Continente strategicoLa duplice sfida del clima e dello sviluppo per il futuro dell’Africa

Con una popolazione giovane, che raddoppierà entro il 2050, una classe media in costante crescita e un’enorme ricchezza in termini di risorse naturali, ma ha bisogno di fondi per finanziare la sua crescita sostenibile

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Questo articolo è stato originariamente pubblicato sul numero 59 di We – World Energy, il magazine di Eni

LAfrica è il continente più antico del mondo, ma anche il più giovane: l’età media non raggiunge i venti anni. Il continente ospita la metà delle economie più dinamiche del mondo e non solo grazie alla ricchezza di risorse naturali: in Africa si sta sviluppando la più grande area di libero scambio al mondo. La popolazione raddoppierà entro il 2050, la classe media è in costante aumento e i giovani consumatori guidano la più grande rivoluzione digitale globale dell’ultimo ventennio. Quando si parla di risorse naturali, sappiamo che l’Africa ha la potenzialità di sfamare non solo sé stessa, ma il mondo intero, perché ospita il settanta per cento delle terre coltivabili non sfruttate del pianeta. Per non parlare poi di alcune risorse fondamentali che si trovano solo nel continente: i minerali critici, che rappresentano il cuore delle tecnologie verdi. Da questi pochi dati si capisce perché l’Africa è un’area strategica, terreno di competizione per tante potenze globali e regionali.

Naturalmente, l’Africa deve affrontare molte minacce, tra cui povertà, terrorismo e cambiamento climatico. Ed è su quest’ultimo punto che vorrei soffermarmi. Sappiamo che il cambiamento climatico è un problema globale. Sappiamo che è il problema prioritario per le organizzazioni internazionali, le comunità, le società, i Paesi. Sappiamo anche che i suoi effetti non sono equamente distribuiti. Solo per fare un esempio, i Paesi del G20 sono responsabili dell’ottanta per cento delle emissioni globali, l’Africa di meno del tre per cento, pur rappresentando il quindici per cento della popolazione mondiale, e ne subisce gli impatti maggiori. È noto quali siano le sfide che il continente deve affrontare: inondazioni, deforestazione, difficoltà di accesso alle risorse idriche, innalzamento dei mari sono solo alcune di esse.

Per gli africani il riscaldamento globale non è una minaccia, bensì un dato di fatto. I Paesi sviluppati della comunità internazionale hanno promesso denaro, fondi, finanziamenti per far fronte a questi problemi: cento miliardi all’anno dal 2020 al 2025. Il 2025 è vicino e gli impegni presi non sono stati rispettati. Si aggiunga a questo che per l’Africa la sfida non riguarda solo il riscaldamento globale, ma anche lo sviluppo. La popolazione africana ha bisogno di combattere il cambiamento climatico, ma anche di trovare fondi per finanziare la sua crescita e parliamo di un fabbisogno di duecento miliardi all’anno. Sono seicento milioni gli africani che non hanno accesso all’elettricità. E non c’è sviluppo senza energia.

L’Africa ha un grande potenziale nelle energie rinnovabili (come nei combustibili fossili): sette dei dieci Paesi più esposti al sole a livello globale si trovano nel continente, rappresentando un’enorme risorsa per l’energia solare. L’Africa vanta poi il dieci per cento del potenziale globale di energia idroelettrica. L’Africa è il continente con maggiori probabilità di unire industrializzazione e crescita decarbonizzata, ma perché ciò avvenga, deve poter contare sul gas come energia di transizione. Ecco perché gli africani, leader compresi, si battono per il riconoscimento del gas come energia di transizione. Lo scorso anno, per esempio, Macky Sall, in qualità di Presidente dell’Unione Africana, è stato fautore di molte battaglie sulla scena globale: quello che chiediamo ai Paesi sviluppati è di non smettere di finanziare il gas come energia di transizione.

Le soluzioni africane
La posta in gioco è molto alta e non possiamo permetterci di aspettare che la comunità internazionale rispetti gli impegni finanziari che si è presa. Gli africani vogliono promuovere le proprie soluzioni per sé stessi e per il resto del mondo e lo stanno facendo. E, da questo punto di vista, si può notare un interessante salto di qualità. La cosiddette “smart city”, per esempio, sono più progredite in Africa che in gran parte del mondo: in diversi stati del continente stanno sorgendo nuove città ecologiche come Kilamba, in Angola, oppure la verde Città Centenaria nel cuore di Abuja in Nigeria, o Konza, la città tecnologica del Kenya. Da dove nasce tutta questa inventiva? Semplice: dalle emergenze urbane. Come detto in precedenza, in Africa abiterà un quarto degli esseri umani del mondo, con un fabbisogno energetico esponenziale.

Un altro esempio è il bacino del Congo, il secondo polmone verde al mondo per estensione, dopo l’Amazzonia. Le sue foreste fungono da serbatoio di carbonio, essenziale per la regolazione del clima. L’Africa ha bisogno di utilizzare queste risorse in modo più efficiente per rispondere non solo ai problemi di cambiamento climatico, ma anche alle esigenze energetiche. Lo stesso si può dire per le riserve minerarie: l’Africa dispone del quaranta per cento dell’oro e fino al novanta per cento del cromo e del platino a livello globale. Le maggiori riserve mondiali di cobalto, diamanti, platino e uranio si trovano in Africa.

Il vertice della Settimana del clima di Nairobi, a cui hanno partecipato diversi leader africani e importanti personalità internazionali quali l’inviato speciale degli Stati Uniti per il cambiamento climatico, John Kerry, o il Presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, o ancora il Segretario Generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, è stato importante per dare risposte a questi problemi. Innanzitutto, durante la conferenza sono stati stanziati oltre 23 miliardi di dollari per l’energia verde e questo è davvero importante. Naturalmente, l’intero continente deve muoversi all’unisono per trasformare gli impegni in realtà e i responsabili politici e decisori internazionali devono rimanere al fianco degli africani per affrontare queste sfide. E questo non solo per il bene degli Stati africani, ma anche per il bene del mondo.

Rama Yade è direttrice Senior dell’Atlantic Council’s Africa Center, l’Ambasciatrice Rama Yade insegna Affari africani presso la Mohammed VI Polytechnic University in Marocco e la Sciences Po Paris. All’età di trent’anni, è stata nominata Vice Ministra degli Affari Esteri e dei Diritti Umani della Repubblica di Francia.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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