Ritorno alle originiLa sinistra liberale riuscirà a salvare sé stessa?

Dopo la Guerra fredda, la Storia non è finita. Ma è tempo che i liberal la smettano di parlare solo del “nemico” e tornino a discutere di libertà e uguaglianza

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Questo è un articolo del nuovo numero di Linkiesta Magazine, con gli articoli di World Review del New York Times. Si può comprare già adesso, qui sullo store, con spese di spedizione incluse. E dal 17 novembre anche in edicola a Milano e Roma e negli aeroporti e nelle stazioni di tutta Italia

La a sinistra liberale è sotto assedio. E non si tratta solo di un problema del Partito democratico americano, che ancora una volta si trova davanti alla prospettiva di perdere le elezioni contro Donald Trump oppure di vincerle ma con una maggioranza risicata. Anche nel resto del mondo, infatti, la visione politica della sinistra liberale nel suo complesso – con il suo impegno a favore di un governo leggero, della libertà personale e dello Stato di diritto – appare chiaramente in difficoltà. Non è passato poi molto tempo da quando i liberal proclamavano la “fine della Storia” dopo la vittoria nella Guerra fredda. Ma, ormai da anni, la sinistra liberale si sente perennemente sull’orlo del baratro, mentre osserva l’ascesa di una Cina autoritaria e il successo dei populisti di estrema destra. E patisce una sensazione di paralisi e di stagnazione. Ma come mai i liberal si trovano così spesso in questa situazione? Ciò avviene perché non sono riusciti a lasciarsi davvero alle spalle la Guerra fredda. È stato proprio in quell’epoca che i liberal hanno reinventato la loro ideologia, che affonda le sue radici nell’Illuminismo e nella Rivoluzione francese. Ma l’hanno reinventata in peggio. La sinistra liberale della Guerra fredda era preoccupata dalla necessità di mantenere il sistema democratico e di gestire le minacce che avrebbero potuto interromperlo. E anche oggi i liberal si preoccupano di queste stesse cose. Per salvarsi, però, non devono ripetere gli errori che hanno commesso durante la Guerra fredda e che li hanno portati all’attuale impasse. Quello che devono fare, invece, è riscoprire il potenziale emancipatorio delle idee in cui credono.

In una epoca precedente rispetto alla Guerra fredda, il presidente Franklin D. Roosevelt aveva preteso che la sinistra liberale si rinnovasse per reagire alla Grande Depressione, sottolineando come le turbolenze economiche stessero alla base del diffondersi della fascinazione per le tirannie. La sua Amministrazione rappresentò il culmine di un secolo in cui la sinistra liberale aveva promesso di liberare l’umanità da millenni di oppressione, smantellando le strutture feudali, creando maggiori opportunità di mobilità economica e sociale (quantomeno per gli uomini) e abbattendo le barriere basate sulla religione e sulla tradizione (anche se tutte queste conquiste erano inquinate dal permanere della discriminazione razziale). Nella sua versione più visionaria, la sinistra liberale sosteneva che il dovere del governo fosse quello di aiutare le persone a superare l’oppressione in vista di un futuro migliore.

Tuttavia, solo pochi anni dopo, nella sinistra liberale dell’epoca della Guerra fredda si fece strada un rifiuto di quell’ottimismo che si era diffuso nei decenni che precedettero le crisi della metà del Novecento. Dopo aver assistito alla straziante distruzione del breve esperimento democratico che si era sviluppato in Germania tra le due guerre, i liberal videro trasformarsi in un nemico temibile anche il comunismo che era stato loro alleato nella battaglia contro il fascismo. E reagirono riconcettualizzando la loro ideologia.

Nel frattempo, alcuni filosofi, come l’oxfordiano Isaiah Berlin avevano enfatizzato il concetto di libertà individuale, definita come assenza di interferenze, soprattutto da parte dello Stato. La convinzione che la libertà fosse garantita da istituzioni che si prefiggevano il compito di emancipare l’umanità era ormai tramontata. E, invece di impegnarsi a rendere la libertà più credibile per un maggior numero di persone (ad esempio promettendo loro un futuro luminoso), gli alfieri di questo liberalismo davano priorità alla lotta contro i nemici mortali che avrebbero potuto far crollare il sistema.

Si trattava di un “liberalismo della paura”, come lo definì Judith Shklar, un’altra intellettuale liberale di quell’epoca, che insegnava ad Harvard. Per certi versi, quel timore era comprensibile. I liberali e i liberal avevano dei nemici. Alla fine degli anni Quaranta i comunisti conquistarono il potere in Cina e l’Europa orientale cadde dietro la Cortina di ferro. Ma il riorientamento del liberalismo e della sinistra liberale verso il solo obiettivo della conservazione della libertà comportava dei rischi. Accade spesso che chi è ostaggio della paura esageri la pericolosità dei suoi nemici, reagisca in modo eccessivo alla minaccia che questi rappresentano e rinunci a fare delle scelte migliori rispetto a focalizzarsi in modo esclusivo sull’avversario (ne sapeva qualcosa Robert Oppenheimer, che si diede tanto da fare per sconfiggere i nazisti e poi dovette assistere al diffondersi di una paranoia che guastava quel Paese che aveva contribuito a salvare).

Durante la Guerra fredda le uniche preoccupazioni erano la difesa della libertà dalla minaccia della tirannia e la predisposizione di strumenti con cui combattere il nemico. Questo atteggiamento portò talvolta a perdere negli Stati Uniti un po’ di quella stessa libertà di cui quelli che si dicevano liberali avrebbero dovuto preoccuparsi. E permise anche lo scatenarsi di violenti regni del terrore all’estero, quando questi stessi “liberali” decisero di appoggiare personaggi autoritari o entrarono direttamente in guerra in nome della lotta al comunismo. Nei campi di sterminio di questo brutale conflitto globale hanno perso la vita milioni di persone – molte delle quali per mano dell’America e dei suoi mandatari, che combattevano in nome della “libertà”.

L’Unione Sovietica si mise fastidiosamente a fare quel tipo di promesse sulla libertà e sul progresso che un tempo i liberal pensavano fossero cosa loro. Dopo tutto, nel Diciannovesimo secolo erano stati proprio i liberali a rovesciare aristocratici e re e a promettere che al loro posto si sarebbe sviluppato un mondo di libertà e di uguaglianza. Alcuni liberali come il politico e viaggiatore francese Alexis de Tocqueville, sebbene fossero preoccupati per i possibili eccessi da parte del governo, immaginavano la democrazia come una forma politica che poteva offrire nuove e sorprendenti opportunità di uguaglianza fra i cittadini. E, pur avendo riposto troppa fiducia nei mercati sia per quanto riguardava la capacità di questi ultimi di promuovere l’emancipazione sia per quanto riguardava la loro capacità di promuovere l’uguaglianza, questi liberali si diedero poi da fare per correggere questo errore: alcuni liberali come il filosofo inglese John Stuart Mill, infatti, contribuirono a inventare anche il socialismo.

La Guerra fredda cambiò tutto. Non solo il termine “socialismo” divenne per decenni una parolaccia per i liberali e per i liberal (almeno prima che il senatore Bernie Sanders gli desse nuova vita). I liberali conclusero che le passioni ideologiche che avevano portato milioni di persone in tutto il mondo verso il comunismo suggerivano che loro avrebbero dovuto astenersi dal promettere a loro volta l’emancipazione. «Dobbiamo essere consapevoli dei pericoli che si nascondono nei nostri desideri più generosi», spiegava Lionel Trilling, professore della Columbia University e intellettuale liberale del periodo della Guerra fredda.

La trasformazione del liberalismo e della sinistra liberale durante la Guerra fredda non sarebbe stata però così importante se nel 1989 i liberal avessero colto l’opportunità di ripensare il loro credo. Ma essi furono annebbiati dal loro trionfo geopolitico e ciò fece sì che continuassero a ignorare i loro errori, dei quali, nella nostra epoca, vediamo le conseguenze a lungo termine. Anzi, i liberal perseverarono nei loro sbagli. Dopo vari decenni di guerre interminabili contro un succedersi di nemici e con un’economia sempre più “libera” in patria e nel mondo, i liberal americani sono stati sconvolti dal contraccolpo. La Storia non era finita. E, infatti, molti dei beneficiari del liberalismo che vivono nelle nuove democrazie e negli Stati Uniti ora trovano che sia insoddisfacente.

Con la sorprendente vittoria elettorale di Donald Trump nel 2016 ha preso il via un grande referendum sul liberalismo. Libri come il best-seller di Patrick Deneen Why Liberalism Failed hanno dato una valutazione netta sul liberalismo nel corso dell’intera età moderna (che Deneen ha ripercorso andando indietro di vari secoli). Con un’autodifesa concitata, i liberal hanno reagito invocando dei concetti astratti – la “libertà”, la “democrazia” e la “verità” – la cui unica alternativa sarebbe la tirannia. E non hanno prestato attenzione a individuare i propri errori e ciò che sarebbe necessario fare per poterli correggere. In entrambi i casi, è mancato il riconoscimento del fatto che, come tutte le tradizioni, anche quella dei liberal non è una questione di “prendere o lasciare”. Il fatto stesso che durante la Guerra fredda i liberal abbiano trasformato la propria ideologia in modo così radicale significa che essa può essere trasformata di nuovo: i liberal possono dare nuova vita alle promesse espresse della loro filosofia solo riallacciandosi a quelle che ne furono le spinte originarie.

È probabile che questo avvenga? Sotto lo sguardo del presidente Joe Biden, la Cina e l’Europa dell’Est – ovvero gli stessi luoghi in cui sono avvenuti gli eventi che sconvolsero i liberal durante la Guerra fredda – hanno sollecitato atteggiamenti da Guerra fredda. Con Biden, come era avvenuto anche con Trump, la retorica di Washington tratta sempre più la Cina come una minaccia per la nostra civiltà. E, nel frattempo l’invasione illegale dell’Ucraina da parte di Vladimir Putin ha reso ancora una volta l’Europa orientale un luogo di lotta tra le forze della libertà e quelle della repressione. C’è chi sostiene che la guerra in Ucraina abbia ricordato ai liberal il loro vero scopo.

Ma, se si guarda più da vicino la situazione in America, questa affermazione appare più dubbia. Trump è di nuovo il probabile candidato dei Repubblicani alle elezioni presidenziali del 2024 (se non addirittura il potenziale vincitore di quelle elezioni). Eppure i liberal sembrano scommettere il loro successo non tanto su una visione positiva del futuro dell’America, quanto sulla capacità dei tribunali di proteggere la nazione. Anche se uno dei tanti magistrati che indagano su Trump riuscisse a condannarlo, questo non salverebbe la sinistra liberale americana. La sfida è più profonda: non basterà eliminare l’attuale avversario in nome della nostra democrazia, se quest’ultima non verrà ripensata.

Fin dalla sua elezione nel 2020, Biden è stato sostenuto da alcuni opinionisti – e dalla sua stessa Amministrazione – come se si trattasse del secondo avvento di Franklin D. Roosevelt. Ma proprio Roosevelt aveva dato quest’avvertimento: «Troppi di coloro che cianciano dicendo di essere i salvatori della democrazia sono in realtà interessati solo a conservare le cose così come sono. Ma la democrazia dovrebbe preoccuparsi anche delle cose come dovrebbero essere».

Biden, però, benché si vanti di offrire un ambizioso programma liberal, non sembra aver interiorizzato questo messaggio. E infatti, da parte loro, gli elettori non sembrano essere ancora del tutto convinti. Una sinistra liberale che voglia sopravvivere deve sollecitare l’entusiasmo degli elettori che vogliono qualcosa in cui credere, come riusciva a fare quando il suo discorso non ruotava intorno alla paura dei nemici ma intorno alla speranza in istituzioni che portassero a quelli che Mill chiamava “esperimenti di vita”. Con questa espressione intendeva dire che le persone, ovunque nel mondo, dovrebbero avere la possibilità di scegliere qualcosa di nuovo da provare nel breve tempo della loro esistenza. Perché se le loro mani saranno legate – specialmente se questo avviene come conseguenza di un sistema economico coercitivo e iniquo – queste persone perderanno ciò che c’è di più importante, ovvero la possibilità di rendere se stessi e il mondo più interessanti.

Se può nascere qualcosa di buono dalla prossima fase della politica americana, a cui Trump continua a dettare il ritmo, è che questa situazione può offrire ai liberal un’altra opportunità per provare a reinventarsi. Ma se insisteranno invece con un’ideologia stantia da Guerra fredda, come hanno fatto dopo il 1989 e dopo il 2016, sprecheranno questa possibilità. Perché solo una sinistra liberale che mantenga finalmente alcune delle sue promesse riguardo alla libertà e all’uguaglianza può sperare di sopravvivere e prosperare.

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