serva lavorare per tradurla in pratica quotidiana diffusa. Bisogna resuscitare quell’idea di homo faber che l’umanesimo rinascimentale aveva messo al centro dell’universo e a cui, in fondo, si deve lo sviluppo della cultura occidentale come noi oggi la conosciamo.

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