The dark sideLa Luna è (di nuovo) la frontiera dell’esplorazione spaziale

Le grandi potenze mondiali stanno organizzando diverse missioni dirette al nostro satellite per ragioni scientifiche, economiche e militari. Nel 2030 l’industria del settore potrebbe raggiungere un valore di dieci trilioni di dollari

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Il razzo Space Launch System della NASA ha preso il volo nel novembre dello scorso anno inaugurando una nuova era di esplorazione per l’agenzia spaziale. La nave senza equipaggio Artemis I dovrebbe aprire la strada per inviare astronauti sulla Luna per la prima volta dalla fine del programma Apollo negli anni Settanta. La navicella spaziale Orion della NASA è ammarata l’11 dicembre 2022 nell’Oceano Pacifico, a ovest della Baja California, dopo una missione da record nella quale ha viaggiato per oltre 2,6 milioni di chilometri su un’orbita intorno alla Luna e tornando sulla Terra, completando la missione Artemis 1. Nel corso di venticinque giorni la NASA ha testato Orion nel duro ambiente dello spazio profondo in previsione del volo con equipaggio su Artemis 2, previsto per il maggio 2024. Con Artemis 3, poi, ci sarà l’allunaggio degli astronauti.

Il 19 agosto scorso invece si è concluso con uno schianto sul suolo lunare il viaggio spaziale della sonda Luna-25, prima missione lunare di Mosca in quarantasette anni (la precedente sonda, Luna-24, fu lanciata nel 1976). È stato invece un successo l’atterraggio sul suolo lunare lo scorso 23 agosto della navicella spaziale indiana Chandrayaan–3, posatasi dolcemente vicino al polo lunare sud. Chandrayaan-3 è stato il secondo tentativo (questa volta riuscito) dell’India di atterrare in questa zona della luna, una regione in gran parte inesplorata e, pare, di immenso interesse per gli scienziati e i sostenitori dell’esplorazione. Da Chandrayaan-3 un rover a energia solare di nome Pragyan (parola in sanscrito che significa «saggezza») ha girato intorno al lander Vikram raccogliendo una grande quantità di dati fino ad addormentarsi dopo l’alba del secondo giorno lunare del 22 settembre scorso (ma gli scienziati Indiani hanno portato a casa tutto il materiale scientifico in termini di misurazione che si erano prefissati di raccogliere).

La Cina non dorme: dopo aver fatto atterrare su Marte un rover e assemblato una stazione spaziale (la Tiangong) in orbita terrestre bassa – dove da poco vi è stato peraltro un ulteriore avvicendamento di equipaggio – con la quinta missione di esplorazione lunare del programma della CNSA (l’ente spaziale cinese) tramite il lander Chang’e 5 ha riportato a terra dei campioni di suolo lunare. Chang’e 5 è stato lanciato il 23 novembre 2020 ed è atterrato sulla Luna il primo dicembre 2020, raccogliendo più di 1,5 kg di campioni lunari, tornando sulla Terra quindici giorni dopo. La missione ha reso la Cina il terzo paese a restituire campioni dalla Luna dopo gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica (1976 – Luna 24), e con ciò sono quattro i paesi al mondo che hanno fatto atterrare le loro navicelle spaziali sulla Luna: Stati Uniti, Russia, Cina e India. Il lander lunare giapponese SLIM lanciato lo scorso 6 settembre dovrebbe atterrare sul suolo lunare nel dicembre prossimo dopo aver sorvolato la Luna il 4 ottobre scorso.

Perché questo nuovo interesse delle grandi potenze tecnologiche sul nostro satellite? Un interesse sicuramente scientifico e come base per altre avventure spaziali (Marte?). Si ritiene infatti che la regione polare sud (quella in ombra) ospiti grandi quantità di ghiaccio d’acqua, dal quale, se accessibile, potrebbe essere estratto ossigeno per il carburante dei razzi e il sostegno vitale per le future missioni con equipaggio. 

Ragioni di profitto e di business: il voluminoso “Space Report 2022 Q2” redatto dall’americana Space Foundation di Colorado Springs, mostra una crescita del nove per cento anno su anno dell’economia spaziale globale che ha raggiunto i quattrocentosessantanove miliardi di dollari con nuovi record per lanci e carichi utili di successo, entrate commerciali e spese governative a supporto della ricerca spaziale. Oggi la maggior parte del denaro generato dall’industria spaziale proviene dal settore commerciale, che ha visto un aumento del 6,4 per cento dei ricavi arrivati a trecentosessantadue miliardi di dollari (che è il settantasette per cento dei quattrocentosessantanove miliardi di dollari dell’economia spaziale globale). Di tale importo, più di duecentoventiquattro miliardi di dollari provengono da prodotti e servizi forniti da aziende spaziali. Quasi centotrentott miliardi di dollari sono stati spesi per infrastrutture e supporto per le imprese spaziali commerciali. 

Morgan Stanley nel suo Report “Space: Investing in the Final Frontier” pubblicato nel luglio del 2020 ha stimato che l’industria spaziale globale potrebbe raggiungere un valore nel 2030 di dieci trilioni di dollari.

Gli Stati Uniti (dati 2021) investono risorse governative per quasi quarantuno miliardi di dollari annui mentre la somma degli investimenti dei primi dieci paesi che seguono (compresa la Cina) non arriva a ventiquattro miliardi di dollari. Le imprese “SpaceTech” negli Stati Uniti, si legge nel rapporto, sono 5.582 contro le centottantaquatro giapponesi, le trecentosessantotto indiane, duecentottantotto cinesi e solo otto russe.

Ma questo investimento è dovuto a un interesse strategico militare. Nel dicembre 2019 gli stati Uniti hanno creato United States Space Force, nuova arma militare dopo più di settanta anni dall’istituzione della Stati Uniti Air Force (1947). Appare abbastanza evidente che conquistare la Luna significa godere di un vantaggio geopolitico e geoeconomico. «Il governo della Luna sarà il fondamento per tutto ciò che potrebbe seguire nei prossimi cento anni», sostiene Bleddyn Bowen, professore associato di relazioni internazionali all’Università di Leicester e autore del libro “Original Sin: Power, Technology and War in Outer Space” pubblicato nel febbraio di quest’anno. 

Ma c’è un problema. La conquista della Luna richiede alleanze e condivisione di un quadro metagiuridico che fissi delle regole sui temi giurisdizionali legati ai comportamenti che ogni paese che si affacci al suolo Lunare dovrebbe accettare e condividere. Il primo trattato internazionale sull’argomento è stato firmato dalle Nazioni Unite nel 1967: “Principi che governano l’attività degli stati nell’esplorazione e uso dello spazio extra-atmosferico, inclusa la Luna e gli altri Corpi celesti”, conosciuto semplicemente con il nome di “Trattato sullo spazio extra–atmosferico” o “Outer Space Treaty”. 

Questo trattato si compone di diciassette articoli che hanno creato le fondamenta del diritto internazionale dello spazio. Successivamente nel 1979 l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha adottato l’Accordo Regolante le Attività degli Stati sulla Luna e gli altri Corpi Celesti (Moon Treaty).  Tale trattato, entrato in vigore solamente nel mese di luglio del 1984 a seguito della quinta ratifica dell’Austria, necessaria affinché il Trattato potesse produrre effetti vincolanti, riafferma l’applicazione di numerose disposizioni del precedente Outer Space Treaty. Ma il “Moon Treaty” presenta numerose criticità. 

Di fatto, benché sia annoverato tra le fonti del diritto internazionale dello spazio e in particolare tra i cinque trattati principali che compongono il corpus iuris spatialis, il quadro regolatorio è stato ratificato da un numero esiguo di Stati – diciotto al momento – tra cui non figurano le principali potenze spaziali quali Stati Uniti, Russia e Cina. In particolare, seppur con diverse argomentazioni, il concetto giuridico di patrimonio comune è la vera causa della discordia.

Nel frattempo, gli Stati Uniti hanno promosso, tramite la NASA, i cosiddetti “Accordi di Artemis” un quadro di linee guida – non vincolante sul piano giuridico – per l’uso pacifico dello spazio e relativo al comportamento da tenersi sulla superficie della luna.

Al momento sono trentuno i paesi che hanno firmato gli Accordi Artemis tra cui Stati Uniti, Regno Unito, Giappone, Italia, Canada, India, Brasile e Arabia Saudita. Il 13 dicembre 2022 durante l’Africa Space Forum tenutosi a Washington, Nigeria e Ruanda sono diventati i primi paesi africani a firmare gli accordi.

La Cina dal canto suo ha creato l’Organizzazione per la cooperazione spaziale Asia-Pacifico (APSCO). I membri includono Cina, Bangladesh, Iran, Mongolia, Pakistan, Perù e Thailandia con l’interesse dichiarato del Venezuela e della Malesia. La Cina ha finora ottenuto circa quindici firme, sia da Stati sovrani che da organizzazioni indipendenti e Università. Non è stato reso noto il contenuto di queste collaborazioni, che al contrario degli Accordi Artemis sembrano essere personalizzati in base al firmatario.

Nel marzo 1973 arrivò sul mercato uno dei più famosi dischi di tutti i tempi (all’epoca “long playing”) “The Dark Side of the Moon” dei Pink Floyd. Tempo dopo, visto l’enorme successo, fu chiesto al famoso bassista e cantante Roger Waters il significato di tale opera musicale: “The Dark Side Of The Moon era un’istanza di empatia politica, filosofica e umanitaria che chiedeva disperatamente di venir fuori” dichiarò. Sono passati cinquanta anni e l’istanza appare ancora attuale, senza risposte e altrettanto urgente.

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