Parole, parole, paroleItalia, Francia e Spagna sono i grandi assenti nell’assistenza militare all’Ucraina

Roma, Parigi e Madrid Insieme hanno stanziato 1,47 miliardi per Kyjiv meno di un decimo di quanto ha fatto la Germania, meno di tutti i Paesi Baltici, che hanno sei milioni di abitanti. Con appena 11,4 euro per abitante, l’Italia, comunque, è il Paese che si è impegnato di più in questo trio

LaPresse

L’Ucraina è vittima dell’equilibrismo democristiano che da tempo caratterizza la politica estera occidentale. Dei cinici calcoli di ottimizzazione che hanno cercato, senza riuscirci, di misurare con il bilancino la quantità e la qualità giusta di armi da dare all’esercito ucraino affinché respingesse l’aggressione russa e riconquistasse qualche territorio, ma che allo stesso non «umiliasse» Vladimir Putin. Nei parametri di questi calcoli è entrata anche l’esigenza dell’industria degli armamenti che vuole dare la precedenza alle ricche commesse di clienti di tutto il mondo. I risultati li vediamo con le forti difficoltà dei soldati ucraini sul campo. La responsabilità, però, non è uguale per tutti. Non è mai esistito, e non esiste neanche ora un generico Occidente unito.

L’Europa nel 2023 ha in parte recuperato il ritardo dell’anno precedente, stanziando più aiuti militari e superando i Paesi non europei, in primis gli Stati Uniti. Se all’inizio dello scorso anno erano stati impegnati 15,7 miliardi da parte dei Paesi Ue e dalle istituzioni europee e 50,4 da parte del resto del mondo, un anno dopo i membri dell’Unione Europea a livello bilaterale e la Ue stessa hanno promesso 47,8 miliardi, non molti meno dei 57,9 degli altri Paesi.

Dati del IFW Kiel, Institute For the World economy, miliardi di euro

Anche fermandoci al dicembre 2023 la differenza tra i due anni è evidente. Non sono più gli Stati Uniti i protagonisti assoluti dell’assistenza militare all’Ucraina. E non potrebbe che essere così, visto che a causa dell’ostruzionismo dei repubblicani di fatto non hanno potuto stanziare nuovi aiuti nel 2023, cosicché ai 42,2 miliardi decisi nel 2022 non sono state aggiunte altre risorse. Ad avere avuto un ruolo fondamentale l’anno scorso è stata la Germania, che ha deciso l’invio di armi per un totale di 15,7 miliardi, che si sono sommate agli 1,9 del 2022, diventando il secondo fornitore dopo gli Usa e il primo del solo 2023. Si è distinta anche la piccola Danimarca, che ha stanziato 7,8 miliardi, ponendosi così al terzo posto complessivo con 8,4 miliardi visti i seicento milioni già promessi in precedenza. Il Regno Unito non ha fatto nuovi stanziamenti nel 2023, ma ci hanno pensato la Norvegia, con 3,3 miliardi, e i Paesi Bassi, con 1,9.

Dati del IFW Kiel, Institute For the World economy, miliardi di euro

Certo, la conta dei miliardi effettivamente allocati presenta un’altra storia, perché la maggior parte del denaro è stato effettivamente reso disponibile anche molto dopo il momento dell’impegno finanziario, e una parte non indifferente lo sarà solo nel futuro. Nel gennaio 2024 risultavano essere stati allocati 32,9 miliardi, meno dei 47,8 impegnati, ma anche in questo conteggio dall’estate in poi i Paesi Ue e istituzioni europee hanno superato Stati Uniti e altre aree del mondo.

Dati del IFW Kiel, Institute For the World economy, miliardi di euro

E pure in questo caso gli aiuti americani nel 2023 sono stati meno della metà del totale, 22,5 su 47,3, con la Germania anche qui al secondo posto, davanti a Danimarca e Regno Unito. Considerando i dati cumulati, sia del 2022 che del 2023, le armi americane valgono ancora, seppur di poco, più di quelle di tutte quelle rese disponibili dagli altri, 43,2 miliardi contro 40,8, ma il divario si chiuderà prestissimo.

Dati del IFW Kiel, Institute For the World economy, miliardi di euro

L’egemone riluttante, come è stata chiamata più volte la Germania, si è quindi svegliata, e ha seguito la strada di gran parte dei Paesi del Nord e dell’Est Europa che avevano già dato fondo alle proprie risorse molto più della media. È qualcosa di cui gli europeisti dovrebbero essere orgogliosi, da rivendicare, anche per smentire la narrazione su un’Europa completamente imbelle, passiva, vecchia e pigra. Tuttavia lo si deve sottolineare, non basta. Perché escludendo gli Stati Uniti, gli stanziamenti del 2023, 38,6 miliardi, sono stati molto inferiori a quelli del 2022, 63,7. E soprattutto perché l’Europa non è solo la Germania, del resto ce lo ricordano tutti i giorni proprio coloro che accusano Berlino di voler dominare la Ue, di essere l’alfiere dell’Europa «matrigna».

Ebbene, i Paesi che dovrebbero diluire il dominio tedesco stanno facendo ben poco per dimostrare di esserci e di contare qualcosa, almeno nell’ambito dell’aiuto all’Ucraina nella propria lotta per la libertà. Italia, Francia e Spagna sono i grandi assenti nell’assistenza militare a Kyjiv. Il confronto con la Germania è impietoso, è quasi impossibile anche solo rappresentarlo con un grafico. Insieme a livello bilaterale hanno stanziato 1,47 miliardi, meno di un decimo di quanto ha fatto Berlino, meno di tutti i Paesi Baltici, che hanno sei milioni di abitanti, contro i centosettantuno di questi tre Stati.

Dati del IFW Kiel, Institute For the World economy, miliardi di euro cumulati

Con seicentosettantamilioni, tutti già allocati, appena 11,4 euro per abitante, l’Italia, comunque, è il Paese che si è impegnato di più in questo trio.

Dati del IFW Kiel, Institute For the World economy, miliardi di euro

Certo, tali nazioni, viste le dimensioni, pesano molto all’interno delle quote stanziate a livello comunitario, ma anche considerando queste, e anche aggiungendo l’assistenza umanitaria e finanziaria, il confronto con il resto dell’Occidente è deprimente se rapportiamo quanto promesso al prodotto interno lordo. È lontanissima l’Estonia, che ha dato il 2,62 per cento del proprio Pil annuale solo in aiuti militari bilaterali, contro il nostro ridicolo 0,035 per cento. Solo lo 0,6 per cento stanziato come parte dell’impegno comunitario ci fa superare altri Paesi, soprattutto Regno Unito e Stati Uniti, la cui posizione indica quanto poco stiano facendo in paragone alla Ue e in paragone a quanto potrebbero.

In cima, nella classifica dell’aiuto complessivo all’Ucraina, oltre all’Estonia, vi sono Danimarca, Lituania, Norvegia, Lettonia, Paesi Bassi, Slovacchia, Polonia, Finlandia, insomma coloro che sono geograficamente in prima linea di fronte all’aggressività russa. E poi, appunto, la Germania. Non stiamo facendo molti sforzi neanche in relazione alla spesa per i rifugiati ucraini, per cui abbiamo stanziato solo lo 0,12 per cento del Pil, contro, per esempio, il 3,35 per cento della Polonia, ma anche il 2,08 per cento della piccola e povera Bulgaria.

Dati del IFW Kiel, Institute For the World economy, percentuali sul Pil

La classe politica è costantemente e vigliaccamente impauriti di fare la mossa sbagliata, qualcosa che si ritorca contro, che non sia nel nostro interesse immediato. Ma saremo interpellati un giorno per quello che invece non abbiamo fatto? E chissà se verranno fatti i confronti, oggi pressoché ignorati, con quanto invece in passato abbiamo speso, come Occidente, per difendere principi e interessi in pericolo. La Germania ha stanziato più denaro per l’Ucraina che per la Guerra del Golfo, 22,1 miliardi di dollari contro i 18,9, in dollari di oggi, del 1991, di cui 12,2 direttamente versati agli Stati Uniti, ma lo stesso non si può dire di altri. Se per il Giappone è forse comprensibile un impegno inferiore nello scacchiere europeo, nel caso degli Stati Uniti il confronto è però stridente. I 67,7 miliardi di dollari impegnati per l’Ucraina sono 45,6 in meno dei 113,3 di trentatrè anni fa. È vero che allora gli americani si impegnarono direttamente, ma parliamo di una guerra durata un mese e mezzo, preparata in cinque mesi, non dei due anni del conflitto ucraino. A questo proposito anche i 3,2 miliardi in più di allora stanziati oggi dalla Germania sembrano una differenza veramente piccola, date le circostanze e le dimensioni degli attori coinvolti.

Dati del IFW Kiel, Institute For the World economy, miliardi di euro

Manca la consapevolezza della natura epocale di quanto sta accadendo. In valore assoluto gli Stati Uniti hanno dato certamente molto meno di quanto diedero al Regno Unito durante il conflitto mondiale con il programma Lend Lease, ma il confronto diventa ancora più impietoso se lo osserviamo in rapporto al Pil: finora a favore dell’Ucraina per gli aiuti militari è stato speso da Washington solo lo 0,18 per cento del prodotto interno lordo del 2021, nel 1943, invece, per Londra fu versato il 3,98 per cento di quello di allora, nel 1944 il 4,37 per cento. Persino all’Urss, ironia della sorte, fu dato di più, molto di più, fino all’1,81 per cento del Pil nel 1944. Senza quell’assistenza, oggi molti lo dimenticano, per i sovietici sarebbe stato molto più difficile difendersi dai nazisti.

Dati del IFW Kiel, Institute For the World economy, percentuali sul Pil e miliardi di euro

La consapevolezza che siamo a un passaggio cruciale della storia che determinerà il nostro futuro viene annegata dalla cronaca, dalle finte urgenze quotidiane, che in fondo rappresentano bene l’asimmetria tra il funzionamento delle democrazie e delle dittature. Nelle prime a essere sovrana è l’esigenza di garantire benessere immediato e, se possibile, crescente, a tutti. Basti guardare allo spazio dedicato alle proteste degli agricoltori o all’allarme per il caro energia. Persino qualcosa come l’aumento del prezzo dei voli o l’uccisione di un orso copre ogni notizia di politica estera e rappresenta davanti alla politica un tema più importante da affrontare, perché c’è di mezzo il consenso, soprattutto quello di breve periodo.

Ogni pericolo a lungo termine, che sia l’imperialismo russo o il cambiamento climatico, non riesce a essere veramente affrontato in questo modo ed è facile per chi ne ha interesse farlo sparire sotto l’urgenza del giorno. Nelle autocrazie, lo sappiamo, è diverso, il leader ha mano libera, e così la Russia può aumentare in un anno del ventinove per cento la spesa militare, fino a portarla al trentacinque per cento di tutta la spesa pubblica e se questo non basta può contare su un regime come la Corea del Nord, in cui la leadership subisce ancora meno vincoli alla propria azione.

La rottura di questa asimmetria può avvenire attraverso l’emergere di un pericolo imminente che irrompa nel quotidiano prendendo il posto, nel caso dell’Italia, della polemica sull’ennesimo bonus, sul terzo mandato e sul candidato a governatore di qualche regione. La speranza è che non ce ne sia bisogno, che la politica sia ancora capace di fare uno scatto di dignità, e se non ci riesce quella italiana, che almeno sappia farlo quella europea.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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