Le ragioni di una crisi Rifare il Pd non sarà sufficiente, bisogna arrendersi al suo declino

Dopo averne ricostruito la storia e i miti fondativi, nel suo nuovo libro edito da Castelvecchi, Antonio Floridia spiega che la clamorosa sconfitta elettorale del 25 settembre ha rappresentato solo la punta dell’iceberg di un partito sbagliato

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«Un partito sbagliato: democrazia interna e organizzazione nel Partito Democratico», era questo il titolo di un mio libro, pubblicato nel gennaio del 2019: l’analisi condotta allora ha trovato ampia conferma nelle vicende successive di questo partito, fino alla grave sconfitta delle elezioni del 25 settembre. Il Pd si è dimostrato davvero «sbagliato» (nel senso colloquiale del termine: un partito mal concepito e mal funzionante): un partito che, con le sue scelte e il suo modo di essere e operare, ha portato la sinistra italiana ad una condizione di debolezza quale mai aveva avuto nella storia degli ultimi oramai quasi ottant’anni di storia repubblicana.

Il lavoro che ora presentiamo sposta l’asse della nostra analisi. L’intento che ci aveva mosso, tre anni fa, era quello di analizzare soprattutto il modello organizzativo a cui si è ispirato il Pd sin dalla sua nascita e il modo con cui esso si era concretamente manifestato nei primi dieci anni di vita del partito; ma anche di osservare il modello di democrazia interna che lo ha caratterizzato, le regole e le forme con cui questo partito è stato «governato» e l’idea stessa di democrazia che vi era sottesa. In questo lavoro. affronteremo ora, in modo più esteso, la dimensione più propriamente politica e strategica dell’azione del Pd. E giungeremo alla conclusione che, oggi, il Pd appare un “partito in gabbia”, intrappolato nel suo stesso impianto originario, avvolto in una spirale che lo rende incapace di avviare un qualche processo di rinnovamento, se qualcuno o qualcosa, dall’esterno, o la forza delle cose e degli eventi, non imponesse una radicale soluzione di continuità. […]

Il Partito Democratico, così com’è, è frutto della mancata o distorta realizzazione del modello originario; è frutto delle sue promesse non mantenute? La nostra tesi era allora, e rimane oggi, che il «minimo storico» toccato dal Pd nel 2018 derivava in pari misura dalle scelte strategiche del partito e dalle politiche condotte dai governi che il Pd sosteneva o guidava, ma anche delle premesse stesse con cui questo partito era stato immaginato, e dagli effetti perversi che ne sono derivati. Il 25 settembre 2022 dimostra, a nostro parere, la fondatezza di questa diagnosi.

[…] Nei primi tre capitoli, riprenderemo l’analisi dei «miti fondativi» del Pd: il mito del «partito aperto»; il mito della «contendibilità»; il mito del partito «post-ideologico», l’idea della «vocazione maggioritaria»; analizzeremo poi il primo Statuto approvato nel 2008 e le successive revisioni (l’ultima nel 2019); e affronteremo poi la questione dell’identità politico-culturale del Pd e del rapporto con le tradizioni di cultura politica che ne avrebbero dovuto essere le fonti di ispirazione. Successivamente, guarderemo al succedersi dei tentativi di riforma del partito (capitolo quarto); mentre nel quinto e nel sesto capitolo ci soffermeremo sulle vicende del Pd dal 2019 fino alle elezioni del 2022: [..]una sconfitta grave, non solo per il numero e le percentuali dei voti raccolti, ma soprattutto per il suo significato politico, ovvero una sorta di certificazione della crescente crisi di rappresentanza del partito, della sua incapacità di essere un punto di riferimento credibile per quelle parti della società che una forza di sinistra (o anche di «centrosinistra») dovrebbe proporsi di rappresentare.

Il declino di questo partito trova le sue origini in due fondamentali fattori, che analizzeremo da vari punti di vista nel corso di questo lavoro: a) l’assenza di una precisa individuazione di interessi sociali da rappresentare in modo prioritario, ossa l’idea di un «partito del Paese», o «della Nazione», e un modello riconducibile all’idea del partito catch-all; b) il carattere indefinito e irrisolto della sua stessa identità: ovvero, da un lato, l’assenza di un cultura politica condivisa, di un quadro coerente di idee e di principi; e, dall’altro lato, però, nemmeno un vero dialogo e una reale interazione tra le diverse tradizioni della cultura politica democratica italiana di cui il nuovo partito avrebbe dovuto essere espressione.

Nel corso degli anni, così, è cambiata e si è incrinata progressivamente la constituency del partito: attraverso vari passaggi, dal sostegno troppo prolungato al governo Monti alle politiche del governo Renzi (specie in materia di lavoro e scuola) fino alla recente e mal riposta enfasi sulla cosiddetta «agenda Draghi» (con una significativa analogia con quanto accaduto nel 2013, quando non pochi all’interno del partito e sulla grande stampa evocavano per il Pd un’«agenda Monti»), attraverso tutti questi momenti, la crisi di rappresentatività sociale del Pd si è sempre più aggravata, e si è ristretta la sua capacità di rivolgersi e dire qualcosa a tutti quei settori della società italiana che, a partire dal 2008, hanno pagato il prezzo più alto alla crisi economica; mentre, di contro, è apparsa sempre più diffusa un’identificazione del Pd come il partito dell’establishment.

Quanto all’identità del partito, oggi il Pd non è definibile in modo univoco: da un lato, una vaga ispirazione liberal-democratica, con un forte impegno, e tratti di radicalismo, sul terreno dei diritti civili; dall’altro lato una sostanziale e prolungata adesione ai paradigmi delle politiche economiche e sociali neoliberiste, per quanto in alcuni casi addolcite. Quest’ultimo orientamento solo in parte è da attribuire ai vincoli delle molte maggioranze anomale, «tecniche» o «non politiche» di cui il Pd ha fatto parte: piuttosto, trova le sue origini in un blairismo tardivo e mal digerito, e nelle suggestioni della “terza via”, già nella fase che ha preceduto la nascita del Pd; ma, soprattutto, è un neoliberismo che, con le scelte del Governo Renzi e con la narrazione che le ha accompagnate, ha trovato la sua massima espressione.

Nelle conclusioni, tre anni fa, ci limitavamo a porre alcuni interrogativi: si può fare ancora qualcosa per questo partito? Si può ancora pensare ad una sua radicale ricostruzione? Lasciavamo aperte le risposte, alla vigilia del “congresso” che, nel marzo del 2019, avrebbe eletto il nuovo segretario. Oggi, possiamo dire di più, e lo diremo nelle conclusioni: in breve, riteniamo che il Pd, se rimane entro il recinto sempre più angusto in cui si ritrova confinato, non sia più in grado di auto-riformarsi. Cercheremo di chiarire il senso di questa affermazione e vedremo se quanto ora si prospetta nei prossimi mesi (“un percorso costituente del nuovo Pd”) appare sufficiente di fronte ai radicali interrogativi che investono l’esistenza stessa di questo partito.

Vogliamo quindi offrire, innanzi tutto, gli elementi di analisi su cui ciascun lettore potrà fondare una propria valutazione o su cui potrà trarre le proprie conclusioni sul possibile futuro di questo partito; ma il nostro lavoro nasce anche da una chiara preoccupazione di natura politica: il destino del Pd non riguarda solo chi lo dirige, chi lo ha votato o lo vota, o chi vi aderisce formalmente: riguarda tutti coloro che sono interessati alle sorti della democrazia nel nostro paese. Non è stato solo il voto degli «italiani» a consegnare ad una destra inquietante il governo del paese: non poche responsabilità vanno attribuite a tutti coloro che avrebbero dovuto per tempo prendere delle contromisure e fare scelte adeguate, in passato come pure nelle fasi più recenti. E tra questi, certamente, c’è il Pd, e in modo decisivo, proprio perché era la forza principale dello schieramento che a quell’esito avrebbe dovuto opporsi.

© 2022 Lit edizioni s.a.s. per gentile concessione

PD. Un partito da rifare? Le ragioni di una crisi, Antonio Floridia, Castelvecchi editore, 17,50 euro, 240 euro

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