Chiacchiere e statuto Non sapendo che cosa fare, il Pd spreca tempo a riscrivere il manifesto dei valori

Il problema del Partito democratico non sono gli ideali da aggiornare, ma le idee politiche da trovare per risolvere i problemi dei cittadini

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Un nuovo Manifesto dei valori del Pd a quasi 15 anni dal primo, approvato il 16 febbraio del 2008. Se ne sente davvero il bisogno? Quel testo non è affatto vecchio, è come la prima parte della Costituzione, caso mai bisognerebbe aggiornare analisi e programmi. La questione che arrovella il Pd non è quella dei valori: è come quei valori diventano linea politica, idee, programmi. Eppure al Nazareno sentono il bisogno di volare alto specie in una fase scura come questa nella quale i consensi sono calati di pari passo con la crescita del nervosismo e delle rissosità; e si è smarrito il senso della propria esistenza nonché la direzione del cammino. Non è un problema filosofico, o di valori. 

Pertanto il rischio è quello dell’aria fritta, di documenti alati quanto inservibili: al Pd non ricordano quando Giorgio Amendola parlando del Partito comunista italiano paventava il rischio di diventare «un partito di chiacchieroni», e i comunisti non è che fossero esattamente dei contemplativi. Ma Enrico Letta ci tiene a lasciare in eredità un nuovo testo morale magari redatto insieme a personalità esterne al partito, quelle che si ascoltano una volta ogni tot anni e poi chi si è visto si è visto.

Ma ha scritto bene Antonio Floridia sul Mulino: «Tale nuovo manifesto non viene nemmeno sottoposto alla discussione e al voto dei partecipanti (al Congresso-ndr), a redigere il Manifesto sarà un “Comitato costituente” votato dall’Assemblea nazionale in carica, che “recepisce le indicazioni provenienti dai partecipanti al percorso costituente”. Si tratta di una scelta davvero singolare: poiché non ci sono documenti da votare nella prima fase, questi “saggi” devono, per così dire, saper distillare, grazie alle proprie virtù e al proprio sapere, il senso profondo del dibattito precedente».

Il rischio paradossale è quello di redigere un testo molto generale, ma allora va bene quello che c’è aggiornandolo, oppure un documento caratterizzato in un senso o in un altro che in teoria potrebbe confliggere con la piattaforma del nuovo segretario. Ora, per carità, chiamare a discutere intellettuali di diversa estrazione culturale è sempre una bella cosa, specie se si intende coinvolgere personalità esterne – ma gli intellettuali, per loro natura, non sono sempre “esterni”? – e i momenti migliori della vita dei partiti sono quelli quando sono forti i rapporti tra essi e il mondo della cultura, uno di questi momenti è stato appunto la nascita del Pd, quando persone come Pietro Scoppola, Sergio Mattarella, Michele Salvati, Luciano Violante, Liliana Cavani e altri stesero il Manifesto per la nascita del Pd. 

Ma adesso il problema è un altro. Non sarebbe opportuno piuttosto chiamare a raccolta competenze specifiche esterne per sbrogliare nodi teorici e politici su temi come il nuovo lavoro, il quadro internazionale, le riforme costituzionali, l’informazione (e si potrebbe fare molti altri esempi)? I valori, bene o male, sono quelli. È sulle risposte politiche nuove che il Pd zoppica, tanto che in queste prime battute di dibattito congressuale non vengono ancora avanti idee precise. Il rischio di fare un’Agorà di professori insomma esiste, ed è l’ultima cosa che serve.

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