Antiatlantisti e compagniLe (mezze) verità di ieri sono oggi tragiche bugie

Molto dell’antiamericanismo della sinistra durante la Guerra fredda era già sbagliato, ma perlomeno era coerente. Ora invece la rimasticatura di slogan stantii è solo un aiuto incomprensibile ai più feroci regimi del mondo

AP/Lapresse

Se è vero che le migliori bugie poggiano sempre su una base di verità, si capisce perché le campagne di disinformazione più efficaci siano quelle che fanno leva su convinzioni anacronistiche. Convinzioni, cioè, che non sono completamente campate in aria, ma che hanno avuto in passato almeno una qualche attinenza con la realtà. Solo che non ce l’hanno più. Si sa che le persone sono generalmente restie a riconoscere i segni del tempo, per quanto riguarda le proprie idee non meno che per quanto riguarda il proprio corpo. A volte è più facile accettare la caduta dei capelli che la caduta degli idoli della propria giovinezza.

Intendiamoci, non sto dicendo che le persone non cambino idea, e che non lo facciano anche assai spesso, così come non nego che molte persone, pur avendo tutti i capelli al loro posto, decidano ugualmente di rasarsi a zero. Dico che non amano essere costrette a farlo, men che meno dal passare del tempo. Le formule utilizzate oggi da sinistra e da destra contro la Nato, l’atlantismo, la subalternità dei governi europei agli Stati Uniti riecheggiano slogan e idee di un’altra stagione, inducendo una sovrapposizione del tutto fuorviante tra l’attuale situazione internazionale e i tempi della Guerra fredda.

È un anacronismo che ha effetti particolarmente paradossali a sinistra, dove molte persone in buona fede, anche solo per pigrizia intellettuale, si ritrovano così a sostenere posizioni che sono l’esatto opposto di tutto quello in cui credono e per cui si sono sempre battute. Comunque si giudichi il merito e la coerenza di quelle battaglie, è degno di nota questo completo rovesciamento del fronte, a metà tra la truffa e l’autoinganno collettivo.

Non c’è infatti bisogno di essere stati comunisti per riconoscere il fascino di figure come quelle di Ernesto Che Guevara o di Ho Chi Minh, o a maggior ragione di un presidente democraticamente eletto come Salvador Allende, assassinato dai militari golpisti di Augusto Pinochet, spalleggiati dalla Cia. E per considerare di conseguenza quanto meno non infondate le proteste, le manifestazioni e gli slogan contro l’egemonia americana, da parte di chi rivendicava di stare dalla parte dei più deboli.

Quale che sia il giudizio sull’esito dei movimenti di decolonizzazione, sulle vicende dei singoli Paesi, sul doppio standard applicato dalla sinistra ai regimi sostenuti dagli Stati Uniti e ai regimi, certo non meno avidi e sanguinari, sostenuti dall’Unione sovietica, si può comunque riconoscere ai tanti cittadini che in Italia e nel mondo gridavano in piazza «Yankee go home!» un certo numero di buone ragioni e anche una certa dose di buona fede.

La Guerra fredda è stata in molti Paesi, compresa l’Italia, anche una guerra sporca. Per tanti italiani, non necessariamente comunisti o filo-comunisti, manifestare contro l’«oltranzismo altantico» non significava solo schierarsi contro l’«imperialismo americano» nel mondo, ma anche contro servizi deviati, politici corrotti e apparati in molti casi collusi con organizzazioni mafiose e movimenti eversivi di ogni genere. Si può legittimamente sostenere che anche le pagine più buie dell’influenza americana nella Guerra fredda abbiano garantito al nostro Paese un futuro assai migliore di quello che avremmo avuto se la Guerra fredda gli Stati Uniti l’avessero persa.

E si può legittimamente sostenere che questo vale per l’Italia governata dalla Democrazia cristiana, vale forse un po’ meno per il Cile di Pinochet e per tanti altri Paesi dell’America latina e del resto del mondo, fermo restando che in ogni caso il fine non può giustificare qualsiasi mezzo. Tutto si può dire, ma non si può negare, in chi allora si schierava, contro gli Stati Uniti e la Nato, da quella che riteneva essere la parte degli oppressi e dei diseredati, un minimo di coerenza, o perlomeno di consequenzialità logica.

Ma chi sono oggi gli avversari dell’atlantismo? Da chi è rappresentato il fronte che si oppone all’espansione della Nato e all’egemonia occidentale? In nome di quali valori, di quali interessi e di quali obiettivi si battono, oggi, i nemici dell’Occidente e dello strapotere americano? Ripeto a scanso di equivoci: non sto dicendo che gli eroi della sinistra rivoluzionaria degli anni Sessanta e Settanta fossero tutti un fulgido esempio di aspirazione alla pace e al disarmo. Sappiamo che ai tempi della crisi dei missili, tante volte evocata ultimamente, Che Guevara non era affatto contrario all’escalation fino alla guerra nucleare, e si arrabbiò molto con i sovietici per la decisione di ritirare i missili da Cuba.

Non per niente rifiutò più volte un’intervista all’Unità, in quanto organo del Pci, che considerava «il più pacifista di tutti i partiti occidentali» (e non era evidentemente un complimento, dal suo punto di vista). Sappiamo che uno degli esempi più nobili della solidarietà italiana, anche questo molto rievocato di recente, fu la scelta compiuta dal governo Andreotti, sollecitato dal presidente della Repubblica Pertini, di inviare le proprie navi nel golfo del Siam per salvare 907 profughi vietnamiti, nel 1979. Civili in fuga dalle persecuzioni del regime comunista di Hanoi.

Tutto questo non toglie che allora, in buona o cattiva fede, a torto o a ragione, la sinistra si batteva contro l’imperialismo e il colonialismo, a sostegno dei movimenti di liberazione e di resistenza (armati, ovviamente) in ogni angolo del mondo. Oggi molte di quelle persone, ripetendo gli stessi slogan, sono finite senza neanche accorgersene dalla parte opposta: a sostegno degli invasori e degli oppressori, dei regimi più feroci e retrogradi, del nazionalismo militarista e del fascismo puro e semplice.

A guidare il fronte anti-atlantista sono oggi Vladimir Putin e il patriarca Kirill, per i quali la guerra in Ucraina è una guerra contro l’Occidente e i suoi valori, rappresentati dalle «parate gay». Sono gli ayatollah di Teheran, che mentre inviano i terribili droni kamikaze all’esercito russo si adoperano in patria per arrestare, torturare e uccidere chi manifesta in ricordo di Mahsa Amini e per la libertà delle donne. Sono tutti i regimi più violenti e oscurantisti del mondo.

Il culmine del paradosso lo si è raggiunto quando Finlandia e Svezia, Paesi da sempre neutrali, culla del socialismo scandinavo, hanno chiesto di entrare immediatamente nella Nato, all’indomani dell’invasione russa dell’Ucraina. Una scelta che evidentemente li metterebbe al riparo dal rischio di essere la prossima vittima del loro aggressivo vicino, e che pertanto dovrebbe apparire persino scontata a chiunque abbia a cuore la pace. Com’è noto, il 2 agosto 2022 il leader di Sinistra italiana, Nicola Fratoianni, ha votato alla Camera contro la ratifica dei protocolli per l’adesione di Svezia e Finlandia alla Nato. E il modo obliquo e bizantino con cui già a maggio tentava di giustificare la sua scelta testimonia una volta di più il cortocircuito logico, prima ancora che politico e morale, di una simile posizione. Testualmente: «Io penso che dovremmo aprire una discussione: il tema non è se la Finlandia o la Svezia hanno o meno la legittimità di chiederlo, e che si siano spaventati è ovvio, tutti ci saremmo spaventati.

Il punto è: siccome la Nato non è un’associazione in cui dici “io voglio entrare ed entro”, ma è un’organizzazione che prevede l’unanimità, e che dunque dovrebbe richiedere un elemento di riflessione, io non credo che fare questa mossa oggi sia proprio una genialata» (Controcorrente, 18 maggio 2022). Insomma, la sua risposta è no, ma lo fa per loro (proprio come sull’invio di armi alla resistenza ucraina). E così la giovane presidente finlandese Sanna Marin, socialdemocratica, fino a poco prima idolo e modello per tutti i militanti di sinistra, è diventata una guerrafondaia, un falco, un altro esempio della deriva «bellicista» dell’Europa e dell’oltranzismo atlantico.

C’è in questo completo rovesciamento dei ruoli tra aggrediti e aggressori, tra regimi fascisti e democrazie liberali, socialisti e nazionalisti, qualcosa di più della semplice propaganda putiniana, pur efficacissima nel trasformare l’invasione russa dell’Ucraina in una guerra di difesa dall’«espansione» della Nato. Non bastano i soldi, le pressioni, le fake news a spiegare la facilità con cui un pezzo del mondo politico, giornalistico e intellettuale italiano ha introiettato questa visione orwelliana del conflitto, in cui gli aguzzini di Bucha sarebbero la resistenza anti-imperialista e le sue vittime sarebbero i «nazisti». Tra la realtà di oggi e l’immagine propagandistica c’è un abisso troppo grande, logico e morale. E l’Italia rischia di precipitarci dentro.

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